In un momento in cui il dibattito all'interno degli ambienti cattolici è particolarmente vivo, e ci si interroga sui diversi modi di porsi dei cristiani verso la politica, e sulle prospettive che si aprono per un partito come la Democrazia cristiana, abbiamo rivolto alcune domande a Giovanni Tassani, autore di numerosi saggi, fra i quali – insieme a Gianni Baget Bozzo – «Aldo Moro. Il politico nella crisi,1962-1973» (Firenze 1983), e «La terza generazione» (Roma 1988); e a Gianni Gennari, giornalista di Paese Sera, noto commentatore di fatti politici e di teologia.
Giovanni Tassani
Il filosofo Jacques Maritain ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale nella formazione di chi oggi si identifica nella cultura cattolico democratica: a distanza di tanti anni è ancora valido il suo insegnamento, e in che misura è realmente seguito da coloro che ad esso si ispirano?
Maritain ha affrontato con il linguaggio degli anni trenta il problema, ancora attuale, del rapportarsi del cristiano col mondo e, in particolare, con la politica; ma oggi è più che mai necessario, anche negli ambienti che si richiamano al suo insegnamento, un bagno di più aggiornata laicità.
Bisogna imparare ad essere profondamente laici, non nel senso di una diminuzione dell'essere cristiani, ma nella radicalità di vivere la storia con grande consapevolezza dei problemi attuali, che sono non meno complessi e preoccupanti di quelli presenti ai cattolici degli anni trenta. L'assenza di tale radicalità, avvertibile in certi programmi di tante scuole di formazione politica, rischia di rendere poco significative molte potenzialità presenti negli ambienti cattolici; è un rischio clericomoderato che può condannare anche le future Settimane sociali.
Un diverso modo di porsi verso la politica sembra quello emerso nel Meeting di Rimini; prendendo le distanze da esso su cela Stampa», un esponente di Comunione e Liberazione, il prof. Benincasa, ha voluto attribuirne la responsabilità al solo Movimento popolare, e non a Cl. È veramente possibile tenere separati questi due movimenti?
No, credo che si tratti di una distinzione non coerente con il pensiero di don Giussani il quale si pone in antitesi all'interpretazione della realtà da lui definita «protestantizzante» (in cui cioè la Parola giudica il mondo). Per Giussani, e quindi Cl, la parola si concreta invece necessariamente in prassi: perciò questa impostazione non permette più di separare il Movimento popolare, che si dovrebbe occupare delle opere, da un movimento religioso come Cl. L'insegnamento di don Giussani viene così recepito come messaggio ideologico di copertura a una politica spregiudicata. Quindi quando un aderente a Cl fa politica non può non abbracciare l'esperienza del Movimento popolare.
Alla vigilia delle elezioni amministrative, è Roma il luogo nel quale più si concentra il dibattito all'interno del mondo cattolico e della Dc.
Nella Dc romana esiste ormai un forte blocco di potere, un mondo sempre più chiuso in se stesso, e che conta sul Movimento popolare come principale punto di mobilitazione esterna.
Si realizza così un'autonomizzazione della Dc romana dal suo retroterra tradizionale, da quel magma fluido che ne faceva in passato una specie di confederazione. E chiaro che è stata questa minore rappresentatività, a turbare anche certi ambienti ecclesiastici, poiché comporta un forte rischio anche sul piano elettorale.
Proprio da ambienti ecclesiastici, anche recentemente, sono venute esortazioni a una maggiore moralità e al rispetto dei valori cristiani, e incoraggiamenti all'unità del voto cattolico.
Da parte di alcuni si è visto in questo un ritorno al clerico moderatismo, di cui lei prima denunciava il pericolo.
Mi sembra che questi interventi realizzino ciò che in passato padre Angelo Macchi, incontrando i favori ciellini, chiamava il collateralismo rovesciato (secondo il quale il momento partito deve trarre linfa e significato dalla società civile e dai suoi movimenti). Si realizza ora proprio un paradossale rovesciamento delle parti: in passato Cl rimproverava alla segreteria De Mita una gestione troppo laica e chiusa, ed una scarsa attenzione alla società civile; oggi invece, soprattutto a Roma, Cl sembra mostrarsi alfiere di un gruppo di potere che realizza al massimo grado la autonomia del politico, e si oppone à interventi ecclesiastici che invitano proprio un gruppo di potere chiuso all'apertura e all'ascolto delle realtà sociali di base.
Personalmente valuto la teoria del collateralismo rovesciato come aggiornamento ai nostri anni delle tendenze e della prassi del clerico-moderatismo: proprio il rischio che – come dicevo – i cattolici più avvertiti devono impegnarsi ad evitare.
Non si può neppure tacere una certa sovrapposizione dei piani politico e religioso da parte del Cardinale Vicario, quando egli ha voluto escludere una seconda lista di ispirazione cristiana con motivazioni legate a una possibile turbativa dell'unità dei fedeli nella diocesi.
Riguardo all'unità politica dei cattolici, molti ritengono che non si sia mai realizzata in Italia, e che oggi, resosi l'elettorato più fluttuante, si realizzi ancora meno. Se ciò è vero, quali schieramenti ritiene che abbiano maggiore capacità di attrarre l'elettorato cattolico non democristiano?
Il voto cattolico è presente su tutto l'arco dello schieramento politico. Penso che una sua parte abbastanza consistente, soprattutto nelle fasce giovanili, possa sentirsi attratta dalle liste ecologiste, se non altro come area di parcheggio. Alcuni altri privilegeranno il non voto.
Quanto al Pci, credo che al momento non rappresenti più una grande attrattiva così come negli anni '70: il suo rinnovamento non è ancora giunto a un punto che permetta di considerarlo fuori dalla crisi.
Il Partito socialista si è ormai così completamente identificato con la politica del pentapartito, da farlo perfettamente convivere con l'attuale segreteria della Dc. Ciò mi pare escluda uno spostamento significativo di consensi, che non avrebbe ragione sufficiente di realizzarsi.
Gianni Gennari
Molti elettori cattolici si mostrano critici verso la gestione politica in Italia e verso i partiti, che ne sono, se non gli unici, almeno gli attori principali. Esistono oggi – secondo lei – formazioni politiche capaci di ridurre questo disincanto e ridare le risposte che essi cercano?
lo mi sono avvicinato alla politica vent'anni fa, quasi esclusivamente per ragioni apostoliche, per evangelizzare: mentre ho trovato una certa resistenza a questo tentativo nella Dc, ho riscontrato poi grande apertura e disponibilità fra gli elettori del Pci, soprattutto fra i poveri. Ciò mi ha spinto a portare l'annuncio cristiano fra i comunisti, facendomi constatare quanto sia dannoso identificar e l'evangelizzazione con un partito. Credo però che oggi un vero cattolico possa avere difficoltà nel trovare una forza politica che lo rappresenti pienamente: da un lato, la Dc ha fallito il tentativo di istaurare una dialogo maturo e costruttivo con le diverse componenti del mondo cattolico ricordo l'Assemblea degli esterni cui io stesso partecipai sperando in un effettivo rinnovamento. Dall'altro, il Pci ha abbandonato la strategia del compromesso storico, e mostra in alcuni casi una rozzezza di approccio al fatto religioso.
Qualcuno ha parlato di un secondo partito cattolico, alternativo alla Dc.
L'idea di un nuovo, non secondo partito cattolico, non mi dispiace, perché, accanto al disincanto, si avverte fra la gente un forte bisogno di evangelizzare la politica. Il suo essere «cattolico» non dovrebbe manifestarsi con una denominazione formale, o con un riconoscimento da parte delle autorità ecclesiastiche (la Democrazia cristiana del 1905, il Partito popolare, e la Dc di De Gasperi hanno sempre avuto non lievi dissensi con la gerarchia). Dovrebbe invece essere un partito che abbia chiara la distinzione fra fede e politica, quale era quello cui ha tentato di giungere la segreteria De Mita, senza però riuscirvi. lo ho avuto modo di avvicinare e conoscere uomini come Zaccagnini, Berlinguer e Lombardi, e credo che se un partito fosse in grado di esprimere una classe dirigente costituita da uomini con le loro doti morali, politiche, e umane, diverrebbe una scelta quasi obbligata per chi realmente crede.
Veniamo al dibattito interno alla Dc: quale è la sua valutazione sull'ultimo Congresso nazionale e sulle vicende che lo hanno accompagnato e seguito?
Credo che il Congresso sia stato molto deludente, anche nell'impostazione che ne ha dato De Mita: presentandosi come portavoce solo di se stesso, e marginalizzando di fatto le esigenze e le voci più autentiche della sinistra interna, ha finito col favorire gli altri gruppi, che si erano coalizzati con determinazione e avendo chiari gli obiettivi che volevano e sono riusciti a raggiungere. Mi pare anche interessante osservare la parabola politica seguita da Forlani nel corso della sua lunga attività politica: ricordo che negli anni '60 un mio amico fu allontanato dal seminario perché forlaniano: allora richiamarsi alla sua linea significava condividere un'impostazione di «estrema sinistra», ed egli era presentato come il pericolo della comunistizzazione della Dc.
Questi mutamenti di impostazione ideologica oggi rispecchiano sempre meno vere esigenze ideali, e sono più spesso dovuti ad ambizioni e a calcoli di potere. Per questo io oggi non ho una sola casa politica, e mi sono tolto non so se la speranza, o l'illusione, che un partito si converta a una matura politica da cristiani.
Da più parti, soprattutto all'indomani del Congresso, si è parlato di due Dc.
Credo che le due Dc esistano e siano sempre esistite: ciò rappresenta il pregio e l'inganno di questo partito, e gli permette di conservare la maggioranza relativa. Se esistesse solo la Dc degli affari, dei Ciancimino, dei Lima, e di chi li sostiene; o se esistesse solo quella dei Piersanti Mattarella, degli Zaccagnini, e anche degli Scalfaro, avrebbe risultati elettorali molto inferiori di quelli attuali. Così come oggi, una Dc che si riducesse a portavoce del Movimento popolare e di Comunione e Liberazione, non potrebbe superare il 10%; per questo giudico molto lungimirante l'opera svolta da De Mita, che durante la sua segreteria ha impedito che si verificasse in sede nazionale ciò che sembra accadere oggi a Roma.
Quale futuro allora per la Dc?
Chi prevedesse una fine della Dc non potrebbe che sbagliarsi: nella sua storia si sono alternate fasi di grave regresso, nelle quali non riusciva neanche a gestire l'esistente, a fasi di notevole recupero e di alta progettualità. Sono convinto che un periodo di opposizione non potrebbe che giovarle, facendole perdere molta zavorra che spesso non le permette di volare alto, e trasformandola in un partito, non cattolico, ma in cui si possano riconoscere molti degli uomini di buona volontà.

