0 - Ottobre 1989
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Testimoni

Il futuro è della politica

Settantasei - Il futuro è della politica pagina 15-22
A colloquio con Ruggero Orfei La crisi dei partiti di classe. Gli equivoci del Psi. Moro e il Pci di Berlinguer. La fine della solidarietà nazionale. Il XIV Congresso Dc e il preambolo. L'apertura agli esterni e l'Assemblea nazionale dell'81. La segreteria De Mita. Progettualità e tecnologia per governare il nuovo.

Professor Orfei, si è discusso e si discute sulla crisi dei partiti in relazione alle profonde trasformazioni vissute dalla società.
Tali difficoltà riguardano in misura diversa tutti, ma investono soprattutto i cosiddetti partiti di classe, in primo luogo quelli della sinistra, Pci e Psi. Non crede, a questo proposito, che pian piano si sia venuta modificando la natura stessa, quella che probabilmente un giurista chiamerebbe la «ragione sociale» di questi due partiti, e in particolar modo del Psi?

La crisi politica e teorica del partito di classe (in connessione a trasformazioni sociali postindustriali) ha effettivamente spinto partiti come il Pci e il Psi a modellarsi sul soggetto interclassista, con uno sconvolgimento del quadro politico. Senza entrare nel merito della realtà del Psi, si nota in questi anni una sua trasformazione rapida in un partito aprogrammatico che conserva del vecchio partito un'iniziale (ma non più inerziale se non in apparenza) appartenenza allo schieramento di sinistra e un laicismo che trova alimento nella secolarizzazione del costume sociale (che è riferibile solo parzialmente alla religiosità e ai problemi connessi). Ciò rende imprevedibile ogni sua mossa e spiega in termini non di lealtà o di leadership la propria inaffidabilità. Si tratta di un dato strutturale, che si fonda su una esasperazione dell'idea vera della politica come arte del possibile.

È noto che sono diversi i possibili agire quotidiano, annuale, pluriennale. Ciò comporta anche una valutazione dell'utilità sociale e politica che si configura come dialettica tra l'interesse nazionale e l'interesse di gruppo. Va aggiunto che il Psi, che è partito di massa, rimane troppo piccolo per essere veramente nazionale, ma è anche troppo grande per non dover essere considerato setta.

 

Lei ritiene che in casa democristiana una valutazione seria e attenta sia stata realmente compiuta a proposito di questa trasformazione genetica del Partito socialista?

Per la Dc un discorso aggiornato sul Psi era ed è essenziale, per non rischiare di avere un interlocutore immaginario, sempre simile a se stesso. Si tenga presente che il congresso di Livorno del 1921 da cui nacque il Pci è un punto di distacco storico anche del Psi. Quest'ultimo, allora non rifiutava la cultura rivoluzionaria leninista, ma solo un rapporto di dipendenza dall'Internazionale nei termini voluti da Lenin. In particolare si ragiona spesso del Psi come fosse ancora quello del primo centrosinistra, ma ci si comporta come se fosse invece che un socio con cui si collabora, un concorrente. Nel primo centrosinistra lo sforzo politico dei democristiani e dei socialisti era quello di trovare motivi di intesa e di cooperazione, senza rivalità. Vi fu una battaglia culturale oltre che politica per ottenere il risultato voluto. Quel Psi è morto da tempo, essendo decadute categorie concettuali legate all'autonomia, al frontismo, all'idea di Stato, di partito e di politica economica pubblica e privata.

La Dc, invero, ha trovato il massimo di difficoltà nell'interpretazione del Psi. Le tendenze di Centro e di Sinistra democristiane su questo punto spesso non si sono distinte. Non si sono nemmeno accorte che occorresse il chiarimento teorico.

 

Qual è stato il frutto di questa insufficienza?

Il risultato è stata la politica del preambolo, assunta dall'intera Dc, al di là dei voti del XIV congresso del 1980, nell'ipotesi gratuita di un Psi (pensato come quello del centrosinistra) sempre più vicino alla Dc. Ciò spiega perché mentre al Psi si offriva un'invulnerabile capsula anerobica di resistenza biologica, non gli si chiedeva niente in contropartita.

Non si è tenuto conto del rilievo non solo pratico, ma anche teorico della politica socialista nelle amministrazioni locali che metteva in questione, sin dall'origine, il valore cooperativo della concessione preambolare. Il preambolo non faceva riferimento al Psi. I termini essenziali sono offerti dal penultimo comma che diceva: «Il congresso, pur rilevando l'evoluzione fin qui compiuta dal Pci, constata che le contrastanti posizioni tuttora esistenti sui problemi indicati non consentono alla Dc corresponsabilità di gestione con quello stesso partito; e demanda al consiglio nazionale il compito di promuovere un'iniziativa politico programmatica che, previa aperta verifica tra i partiti costituzionali nelle opportune sedi, tenda a rendere più stabile e sicuro il governo nel paese, nello spirito della solidarietà nazionale e nel riconoscimento della pari dignità delle forze politiche che intendono collaborare».

 

In termini concreti cosa ha ricavato politicamente il Psi dalla scelta compiuta dalla Dc nel XIV congresso?

Col preambolo il Psi è stato reso usufruttuario di una situazione di debolezza di Dc e Pci che, non potendo collaborare fra loro, hanno finito per privilegiare un terzo interlocutore che ha avuto per questo solo profitti netti, godendo del sistema di appoggio pendolare. Emblematico il caso della figura, immanente sulla scena politica italiana, del sindaco socialista sia nelle giunte di sinistra, sia in quelle di centrosinistra e poi pentapartite. La superficialità con cui è stato tratto questo trasformismo è stato uno degli elementi primari del processo di degradazione della vita politica italiana. Si è reso ovvio un fatto letteralmente inammissibile.

A questo punto va osservato che il preambolo ha posto sin dall'inizio una questione che è stata, prima che politica, tecnica. Ciò è rilevabile non solo dal contesto filosocialista, ma dall'idea di pari dignità che ha posto tutti i partiti cooperanti in una posizione di valore 1, valida per ciascuno, con un approccio alle nuove alleanze da stipulare con un criterio di umanità che implica sempre il riconoscimento di veto di uno degli interlocutori.

Dal punto di vista tecnico il preambolo era e rimane un non senso.

Infatti è fuori da ogni logica (e quasi irreperibile nella storia) che una forza politica garantisca unilateralmente un vantaggio a un alleato incompleto, senza contropartite.

Un fatto del genere – veramente storico ma in senso negativo – induce a credere che guai maggiori siano stati evitati solo grazie alla saggezza dell'elettorato.

 

Nonostante la difesa svolta ancora oggi dai promotori di quel documento politico da Dc – è la nostra opinione – ha pagato un prezzo molto alto...

Quest'errore tecnico della Dc ha avuto un effetto politico dirompente perché ha consentito al Pci di riprendere o mantenere forza entro una propria capsula (sempre frutto del preambolo) che lo riportava ad essere tutta l'opposizione possibile. Un modello comunista anerobico anch'esso, fu dunque deliberato con razionale insipienza dei suoi avversari.

Aldo Moro aveva compreso la cosa più importante nella crisi e anomalia italiana: che il Pci entrava in circolo solo se usciva dalla sua situazione anerobica.

In realtà il preambolo ha salvato il Pci, il quale ne era consapevole. Il compromesso storico non fu spezzato dalla Dc, ma dallo stesso Pci di cui Berlinguer aveva colto la crisi complessiva. L'area Zac e quella Andreotti se ne erano resi conto e l'avevano detto, senza successo, nelle loro mozioni.

 

In cosa consiste allora, quello che lei si ostina a chiamare «un errore tecnico»?

L'errore tecnico del preambolo (l'erroneità si badi – non è nella scelta politica, ma nella sua enunciazione che, per essere tale, diventa di principio) andava incontro un'esigenza di opposizione del Pci.

 

In questo senso qual era la strategia morotea, la terza fase?

Tale esigenza era stato l'obiettivo che Aldo Moro voleva scardinare. Moro non aveva una strategia per il dopo. Ma era adottata per il momento la strategia di un movimento avvolgente sugli avversari i quali avrebbero dato, con le loro scelte, un senso nuovo alla vita politica italiana.

La manovra di Moro aveva un carattere cavourriano. Del Cavour che assume la sinistra parlamentare e movimentista nel suo disegno unitario, convinto che occorresse dare gli italiani insieme all'Italia geografica. L'analogo fatto dell'Italia geografica era per Moro l'Italia economica, quella dei redditi crescenti, del benessere, dello sviluppo senza senso.

Sebbene Moro non abbia tematizzato a priori questa linea, essa emerge come risultante persino preterintenzionale. Per Moro era importante il coinvolgimento del Pci di allora come era allora, in una manovra di corresponsabilità che avrebbe creato una situazione molto diversa dall'attuale, in cui i comunisti compiono spericolate operazioni trasformistiche sconnesse dai bisogni nazionali e legate a un proprio salvataggio biologico connesso alla intera crisi del movimento su scala mondiale.

 

Quale fu allora la reazione del Pci?

Al momento si videro piuttosto gli elementi negativi di un tipo di unità nazionale troppo appiattita e troppo criptica nei suoi significati veri. La gestione unitaria da parte dei comunisti era diventata feticista, fino ai livelli di comitato di quartiere.

Ciò conduceva a un oggettivo sacrificio dei socialisti che cominciavano a rompere l'idea di una sinistra sempre unita. Peraltro Moro aveva dato una spiegazione dell'unità nazionale simmetrica a quella che aveva dato Berlinguer. Se per questi lo stato di necessità veniva da un pericolo da destra sul modello cileno, per Moro la spiegazione stava in una reiterata illustrazione della nostra democrazia speciale. La indicava come incompiuta, e quindi, precaria, mentre si trattava di uno pseudoconcetto, perché la democrazia non si misura su fatti esteriori, quali la partecipazione anche dei comunisti al Governo, non sostanziali, quali quello della capacità della società civile di esprimersi adeguatamente nelle istituzioni. Peraltro era il tempo in cui pareva ovvia, vera e realistica la osservazione di Berlinguer secondo cui non si governa solo col 51% dei voti, contro ogni esperienza che mostra che nelle democrazie si governa con meno del 50% dei voti.

 

Dove si arenò e perché la solidarietà nazionale?

Il limite del compromesso storico stava nel presupposto terapeutico della sua istituzione. Mancava un disegno di sviluppo in avanti. Il compromesso storico in realtà non fu formula programmatica.

I socialisti, malgrado i loro limiti culturali, istintivamente si ponevano ancora inizialmente sulla linea di sviluppo di un certo espressivismo della società civile su temi nuovi avanzati dal radicalismo. Solo successivamente avrebbero precisato la loro propensione referendiaria e di democrazia apparentemente diretta, legata all'elezione immediata del Presidente della Repubblica. Per queste ragioni la fine dell'unità nazionale, in assenza della strategia che aveva dato avvio a una fase di movimento, trovava una sua sanzione nel preambolo, che per la Dc sembrava significare «fine dell'avventura».

 

Eppure, dopo quella esperienza, iniziò per la Dc una fase di grande difficoltà, di ripiegamento interiore...

Il processo di scollamento della rappresentatività della Dc, rispetto alla base sociale e rispetto al cosiddetto retroterra cattolico non è un fenomeno intervenuto solo ad un certo punto, a una data determinata. Peraltro va notato che le linee di condotta espresse con i referendum in apparenza furono scelte dettate dal bisogno di rimanere fedeli sia alle basi sociali che al retroterra cattolico tradizionale.

In realtà la Dc è uscita sconfitta in entrambi i sensi. Ciò dimostra che processi di arroccamento non giovano alla Dc e non persuadono abbastanza il mondo cattolico. Da un certo punto di vista i referendum sono stati dei successi democristiani perché hanno messo in evidenza uno zoccolo duro ideologico che rimane elettoralmente rilevante.

Il fatto vero invece è che una Dc limitata allo «zoccolo duro» ideologico non può più fare una politica nella quale possa avere un peso risolutivo. La crisi è culturale ideologica, ma in un senso diverso e nuovo da quello del passato.

 

Come reagì la Dc a quelle trasformazioni?

Guardando da vicino le cose ci si accorge che quello che – impropriamente – chiamiamo il mondo cattolico ha subito un'evoluzione di cui la Dc ha stentato e stenta ancora di prendere atto. È una presa d'atto difficile anche per quel che riguardale trasformazioni in una società in corso di terziarizzazione. È una società dove le speranze per il futuro sono diventate più difficili a livello individuale proprio a causa della destabilizzazione profonda che non riguarda tanto le istituzioni in prima istanza, ma i modelli di vita quotidiana scanditi sempre più progressivamente dalla qualità dell'innovazione tecnologica, pervasiva dei diversi aspetti della vita. La differenza dal passato è enorme solo che si tenga presente che la rivoluzione industriale è riuscita senza sforzo a convivere per secoli accanto a una cultura contadina e a una mentalità urbana artigianale, senza alterare in profondità modi di pensare e l'etica familiare.

 

Poi, nell'81, l'apertura agli esterni... 

La Dc, nel momento della rivelazione della sua più profonda crisi – che spunta nel 1978, si consuma negli anni '70 e sembra concludersi negli inizi degli anni '80 – percepisce il problema. Tuttavia tale percezione è legata piuttosto a un'intuizione ed è sollecitata da istinto di conservazione, piuttosto che da una riconcezione del reale politico.

Sì muove così verso l'esterno, dopo che questo ambiente manifestò tutta la sua inquietudine. Ambiente che è poi ancora quello cattolico, ma che ha già compiuto analisi migliori: le Acli con la elaborazione di una visione nuova (vecchia solo perché «tocquevilliana») della società civile in rapporto a quella politica, l'Azione cattolica con la scelta religiosa (vecchia nella misura che è conciliare, nuova perché contrasta con un trend precedente)che va in parallelo alla prospettiva aclista, per riprendere autonomia dalla politica del partito che si vuole cristiano almeno come rappresentanza di movimento storico determinato dopo Porta Pia. La stessa crisi dell'unità sindacale fa riemergere nella Cisl domande di politica cristianamente ispirata di tipo nuovo.

 

Fu quindi un'illusione quella di ritenere possibile il superamento della crisi democristiana come un'operazione come quella dell'81?

La Dc cerca di identificare un ambiente culturale formato da esterni – soprattutto intellettuali e dirigenti , che possono essere chiamati in aiuto. Ad essi si rivolge, non senza coraggio e non senza autocritica. Le iniziative prese dalla Dc verso i cosiddetti esterni, nonostante un tentativo generoso del partito hanno, rivelava, tuttavia oltre che un quadro organizzato desueto, anche la debolezza di un ambiente culturale, già frantumato e frammentario nei suoi contributi. Si ripete un po' la logica del convegno di Lucca del 1967, quando la segreteria della Dc immaginava ancora di poter fare assegnamento su un modo culturale non solo omogeneo ma disposto a fare riferimento ovvio ancora sul partito.

È un ambiente culturale meno sensibile alle ragioni religiose (almeno nella loro presentazione) e diseducato a pensare politicamente.

Lo sforzo principale degli esterni, apparve in seguito prevalentemente diretto a ritagliare fette di potere ai politici di professione segnando o delusioni con ritiri tattici, o acquisizioni di ruoli in cui l'esterno è diventato completamente interno. Doveva essere rilevatrice la discussione sui posti in Consiglio nazionale della Dc che divise l'assemblea degli esterni, assai più del dovuto e del decente. La questione degli esterni fu affrontata senza che si definisse lo spessore politico culturale di una matrice riferibile alla Dc. Tra gli esterni rimaneva in coltura una psicologia dell'alternativa alla Dc, di cui l'eventuale rinnovamento era solo un tentativo da attendere con scetticismo alla prova (degli altri). Gli esterni entrati nel partito senza condizioni, per questo, sono restati rara avis.

Un caso emblematico è quello costituito da Roberto Ruffilli: della sua eccezionalità si sono accorti purtroppo anche i suoi assassini.

 

Qui si innesta una riflessione sul rapporto fede politica troppo spesso, forse, considerato secondo schemi statici, mentre si tratta di un problema da affrontare in una prospettiva dinamica. 

In un certo senso è così, la crisi della Dc continuava ad essere vista in quella fase come autarchica, autonoma rispetto allo sviluppo della società italiana. Soggettiva ed interiore. In questo senso girava su se stessa e per questo si rivolgeva carica di illusioni agli esterni cattolici, riprendeva atteggiamenti di apprezzamento verso i movimenti fino alle esagerazioni di Cl che si qualificava né per la politica né per la religiosità (inopinatamente privilegiato per la sua capacità di far rumore), ma per un attivismo neopelagiano con fini di potere.

La questione morale, che investiva il partito in una dimensione corporativa, così finiva per cercare la sua soluzione negli atteggiamenti e i comportamenti individuali, mentre trascurava l'omissione di conoscenza e comprensione del nuovo sociale emergente in modo confuso e spontaneistico. Veniva dimenticato che la moralità politica si caratterizza come rapporto a due, tra una volontà attiva e costruttiva e un reale da elaborare e rielaborare di continuo.

Nella speranza di esser più chiari occorre osservare che l'indicazione ha una sua gravità perché l'intuizione di questa realtà riapre una questione antichissima, che ha avuto nei secoli alti e bassi. È la questione del volere che si deve dare all'attività terrena e naturale. Ciò è colto assai bene da Maritain all'inizio del suo Umanesimo integrale. Ma Maritain pecca per difetto. Quando vede, attraverso il molinismo e il protestantesimo, un riproporsi della polemica sulla Grazia e la libertà di Pelagio e di Agostino, egli sembra attribuire un valore contingente a una questione che è permanente nella vita storica della Chiesa.

La trascuratezza di questo dato preliminare dell'approccio teologico alla politica ha impedito che la cultura democratico cristiana emergesse al netto anche nei confronti e nei dibattiti polemici che avevano per posta la legittimazione storica del partito. In simile situazione di gracilità, che implica deficienza nella indicazione dei pochi valori che veramente valgono, è accaduto che agli inizi degli anni '80 si presentassero a maturazione richieste di soluzioni di problemi nuovi comunque giunti a un punto dove la staticità non è più possibile.

La Dc sembrava, purtroppo, aver confuso la stabilità con la stabilizzazione, secondo una distorsione del pensiero degasperiano: in realtà De Gasperi è stato, sotto questo punto di vista, un uomo molto diverso. Lo prova una sua rilettura(anche autocritica per noi) che lo rivela piuttosto preoccupato di governare i cambiamenti. Se si pensa all'Eni o alla cosiddetta «operazione Sturzo» si vede come De Gasperi non confondesse le due cose.

 

Dopo la segreteria Piccoli la sinistra dc torna alla guida del partito. Qual è la risposta che De Mita prevede per i problemi aperti nella società? C'è una consapevolezza diversa della complessità che ci si trova a dover affrontare? 

A problemi nuovi e molto concreti (cito ad esempio l'ambiente, e la droga) la risposta politica tentata è stata di natura prevalentemente istituzionale. Si è proposta una riforma delle istituzioni in modo da adeguarle alle nuove necessità.

Il principio della vita istituzionale è stato buono, perché ogni movimento deve, a fasi alterne, codificarsi in una regola. Senza l'esito istituzionale non si ha che caos. Politicamente è stato alla base dell'iniziativa politica di Ciriaco De Mita, prima come segretario della Dc e poi come presidente del consiglio.

L'elemento di novità di De Mita è stato lo sforzo di rendere sistematico il riformismo istituzionale, unitamente a una richiesta di consenso legato a una persona e a un gruppo (di cultura politica) di cui sia espressione. Non si tratta di una ricerca di efficienza in se stessa (che non sarebbe stata comunque un male), ma di efficacia complessiva. La fase aperta da De Mita si era fissata su un'ipotesi ottimista secondo la quale Dc possedesse, in modo riflesso e abbastanza compiuto, una percezione diffusa e avvertita dalla crisi e che la società civile fosse sufficientemente matura da sostenere la domanda di riforme.

 

La segreteria De Mita è stata la più lunga nella storia del partito: sette anni, dal 1982 al febbraio di quest'anno. È già possibile tracciare un bilancio politico complessivo di quest'esperienza? 

A parte le facezie sulla traduzione concreta del disegno complessivo domanda di fondo da porsi riguarda il midollo politico, ed è: la leadership di De Mita è stata – malgrado gli insegnamenti che da essa è possibile trarre – una parentesi all'interno di una biografia della Dc corposa e omogenea, o l'inizio di una fase nuova in continua dorotea?

La risposta non può essere teorica, malgrado sia stata svolta la teorizzazione negativa dell'«occupazione del potere», quale categoria specifica del politico.

La teoria della parentesi discende da una rinuncia del partito a un processo di rinnovamento che in un momento (19781980) pareva condiviso da tutti. L'opposta teoria, della continuità, comprende un'altra ipotesi che ritiene inutile il rinnovamento o lo considera già compiuto.

In ambedue i casi ci si deve chiedere se la fase iniziata con la segreteria De Mila sia stata solo un colpo di freno lungo un declino fatale della Dc. Il chiarimento e l'analisi del caso resta importante sotto molti punti di vista.

Infatti le ragioni della crisi della Dc in parte sono dell'intera nazione, in parte di una particolare formazione e figura politica, il partito di maggioranza relativa che ha partecipato a tutti i governi dopo il 1945.

 

Cosa è possibile prevedere, secondo lei, per il futuro?

Per quanto riguarda gli aspetti nazionali non c'è dubbio che la Dc, come partito principale e trainante del sistema istituzionale, coinvolge l'intera vita delloStato e trascina in alto e in basso il paese con i suoi alti e bassi.

Non si tratta di osservare specifiche e localizzabili occupazioni di potere, ma il senso complessivo di una politica. Questa può aver consumato tutte le possibilità di un'azione svoltasi su una corda in tensione i cui punti di trazione erano la guerra fredda fuori, il conflitto sociale nello sviluppo, all'interno.

La Dc da questo punto di vista potrebbe aver adempiuto semplicemente alla propria funzione storica di garanzia unitaria del paese nella fase della ricostruzione e nella fase di sdrammatizzazione che è seguita.

Da un altro punto di vista il discorso si presenza più pesantemente perché quello strato di società che politicamente e socialmente ha rappresentato sinora la Dc cercherebbe ugualmente e comunque una sua espressione. Non trovandola, potrebbe aprirsi ad ogni avventura o alla frantumazione o allo Stato autoritario (che poi potrebbero essere due fasi dello stesso processo di decomposizione democratica). Si deve presumere che chi non ha scelto fino ad oggi Pci e Psi, difficilmente potrebbe cominciare oggi a farlo, perché è in crisi l'intera cultura sociale e politica che si inaugurò col movimento socialista del 1848. La proposta di sinistra socialista può avere vita inerziale, ma mai più offrire speranze di nuovi assetti sociali e civili. Il successo delle liste verdi e locali è interessante, perché se esse nascono dai ceppi storici dei grandi partiti, rivelano una fuga senza ritorno verso nuove direzioni. Uscire dalla Dc non significa entrare meccanicamente nel Pci e nel Psi o viceversa.

 

Qui probabilmente si innesta un altro problema, che riguarda quella che potremmo definire la diversità democratico cristiana: un'ispirazione a valori in apparente contrasto con il processo di secolarizzazione in atto...

C'è, è vero, per la Dc un problema peculiare che è quello di un partito cristianamente ispirato che tuttavia è aconfessionale e laico. Da qui scaturisce un impulso unico in uno strato cospicuo e capace di classe dirigente che non può essere considerato un accidente. Anche se si rivela in Italia in tal modo, esso appartiene a un risultato di formazione omogenea alla dottrina della Chiesa ed è ineliminabile in questa fase storica di riorientamento della vita civile in tutto il mondo sviluppato dove l'influenza culturale del cristianesimo è ancora attiva e creativa.

Il tema dell'ispirazione religiosa dell'azione politica, per sé, è inesauribile e ha non meno di una ventina di specificazioni: quella democristiana è soltanto una.

La peculiarità democristiana resta un fatto notevole che non può essere scartato anche in fase di secolarizzazione. Questa riguarda certamente le masse e i loro comportamenti, connessi a molti abitudini e costumi, e nelle leggi rivela una matrice culturalmente cristiana, ma con la perdita del senso religioso iniziale. Riguarda meno i gruppi dirigenti che restano sensibili a una gestione che oggi si fa più acuto e non più leggera, con la crisi delle ideologie. Le stesse masse secolarizzate si attendono dai dirigenti sociali e politici comportamenti impegnati, paradossalmente non secolarizzati.

La crisi delle ideologie concerne solo le strutture concettuali asserite e condizionate dal fine politico immediato, da una versione aggiornata della ragion di Stato. Essa è connessa alla figura dell'intellettuale organico che è del tutto fuori mercato.

Quella crisi non concerne la cultura politica come tale. Questa è ancora una volta il soggetto che mette in crisi le ideologie smascherandone la strumentalità.

 

E questa riflessione quali sviluppi determina?

Questo implica una riflessione nuova che non è ancora cominciata. Il dibattito culturale politico finora è caratterizzato solo da revisionismo. I comunisti sono quelli più spinti per ragioni ben note. Ma tutti i partiti stanno cercando di capire perché siano al mondo, interpellando fatti e figure del passato.

È certo un passaggio analitico necessario, ma che deve dare e dà risultati prospettici.

 

Quindi secondo lei c'è ancora un futuro per i partiti per la politica...

Credo di sì, a patto che non si prescinda da due elementi fondamentali che sono emersi in questi ultimi anni.

Il primo è la necessità della progettualità. È un risultato che riguarda da vicino le grandi culture che hanno avuto egemonia con tendenze universalistiche.

L'idea di futuro è nel cristianesimo un sostegno insostituibile dell'idea di salvezza che si realizza nel tempo. L'idea e la prassi di una continua conversione rende nobile e pratica l'idea di proposito e quindi di proposta.

Un'idea di progetto politico in senso stretto viene dalla cultura socialista postasi in funzione critica rispetto al processo di sviluppo del capitalismo. Questo è nato secondo impulsi casuali, orientati nella stessa direzione di sviluppo solo da quella che è stata definita convergenza tecnologica e dalla massimizzazione del profitto. In tutto questo il mito borghese della «mano invisibile» è un nonsenso, come ricerca di una provvidenzialità razionale dove c'erada valorizzare solo il risultato di un confronto di forze con vinti e vincitori.

Il progettualismo di oggi non nasce come pianificazione economica, che può esserne una frazione, ma dalla necessità di evitare le sofferenze legate allo sviluppo industriale del capitalismo: sistema di fabbrica, pauperismo, disoccupazione, colonialismo, imperialismo, sfruttamento umano diffuso, tecnocrazia (nel senso corretto, non antitecnologico, di dominio delle logiche di fabbrica). Sono elementi rimasti presenti nei socialismi realizzati. Nasce dal bisogno di dare sicurezza su un futuro che diventa occasione continua di angoscia. La stessa questione della pace si rivelacome domanda di progettualità. Occorre infatti tener presente che la sola forma continua e millenaria di programmazione pubblica ha riguardato o la guerra o la potenza dello Stato (spesso a essa connessa). Lo sforzo progettuale per la guerra va trasferito sulla pace con la stessa interattività e la stessa richiesta di dedizione (la guerra esige sacrifici umani).

 

E il secondo elemento a cui lei faceva riferimento?

Il secondo elemento di novità è lo sviluppo tecnologico non riducibile a macchinismo o a strutturazione produttiva di beni di largo consumo. La nuova tecnologia è pervasiva. Cioè penetra in tutte le forme di vita e di costume e non convive più con forme tradizionali, ma le sostituisce. Per intenderci: se la rivoluzione industriale non ha soppiantato per secoli l'agricoltura e la cultura contadina nelle campagne e artigianale nelle città, convivendo con esse, le nuove tecnologie non lo consentono più. Le comunicazioni (stampa, telematica e trasporti) incidono sul modo di vivere non limitatamente agli addetti e neppure agli utenti immediati.

Ciò implica una cultura del cambiamento che predisponga, insieme, all'accoglimento e la controllo delle novità.

Questo significa instaurare un vero governo della modernizzazione per non cadere nella «trappola di Capek»: il robotismo, che giustifica la sottomissione degli uomini ai loro prodotti più o meno intelligenti. In questo senso la cultura politica entra in crisi, ma prospetta la sua rinascita, come valorizzazione della creatività che fa coincidere soddisfazione e trasparenza delle opere comuni, dando al «sociale» una dimensione personalistica finora sconosciuta.

Tutto questo non può essere richiesto a un partito politico, perché esige il vivere valori che traggono origine, hanno la fonte prima e fuori della politica.

Per quanto è anche ingiusto caricare i partiti del compito di dare la felicità.

I partiti si giustificano come grandi «diaconie», strutture di servizio, che operano al fine di rimuovere gli ostacoli all'espansione delle persone, sia nella sfera individuale che in quella collettiva.

La critica delle esperienze passate diventa, così, attività politica primaria. Capire il fenomeno comunista e socialista è importante tanto quanto rimanere attenti nei confronti dell'integralismo cristiano. Il socialcomunismo (politica) si è posto come una fede. L'integralismo cristiano (religiosità) si è posto come una politica.

Il compito di un rinnovamento politico potrebbe trovare spunti in queste considerazioni, per sfuggire alla piccola manovra dei vertici, che in uno scambio chiuso fra di loro si sottomettano reciprocamente per vantaggi di ceto che provocano poi l'insurrezione che si manifesta nelle forme più disparate, violente e non violente, che significano scissione tra chi è deputato a dirigere e chi vuole solo essere bene diretto.