1 - Novembre 1989
16-18
Cattolici

Più laico dei laici

Settantasei - Più laico dei laici pagina 16-18
Intervista a Mario Marazziti "Il cattolico in politica deve imparare ad essere più laico dei laici, non più laicizzato, più capace di tradurre continuamente i valori in comportamenti".

Una parte sempre più vasta del mondo cattolico denuncia il suo disagio verso una politica divenuta mera gestione dell'esistente, se non addirittura mezzo di illecito arricchimento personale. Associazioni e movimenti impegnati in campo sociale, pur tenendo a non confondere la loro opera con l'attività partitica, si pongono nei confronti della politica in un esigente atteggiamento critico, e chiedono – come cittadini, prima che come cattolici – una gestione più onesta dei beni pubblici, una maggiore attenzione al bene comune, e una più alta progettualità.

Il loro messaggio è una sfida a tutte le forze politiche e, in particolare, alla Dc: essa non potrà più contare su una quasi automatica raccolta del voto dei cattolici, ma dovrà guadagnarselo con programmi validi ed efficaci, che rispondano ai reali bisogni della società.

«Io sono fra coloro che hanno un'alta concezione della politica e un'alta concezione della Chiesa. Per questo ritengo che un'associazione ecclesiale come la Comunità di S. Egidio abbia grandi responsabilità di fronte alla società, al vivere comune, e quindi, in questo senso, anche alla politica; ma penso che la sua responsabilità primaria sia di tenere fermo il primato dell'annuncio del Vangelo, dell'ascolto della Parola di Dio, del servizio ai poveri, e del lavoro nell'amicizia per il dialogo ecumenico e intereligioso. Questi primati non possono mai essere messi in discussione dal pur importante impegno in campo civile, sociale, e politico». ,Così esordisce Mario Marazziti della Comunità di San Egidio, che abbiamo incontrato per rivolgergli alcune domande sul perché di quel disagio che essi, insieme ad altri, hanno denunciato.

 

Dott. Marazziti, quale intervento in politica è allora consentito alle associazioni?

Faccio l'esempio di Roma. Come Andrea Ricciardi, presidente della nostra Comunità, ha recentemente sottolineato in un intervento pubblico, i problemi di questa città sono molto gravi, e derivano in buona parte dalla carenza di un personale politico che cerchi di uscire dall'ordinaria amministrazione e dal piccolo cabotaggio, e che maturi un progetto adeguato ad una città con una storia complessa, ampia, e aperta all'universale come Roma. Sia prima che dopo la scadenza elettorale, sono quindi necessarie molte forze e molte energie non solo partiti che, per ideare una grande capitale, multiculturale, aperta a chi ha bisogno, e con un importante ruolo da svolgere nel nostro Paese e in tutto il bacino del Mediterraneo. In questo senso è nata dalla Comunità di S. Egidio l'idea di avviare un costituente per Roma, che veda impegnati i partiti, le forze sociali, e quelle ecclesiali, ciascuno con un compito suo proprio, di· verso, ma convergente verso una meta comune.

Dunque il ruolo di un'associazione ecclesiale in campo politico, può essere quello di denuncia, di proposta, di collaborazione su progetti concreti, di aiuto ai più poveri, di indicazione delle vie della solidarietà, che nascano da una sensibilità evangelica e da un'ispirazione cristiana, e anche il ruolo di difendere spazi che non siano quelli dell'impegno partitico. Dobbiamo scrollarci di dosso l'idea che tutto è politica: soprattutto in periodo elettorale, molti sembrano pensare che la cosa più importante siacandidarsi,mettendosi in questo modo al serviziodella comunità civile; chi ha questavocazionepuò e deve farlo, chi è mosso daideali e dal senso del bene comune devefarlo,ma questa non è assolutamente l'unica via per difendere la città e la collettività.

 

Quest'estate, proprio, alla Comunità di S; Egidio è stata attribuita la paternità del progetto di presentare una seconda lista di ispirazione cattolica per le elezioni amministrative romane. Quanto c'è di vero in ciò che hanno scritto i giornali, e quali caratteristiche pensa che avrebbe dovuto avere tale lista? 

Il fatto che molti giornali, pur in assenza di alcuna iniziativa in tal senso, abbiano riportato questa notizia è indicativo di un disagio verso la Dc di Roma, vista come partito li affari; lo sdegno morale è stato il retroterra in cui è potuta nascere un'idea di questo genere. Siamo stati indicati come promotori forse perché, oggi più di ieri, la nostra Comunità è divenuta il simbolo di ciò che è pulito, che non ha legami troppo stretti coi partiti, e che ha un forte radicamento nel sociale, tra 1 poveri. Era quindi una voce totalmente falsa ma assai verosimile. La Comunità di S. Egidio non ha mai progettato, né sta progettando di presentare alcuna lista proprio perché tiene al suo ruolo ecclesiale.

Penso che un'eventuale seconda lista d'ispirazione cristiana non sarebbe in ogni caso dovuta venire dalle associazioni, ma, se mai, dai laici che autonomamente si sarebbero dovuti assumere le proprie responsabilità; sarebbe stato inoltre opportuno che la qualificazione di «lista cattolica» si riferisse ai contenuti e non fosse la denominazione di testata.

 

Forse allora, dopo tanto tempo dalla sua costituzione, non ha più ragione di esserci neanche un partito che si chiama Democrazia cristiana.

Sono i processi storici a dire se un partito ha o no ragione di esistere. La Dc raccoglie circa un terzo del consenso dell'elettorato, ha un forte radicamento sociale, culturale e anche etico nella nostra società; i suoi meriti storici nella difesa della libertà nel nostro Paese, le sono riconosciuti anche dal Pci, che oggi ringrazia di aver perduto con il Fronte Popolare le elezioni del '48 (probabilmente, se esse avessero avuto un esito diverso, avrebbero portato l'Italia fuori dalla NATO, in un diverso sistema di alleanze).

Discorso diverso è se la Dc, oggi, nell'esercizio dell'azione di governo nazionale e locale, debba in tutto essere uguale a se stessa: come tutte le forze politiche italiane, penso che dovrebbe essere molto più aperta, in termini concreti e non solo astrattamente teorizzati, ai problemi della solidarietà verso i più poveri, con scelte di campo più marcate e a volte più rischiose.

 

Il Pci del «nuovo corso» sembra mostrare un'attenzione particolare agli ambienti cattolici, forse nel tentativo di guadagnarne il voto, proponendo una collaborazione per il «rinnovamento della politica» ad una parte della Dc. Qual è il suo giudizio riguardo a tale sforzo?

Nel Pci è in atto una grande trasformazione i cui esiti non sono ben chiari neanche agli stessi comunisti; potrebbe scaturirne un partito più aperto ai grandi valori del patrimonio cattolico italiano, ovvero, per una serie di altre ragioni, un partito popolare di istanze «radicali», che invece condurrebbero a una maggiore rigidezza verso gli stessi.

È innegabile che vi sia una generale disponibilità verso gli ambienti cattolici: anche noi della Comunità siamo stati fatti segno di molta attenzione da parte del Pci e delle forze politiche più eterogenee, qualche volta avendo però l'impressione che si volessero quasi usare le comunità ecclesiali come candeggina per ripulire le liste, o per dare delle malleverie in modo un po' affrettato.

Non a caso ciò si è verificato più in un momento preelettorale che in una fase di amministrazione e di progettazione.

Credo comunque che avremmo tutti da guadagnare se il nuovo Pci riuscirà ad essere un partito pienamente democratico, aperto, non settario, attento a istanze di filoni culturali non propriamente comunisti; gli si può augurare di non restare prigioniero di un processo in cui sia costretto ad inseguire le istanze centrifughe che nascono dalla società, e che per essere un po' verde, un po' radicale, un po' femminista, un po' attento ai diritti civili, si trovi alla fine ad essere lacerato in tanti spezzoni.

 

Questo Pci ancora «in mezzo al guado» riuscirà – secondo lei – ad attrarre una parte consistente del voto dei cattolici, magari sfruttando quel disagio verso la Dc cui prima faceva riferimento?

È difficile fare i profeti. Il voto dei cattolici coincide solo in parte con quello della Dc; una grande parte del mondo cattolico, allargatasi negli ultimi vent'anni, riversa il suo voto non solo nel Pci, ma in tutti i partiti. Se in questo particolare momento, un certo disagio verso la Dc a Roma possa favorire una spinta centrifuga o all'astensionismo? Tutti dicono che accadrà, è verosimile che accada, potrebbe anche non accadere: proprio perché è tanto diffusa nell'opinione pubblica questa convinzione, come avviene dopo i sondaggi d'opinione che danno per sicuri alcuni eventi, può crearsi una spinta contraria.

 

Recentemente alcuni esponenti di Comunione e Liberazione si sono dimessi dal consiglio d'amministrazione de «il Sabato». Secondo lei che significato può avere questo gesto: porterà effettivi cambiamenti, o si è trattato di un'operazione «di facciata»?

L'uscita di Cl da «Il Sabato» (che ancora non è completa poiché il consigliere delegato è ancora di Cl) è stato un atto dovuto e forse addirittura tardivo.

Quali conseguenze potrà avere? In un giornale quando si sostituisce il direttore, si verifica sempre qualche cambiamento di linea; tuttavia non vedo segnali che indichino la scelta da parte di Cl di una condotta più religiosa di quella tenuta fino a quindici giorni fa. In primo luogo ho l'impressione che l'interscambio fra Mp e Cl sia ancora molto fitto, e che quindi sia stato troppo amplificato il significato di questo gesto. Inoltre, a mio parere, se si pensa che alcune persone abbiano operato male, non si cerca di farle dimettere da Il Sabato per riprenderle in casa, ma si mandano fuori di casa.

In terzo luogo mi risulta che venga ancora distribuito dai militanti sia di Mp che di Cl il documento «Il gigante e la Cascina», che è stato all'origine degli attacchi scomposti al Presidente della Repubblica e a De Mita. Per quanto ci riguarda mi auguro che, dopo la stagione estiva che ha visto Il Sabato attaccare con accuse ridicole la Comunità di S. Egidio, vengano almeno pubblicate le lettere di precisazione che noi abbiamo inviato e che ancora non sono comparse su quelle pagine.

La mia speranza è che, per il bene di tutto il mondo cattolico e della società italiana, si plachi il clima di scontro fra gruppi, associazioni, e movimenti suscitato da Il Sabato l'ultima stagione. Quindi, se per motivi tattici, strategici, o per reale cambiamento, Il Sabato, Mp, e Cl smetteranno di creare il clima un po' inquinato cui abbiamo assistito negli ultimi tempi, io sarò il primo a salutarlo con gioia, perché penso che ne abbiamo tutti bisogno.

 

Esiste secondo lei una specificità nel modo di occuparsi di politica del cattolico, e, se c'è, in che cosa si manifesta?

Difficile trovare una particolarità dei cattolici: la loro prima caratteristica dovrebbe essere la serietà, la competenza, e la professionalità laica in politica. In secondo luogo, se una specificità può e deve esserci, quella dell'abitudine alla complessità, che il cristiano ricava dalla mediazione tra Vangelo e pratica della fede. Il cattolico in politica deve imparare ad essere più laico dei laici, non più laicizzato; più capace di tradurre continuamente i valori in comportamenti.

 

Straniero: vedi alla voce razzismo

Villa Literno, 1 maggio 1989. Il Sindaco Aldo Riccardi, espressione di una giunta "anomala" Dc-Pci, presenta il progetto di un centro di accoglienza per gli immigrati del terzo mondo.

Una raccolta di firme da parte del Movimento Sociale, appoggiata, si dice, da alcuni personaggi legati al Partito Socialista (principale escluso dalla giunta comunale), e la sabbia gettata da un assessore regionale, bloccano l'esecuzione del progetto. Dell'idea abortita si tornerà a parlare nel mese di agosto, quando la sconosciutissima Villa Literno, scalerà la fama, e le prime pagine dei giornali nazionali, per la morte di Jerry Essan Masslo, il primo assassinio dalle tinte razziste di un lavoratore extracomunitario in Italia. Da questo momento, tutti si scoprono esperti del problema. Claudio Martelli, vicesegretario socialista e vicepresidente del Consiglio, scavalca chiunque incontra sulla strada e si crea massimo esperto nazionale del tema. Ma c'è chi dell'assistenza e delle istanze dei lavoratori immigrati in Italia, si occupa veramente e senza improvvisazione.

Nelle ultime settimane sono arrivati in libreria due volumi, "Stranieri nostri fratelli", curato dalla comunità di Sant'Egidio, e "Stranieri a Roma" elaborato dal centro studi della Caritas diocesana di Roma. Il 76% degli studenti romani, è uno dei dati che espone la comunità di Sant'Egidio, ritiene che a monte del fenomeno immigrativo ci siano motivi giusti, ma allo stesso tempo trentacinque studenti su cento ritengono che la nuova immigrazione "rubi lavoro agli italiani", che oggi sia più presente la droga o che comunque siano aumentate le malattie.

Come dire: cari lavoratori stranieri fate bene ad andarvene dal vostro paese, ma non venite qui a dare fastidio. È questa la contraddizione italiana: da una parte si capiscono le esigenze e dall'altra si chiude la porta in faccia agli immigrati. Ed è proprio questa contraddizione che ha portato Giovanni Paolo II, celebrando il Te Deum il 31 dicembre scorso, ad accusare, di fronte a Pietro Giubilo, allora sindaco e segretario della Dc di Roma, gli amministratori capitolini di aver prodotto una città con "angoli da terzo mondo", riconoscendo alla Caritas e al mondo del volontariato cattolico il merito di essere una delle poche parti della società che abbia raggiunto risultati seri e tangibili nell'assistenza ai deboli e agli emarginati. E nell'Italia del 1989 i deboli e gli emarginati sono soprattutto questi lavoratori. Leggere per credere!

 

Mario Marazziti è uno dei dirigenti della Comunità di Sant'Egidio: ad essa aderiscono circa 8.000 persone che offrono assistenza agli anziani, agli alcolisti e ai portatori di handicap, si occupano dell'accoglienza agli immigrati dal terzo mondo, e della cura dei malati di Aids.

Da dieci anni allestiscono una mensa per i barboni della città, gestiscono un centro di accoglienza in cui circa diecimila stranieri trovano vitto, collocamento, e un attrezzato laboratorio; hanno fondato una scuola per immigrati con 1.200 iscritti, e due comunità alloggio.

Notevole importanza hanno avuto gli incontri ecumenici di preghiera per la pace, promossi dalla Comunità di Assisi nel 1986, a Roma nell'87 e nell'88, e recentemente a Varsavia col tema «War never again».