0 - Ottobre 1989
25-26
Società

Occupazione e Mezzogiorno

Settantasei - Occupazione e Mezzogiorno pagina 25-26
La questione meridionale può tornare ad essere momento centrale del dibattito politico. Fuori dalle stanche logiche del fatalismo. La sinistra dc recupererà il suo ruolo se sarà in grado di ridefinire progetti e programmi per il Mezzogiorno.

Comprendo tra gli scopi di Settantasei anche quello di voler essere elemento di dialogo e di dibattito per tentare di aggiornare il ruolo, un po' sbiadito, della sinistra dc nel Partito e nel Paese, le considerazioni seguenti ritengono la Questione Meridionale una delle questioni prioritarie e centrali della politica italiana.

In primo luogo bisogna sottolineare il grave ritardo della classe dirigente democratico-cristiana nell'elaborare e nel definire una adeguata strategia di sviluppo del Mezzogiorno, nella consapevolezza che non si dà un contributo alla crescita reale del Paese ed alla sua integrazione europea se si trascurano i problemi e le difficoltà del Mezzogiorno.

Ritardi storici, come quello del Mezzogiorno verso il resto del Paese, si colmano solo con maggiore impegno da parte di tutti, anche se diverse difficoltà esistono.

Purtroppo solamente dopo quasi un secolo dalla unificazione politica del Paese, nel 1950, con l'istituzione della Cassa del Mezzogiorno, – grazie all'apporto determinante della Svimez di Menichella, Giordani e Saraceno, viene avviata, di fatto, la sua unificazione economica.

Fu proprio negli anni 50 che venne elaborato quel progetto ambizioso di programmazione e di sviluppo economico quale il Piano Vanoni, basato sull'analisi e sul rigore scientifico, che indicava tra gli obiettivi . fondamentali la piena occupazione ed il riequilibrio tra Nord e Sud.

Già dopo il primo decennio dall'istituzione della Cassa del Mezzogiorno si avvertivano gli effetti positivi; l'economia meridionale non era basata solamente sull'agricoltura di sussistenza, la società aveva assunto caratteristiche prevalenti di tipo urbano, il territorio si era arricchito di infrastrutture, la qualità della vita era migliorata, allo sviluppo economico seguì anche il boom delle nascite.

Fino allo shock petrolifero del 1973 era conveniente investire nel Mezzogiorno, infatti, fino a questo periodo, l'economia meridionale era riuscita a tenere il passo con quella del Nord.

Subito dopo la crisi inizia nel Nord il processo di ristrutturazione e di riconversione industriale, mentre nel Sud questo processo si è realizzato in ritardo e in maniera modesta.

Con la crisi degli anni settanta si è frantumata quella spirale che aveva favorito, grazie a condizioni di maggiore convenienza, l'insediamento nella realtà meridionale di grandi aziende manifatturiere del Nord e di imprese straniere.

Notevole rilevanza assume il fenomeno della disoccupazione, infatti la crisi ha liberato forza lavoro che è rimasta disoccupata sul mercato. La dinamica dell'occupazione in questo periodo è stata costantemente divaricata ed anche negli ultimi tempi nel Nord si può dire che non c'è disoccupazione mentre nel Sud esiste sempre una forte tendenza alla crescita della disoccupazione.

La disoccupazione presente nel nostro Paese, a causa del forte tasso di disoccupazione giovanile e femminile presente nel Mezzogiorno, ha una media più alta sia rispetto ai Paesi Ocse che a quelli della Cee. Nel 1988 l'occupazione in Italia si è complessivamente accresciuta di 266.000 unità, ma l'aumento ha interessato per oltre il 95% il Nord. L'aumento della disoccupazione meridionale (+ 140.000 unità) nel 1988 è dovuto per il 70% alle persone in cerca di prima occupazione, che invece hanno contribuito per oltre il 50% alla riduzione della disoccupazione nel resto del Paese (Svimez – Rapporto1988sull'economia nel Mezzogiorno).

Questi dati, anche se vanno arricchiti e meglio interpretati, devono far riflettere l'intera classe politica sul futuro soprattutto delle giovani generazioni meridionali.

Alla vigilia del 1993 è importante non trascurare i problemi del Mezzogiorno perché nei prossimi anni l'Europa tornerà ad essere il centro propulsore della iniziativa economica mondiale, ed anche se l'Italia, grazie al Nord, è tra i paesi europei quello che è cresciuto un po' di più, senza il Mezzogiorno non sarà in grado di reggere il ritmo degli altri paesi occidentali.

Va anche detto che il Meridione, rispetto al Nord ed agli altri Paesi Europei, non è tanto sottodimensionato in termini di infrastrutture civili quanto in termini di infrastrutture economiche e di arretratezza culturale nella gestione della Pubblica Amministrazione.

Risulta importante, quindi, sviluppare nel Mezzogiorno una rete di servizi moderni ed avanzati, accrescendo i fondi e le strutture per la ricerca, favorendo la formazione e al qualificazione dei quadri e dei dirigenti della Pubblica Amministrazione, soprattutto di quella locale dove spesso le clientele favoriscono fenomeni di corruzione e di arretratezza culturale.

La sinistra recupera il suo ruolo nel momento in cui è in grado di ridefinire progetti e programmi di sviluppo per il Paese, recuperando la capacità di analisi critica e di proposta, non continuando a sottovalutare, come è stato fatto in questi anni, la centralità politica della questione meridionale.

Non c'è crescita occupazionale se non c'è sviluppo economico; è in questo senso che le politiche occupazionali (che devono essere rivolte in primo luogo alle aree più depresse, ai disoccupati di lungo periodo ed alle donne) devono saper guardare alle politiche dello sviluppo.