1 - Novembre 1989
20-21
Nuovo mondo

Yalta si può superare... tornando a Yalta

Settantasei - Yalta si può superare... tornando a Yalta pagina 20-21
All'Est si stanno profilando due blocchi di Paesi all'interno di quello che fu il vecchio blocco del socialismo reale: da un lato i Paesi in cerca di riforme, dall'altro Paesi ancora stalinisti come la Romania, la Germania Est, l'Albania. Unica soluzione è tornare ai veri Patti di Yalta, che prevedevano libere elezioni democratiche.

I1 secondo dopoguerra è stato dato per finito, sempre una volta per tutte, in più di una occasione nel corso degli ultimi anni: con l'avvio del «nuovo pensiero» gorbacioviano in politica estera, con l'inizio dell'abbattimento in Ungheria della Cortina di Ferro, quando il vecchio Rudolf Hess, nell'estate di due anni fa, compì il suo ultimo dovere di gerarca nazista usando un filo elettrico al posto di una capsula di cianuro. Il secondo dopoguerra non è finito, per il semplice motivo che non è ancora finita la guerra. Tecnicamente, il Giappone non ha ancora cessato le ostilità nei confronti dell'Unione Sovietica. L'armistizio del Generale Jodl non è stato seguito da nessun trattato di pace.

L'ultima settimana di settembre, comunque, ha visto la formazione di un governo a guida cattolica in Polonia occupare le copertine dei settimanali insieme alla rievocazione dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, di cui la Polonia fu la prima vittima. Tra questo anniversario e la firma degli accordi del cinque aprile tra regime comunista e Solidarnosc i fatti si sono accavallati con una velocità tale da far pensare alla fine di un'epoca: elezioni semilibere in Polonia, organizzazione di elezioni libere in Ungheria, formazione di un governo non comunista (almeno nella leadership) a Varsavia, abiura a Budapest del termine comunista da parte del partito al potere dal 1948. Intanto 50.000profughi della Germania Est sono stati accolti in Baviera. Scendendo dai treni alcuni giovani sono stati ripresi mentre gridavano: «Deutschland, Deutschland».

Se a marzo il presidente del parlamento ungherese annunciava che la Dottrina Brezhnev sulla sovranità limitata dei paesi fratelli era stata mandata definitivamente in soffitta, oggi il Pci parla di «evidente caduta di tabù ideologici in URSS», riferendosi all'atteggiamento adottato dal Cremlino di fronte all'emergenza dei profughi tedeschi. In termini più ampi, all'Europa Occidentale che dimostra una sempre crescente volontà politica di integrazione fa da contrappeso una Europa Orientale che apertamente dichiara di voler chiudere per sempre un lungo capitolo di storia. Si apre un vuoto da colmare, possibilmente in maniera non traumatica, specialmente tenendo conto del fatto che, alle aperture di Polonia ed Ungheria, si oppongono le chiusure non solo della Germania Est, ma anche e soprattutto della Romania, mentre in Cecoslovacchia, ha affermato ancora pochi giorni fa Varlav Havel, il vento della Perestrojka stenta a soffiare.

Il nodo centrale resta quello della Dottrina Brezhnev, e della capacità sovietica di resistere alla tentazione di impedire con la forza il «crollo» di quello che Jean Francois Revel, con una punta d'ingegno, definisce «l'ultimo impero coloniale della storia». È possibile individuare una sorta di soglia di sicurezza oltre la quale è meglio non andare nel cammino verso la libertà? Se Gorbaciov nel discorso pronunciato il sei luglio a Strasburgo di fronte al Parlamento Europeo, ha definito «inammissibile» ogni tipo di interferenze negli affari dei paesi del blocco dell'est, è anche vero che nello stesso discorso ha parlato di socialismo come unica possibile strada nel futuro dell'Europa.

Se Giorgio Napolitano precisa che all'Est si assiste ad una «oggettiva spinta al cambiamento», e pertanto il discorso è solamente di tempi e non di modi, il partito comunista, per bocca del suo stesso ministro degli esteri, è costretto a tentare di quadrare il cerchio parlando di «cambiamento senza destabilizzazione» per i paesi del socialismo reale. Una finezza che si basa su un ulteriore distinguo: destabilizzazione è anche stagnazione, sopravvivenza cioè dei vecchi residui dello stalinismo e dell'epoca Brezhnev. Per la Germania si profila un futuro di continua divisione, temperata dal fatto che il confine separerà due stati, ma presenza americana è un'Europa facilmente preda dell'egemonia sovietica. Quindi la Nato deve continuare ad essere presente, magari affiancando alle forze belliche una struttura utilizzabile per le emergenze da calamità naturali. Inoltre occorre tenere presente che, nonostante Gorbaciov, il sistema sovietico resta totalitario. È per questo per il fatto che un regime totalitario ha bisogno di mantenere e completamente la presa sulla società civile e quella politica se vuole continuare ad esistere, che lo stesso Gorbaciov finora è disposto a tollerare il pluralismo (i «gruppi spontanei» ufficialmente autorizzati), ma non più un popolo. Una prospettiva allettante, che trova sostegno in alcune considerazioni: 

  1. Il mantenimento dello status quo appare sempre meno probabile;
  2. Mosca difficilmente accoglierebbe oggi la proposta avanzata da Stalin nel 1952, quella di fare della Germania un unico stato vincolato da un impegno solenne a rimanere neutrale tra i due blocchi (la Germania non potrebbe mai permettersi la neutralità: una volta unita avrebbe 80 milioni di abitanti, una economia pari una volta e mezzo a quella sovietica ed un potenziale bellico secondo solo a quello sovietico); 
  3. La firma di un accordo di pace tra i due stati tedeschi e le quattro potenze vincitrici avrebbe l'effetto di congelare al momento la questione tedesca, ma non di risolverla;
  4. L'istituzione di alcuni organi consultivi e decisionali magari in materia di ambiente e problemi sociali – mantenendo la forza dei due blocchi sul territorio tedesco – sarebbe tranquillità e sicurezza nel futuro a tutte le parti coinvolte.

Sarà sufficiente questa «Neuevereinigung»? Difficilmente potrà essere una soluzione valida nel lungo periodo. Ma intanto Est ed Ovest avrebbero il tempo di mettere a punto le proprie strategie per un passaggio morbido ad una fase successiva. Soprattutto la comunità europea e la Nato, i due principali strumenti risultati vincenti in questi 40 anni, potrebbero applicare il vecchio e valido principio di Konard Adenauer, quello di preparare il terreno alla riunificazione ancorando il più possibile la Germania Federale ai valori ed alle istituzioni occidentali. Nella speranza di occidentalizzare tutta l'Europa, dal momento che, se i giovani di Berlinguer e lo stesso Walesa a Varsavia auspicano le riforme alla Gorbaciov, resta il fatto che la principale lezione da trarre da questi ultimi mesi à che l'Oriente sta dimostrando una irrefrenabile voglia di valori occidentali: multipartitismo, pluralismo, libera impresa, solidarietà (e non eguaglianza).Per citare ancora Napolitano, un'Europa senza una riconoscibile non il pluripartitismo. Restare occidentali, visti gli avvenimenti all'Est, significa infine presentare un punto di riferimento fisso per chi si batte per la libertà.

È stato detto che l'unica via d'uscita dalla logica di Yalta è tornare a quanto a Yalta fu realmente deciso: far svolgere libere elezioni in tempi brevi in tutti i paesi europei. Il paradosso non à tale oltre un certo limite. Ma più che tornare a Yalta occorre ripensare Yalta, trovando una nuova applicazione ai principi che allora, come anche alla fine della prima guerra mondiale, sembravano ispirare le relazioni internazionali. Ripensare Yalta significa rivedere, anche con una certa soddisfazione, i risultati di questi 40 anni di civiltà occidentale per riprendere un discorso interrotto, più che nel 1945, nel 1948, anno che vide la Cecoslovacchia costretta a rinunciare al piano Marshall. Solo impostando il problema in questi termini inizierà il dopoguerra – e sarà un dopoguerra molto breve.