«Un giorno bussarono alla mia porta quattro ragazzi. Era il 1976, me li mandava La Pira. I loro nomi erano Rocco Buttiglione, Roberto Formigoni, Guido Folloni e Fiorenzo Tagliabue. L'idea era molto semplice: creare una rivista che potesse divenire strumento di aggregazione e ricomposizione dell'area cattolica». Chi parla è Vittorio Citterich, mezzo busto del Tg1, ma soprattutto protagonista e testimone degli anni indimenticabili di Giorgio La Pira a Firenze. La storia de il Sabato, il settimanale oggi divenuto megafono di Comunione Liberazione e del Movimento Popolare, passa attraverso lui. All'inizio il ruolo del giornale doveva essere diverso, e non poco, da quello di oggi. Da Citterich, che della vicenda e di questo settimanale parla con un pizzico di disagio ma con pieno rispetto, ci siamo fatti raccontare come nacque quest'esperienza, quali dovevano essere gli obiettivi e chi vi doveva partecipare.
«Della rivista si comincia a parlare, come detto, in quel 1976, ma devo premettere che allora io ignoravo gran parte della storia di Comunione e Liberazione ed il travaglio del mondo cattolico italiano di quegl'anni, perché nel 1968, momento cardine di questa vicenda, ero corrispondente da Mosca e quindi fuori dal mondo».
Cosa rispose ai quattro ragazzi?
La risposta non arrivò subito. Qualcuno mi invitava a dargli retta, qualcun altro cercava di dissuadermi. Mi recai allora da La Pira e gli posi il problema. «Che devo fare? gli chiesi». «Fallo – mi rispose – sono ragazzi freschi, intelligenti e un po' accaniti. Levagli l'accanimento e vai avanti». Il primo numero uscì nel 1978.
Perché come nome venne scelto «Il Sabato»?
La Pira consigliò un nome biblico. Si parlò ad esempio dell'Esodo. Poi proposi il Sabato e così fu.
Chi venne coinvolto?
Andammo a parlare con don Giussani e poi cercammo un po' tutti. Nella rete del comitato di redazione rimasero subito Pierino Graziani, Carlo Luna, Angela Buttiglione e Luigi De Fabiani, che firmava da responsabile del giornale.
Quale era l'identità del settimanale?
Ci collocavamo in un momento molto chiaro nel prepolitico. Nostra intenzione non era quella di fare politica né difendere, come diceva il primo editoriale, alcuna «fazione o chiesuola». Volevamo solamente creare una voce contro il radical-socialismo molto di moda in quel periodo, ed uno strumento per il laicato cattolico.
Si cercarono di coinvolgere alcuni movimenti cattolici in particolare?
No. Cercavamo le persone, non i movimenti. L'editoriale del primo numero parla chiaro anche a proposito: contro le diaspore, «valorizzando storie ed esperienze diverse». Nel primo numero, non a caso, intervistammo Padre Sorge che aveva appena scritto un libro sulla ricomposizione cattolica. Realizzammo poi tutta una serie di dialoghi paralleli proprio in questa prospettiva di colloquio e di recupero dell'identità cristiana. Ricordo i primi che mettevano di fronte Del Noce a Mancini e don Giussani a Baget Bozzo.
E finanziariamente, come campava?
Beh, un po' con lo sputo. Pochi mezzi e tanto volontariato. All'inizio cominciammo con una diffusione localizzata, prima in Lombardia e a Roma. Poi arrivò la vendita militante di fronte alle parrocchie. Intanto le prime pubblicità cominciavano a giungere. Ma le risorse non erano molte.
Poi la situazione muta...
Il vento non cambia di botto. Prima si allontana Graziani, poi Angela Buttiglione, alla fine me ne vado io. Il Sabato intanto è diventato fatto di fazione per divenire strumento di una parte della Dc e di una parte romana della Dc, con uno stile cristianamente intollerabile, tipico di altre sperienze.
È possibile dare una definizione in poche parole di quello che il giornale allora voleva essere?
Vorrei ricordare ancora l'editoriale del primo numero: un settimanale senza fazioni o chiesuole da difendere. Uno strumento aperto con cui confrontarsi senza avere per forza idee uguali. Non una semplice somma di contributi diversi, ma un mezzo per potere giungere alla riscoperta dell'identità cristiana. Un giornale in cui, ed in questo don Giussani sbaglia quando parla de il Sabato di oggi, forma era la stessa cosa di sostanza.
Questo il passo dell'intervista cui fa riferimento Vittorio Citterich, che don Giussani ha rilasciato a LaStampa il 20 settembre scorso. «Correggere i modi – dice Giussani de il Sabato di oggi – e proporzionare i contenuti».
Le confesso che mi è difficile condividere questa sua convinzione. A mio parere, la prassi che ne consegue porta automaticamente a inclinare dalla testimonianza religiosa e dall'impegno culturale al gioco degli interessi di parte. Ho notato con dispiacere che il Sabato, mentre qualche tempo fa pubblicava ad esempio dei buoni servizi culturali su Kafka, su Leopardi, su Solov'ëv, su Michel de Certeau, oggi è riempito da aggressivi articoli di polemica politica che invadono persino le copertine...
Vede, il punto per me centrale non è mai stato il politico, ma l'incremento dell'educazione della persona e di ciò che la favorisce. Di lì in poi si va avanti seguendo la prudenza, che percepisce l'utile e il giusto. Se si tien conto di tutti i fattori, non si cade nella partigianeria. Per quel che riguarda il Sabato deve tener presente che si tratta di un settimanale di punta, fatto da giovani, e che le sue posizioni non possono essere sempre identificate con quelle della nostra Fraternità. Valutare Cl, dalla realtà de il Sabato è un'operazione voluta e non disinteressata. Circa tante modalità sono d'accordo che il Sabato deve correggere modi, tanti modi, e proporzionare meglio i contenuti.
Mi è rincresciuto moltissimo che abbiano reso pubblico quell'ormai famoso libro bianco, di cui non condivido certi toni alterati, proprio nella settimana del Meeting di Rimini, che è una festa di fraternità e di gioia, con iniziative anche culturalmente importanti.

