1 - Novembre 1989
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Saggi

Moderatamente... in crisi

Settantasei - Moderatamente... in crisi pagina 22-31
Pubblichiamo un'ampia selezione di brani tratti da una ricerca di Stefano Ceccanti, ex Presidente nazionale della Fuci ed ora ricercatore Censis, sui pericoli derivanti da una dirigenza moderata per la tenuta del consenso elettorale Dc. I partiti nel «mercato elettorale», le variazioni di voto nelle subcultura cattolica e socialista. Le riforme istituzionali e l'insegnamento di Roberto Ruffilli.

Parlare di identità personali e politica, centrare l'osservazione sui cambiamenti politici prendendo come unità di misura la persona, ora come elettore, ora come «quadro dirigente», è un fatto relativamente nuovo per la storia politica del nostro Paese.

Può sembrare normale oggi, quando sappiamo che da un'elezione all'altra un cittadino su tre cambia voto, intere città ed anche piccoli paesi vedono sbalzi di consenso tra le diverse liste che prima si registravano solo su tempi ultradecennali. Solo ventuno anni fa, nel 1968, invece, concludendo un dettagliato studio sul comportamento elettorale nelle varie zone d'Italia, Giorgio Galli e gli altri ricercatori dell'Istituto Cattaneo di Bologna affermavano:

«La nostra interpretazione si basa sulla particolare influenza delle subculture socialista (intesa come comprendente Psi e Pci - nda) e cattolica e della tradizione politica di cui sono portatrici sul comportamento politico de/l'elettorato... Nelle zone nelle quali la tradizione politica è tanto radicata da essere fortemente tradizione familiare (la zona bianca e la zona rossa), dove il voto cattolico e1! voto socialista (Psi Pci – nda) si trasmettono dal padre al figlio... nelle zone nelle quali l'integrazione tra famiglia ed ambiente in termini di diffusione dell'immagine della società, di modelli di comportamento, di processo di socializzazione, risulta assai elevata. i partiti egemoni trovano il fondamento della loro egemonia, precisamente nella percezione dell'atteggiamento verso il voto come di un atteggiamento acquisito e non modificabile se non in condizioni eccezionali».

Ma oggi, dopo i terremoti elettorali degli anni più recenti chi si sentirebbe di riproporre sic et simpliciter quell'immagine d'Italia segnata da due subculture egemoni, ciascuna delle quali si poneva come realtà organica avvolgente gli individui, certo allora molto calzante?

Quel panorama politico che da Giorgio Galli, con un'espressione divenuta celebre, fu definito come «bipartitismo imperfetto», ci appare certo alquanto lontano. Se non altro perché quelle «condizioni eccezionali» a cui i ricercatori del Cattaneo nel '68 legavano i mutamenti nell'orientamento elettorale cominciano ad essere molto frequenti, a giudicare dagli sbalzi elettorali. Le analisi d'allora trovavano d'altronde riscontro non solo nella realtà del nostro Paese, ma anche in quella dei principali Paesi democratici, così come appare con evidenza, tra l'altro, dal grande affresco comparatistico sui sistemi politici europei di Stein Rokkan, il quale sosteneva che essi, negli anni '60,riflettevano in buona sostanza le fratture strutturali e partitiche degli anni '20, che gli elettorati apparivano come «congelati» dentro quelle fratture, a cominciare da quelle religiose e di classe sociale.

«I partiti politici – come scrive Angelo Panebianco nell'introduzione all'edizione italiana del testo di Rokkan – erano stati in grado, costruendo networks organizzativi vitali e autonomi, di 'imprigionare' gli elettorati dentro subculture politiche nazionali fissando una volta per tutte, e mantenendo attraverso le generazioni, le lealtà elettorali della schiacciante maggioranza dei cittadini». Erano tempi in cui bastava conoscere il luogo di residenza di un individuo, la sua classe sociale e/oil livello di pratica religiosa per poter predire con quasi assoluta certezza il suo voto alle elezioni, la sua subcultura di appartenenza, il suo atteggiamento di fondo sui principali temi politici, sempre che fosse in grado di esprimerlo. La formazione politica, in una situazione del genere, consisteva per lo più in un'alfabetizzazione politica di una massa uniforme, nel trasmettere attraverso strumenti semplici una serie di dati minimi (come votare correttamente, ad es.) alla gente della propria subcultura, della medesima appartenenza.

Anche i livelli superiori di formazione, come il reclutamento di classe dirigente per gli enti locali; erano impostati nella stessa logica piramidale, unidirezionale.

Il Partito nell'area di sinistra, la Chiesa cattolica al centro trasmettevano dall'alto i principali orientamenti ad una società debolissima, quasi inesistente, al di fuori delle grandi reti organizzative nazionali.

La Chiesa cattolica e di partiti del Cln organizzano, creano, strutturano non solo la vita delle arene elettive, ma anche quella sindacale, ricreativa, culturale fino al più piccolo centro della penisola.

Le identità politiche individuali, personali sono una variabile quasi meccanicamente dipendente da quelle collettive.

Il contenuto di ogni singola scelta, dal voto alla partecipazione ad un comizio, è la «testimonianza di un'appartenenza» ossia Eli un'«identificazione organica piuttosto che di semplice rappresentanza istituzionale», per cui, il partito cui fa riferimento l'appartenente è un tessuto di relazioni

sociali organizzate, una porzione di società della quale l'elettore è e si sente partecipe... Egli vede... solo il proprio partito; e se vede gli altri partiti... (essi) sono definiti più in negativo che in positivo... tendenzialmente accomunati dall'unica categoria dell'alterità.

La Dc nel mercato elettorale

Proprio questa flessibilità, questo carattere . mediato del riferimento alla forma partito nella subcultura cattolica, illustrato in diversi studi sulla fase genetica e sulle trasformazioni della Dc italiana, spiega bene la capacità di bilanciare le perdite di suffragi (dovute alla riduzione dei praticanti nonché all'allentamento del nesso tra religione e politica per i mutamenti legati al Concilio Vaticano Il e al '68) con l'afflusso di nuovi consensi.

Se infatti sull'insieme dei praticanti (che oltre tutto tende a ridursi) la Dc scende da un 77% di suffragi degli anni '60, prima di queste grandi trasformazioni, ad un 63% nel 1985 avviene però anche un rilevante mutamento a suo vantaggio: mentre in precedenza su 100 elettori Dc solo 16 nel 1968 erano «laici», esterni alla subcultura cattolica, ora (1985) essi salgono a 29, un raddoppio percentuale certo molto rilevante.

Qui occorre però intervenire con alcune precisazioni per non cadere in schematismi troppo facili: in primo luogo non dobbiamo raffigurarci l'appartenenza cattolica odierna come un qualcosa che discrimina in modo secco e dicotomico chi sta dentro e chi sta fuori. Esistono gradi ed intensità diversi e che potremmo rendere anche con altre immagini, ad esempio quella di cerchi concentrici che si irradiano da un unico nucleo di valori.

Sul cerchio più interno, in cui possiamo collocare quel 7,8% di praticanti che rispetto alla politica si autodefinisce in primo luogo come «cattolico», autoponendo tale termine a qualsiasi altro aggettivo (il «nucleo duro» dei praticanti) la Dc raccoglie nel 1983 poco più dell'80% dei voti, mentre se si prende come unità di misura tutto il cerchio dei praticanti regolari (che comprende anche il precedente e che raggiunge oggi il 25% della popolazione italiana), si scende ad un 55% di voti Dc.

Rispetto al più ristretto «nucleo duro» qui crescono i consensi per i partiti laici e socialisti che risultano votati dai praticanti quanto dall'insieme degli italiani, mentre persiste un quasi totale sbarramento nei confronti del Pci.

Sotto i 34 anni scende ulteriormente il consenso alla Dc (la vota solo il 42% dell'insieme dei giovani praticanti) a spese di un'ulteriore rafforzamento di laici e socialisti, mentre persiste l'esclusione del Pci. Questo esito di «relativa laicizzazione» presenta una significativa discontinuità rispetto a precedenti analisi svolte nel '68 e nel '76: è venuta a cadere la forte sottorappresentazione di cui il Psi soffriva sui praticanti rispetto all'insieme della popolazione: ancora nel '76 Demoskopea rilevava un 26% di praticanti sull'insieme degli elettori Psi, quando alla subcultura cattolica apparteneva ancora il 36% degli italiani.

C'è poi da rilevare che anche la persistente quota maggioritaria di voto Dc deve con molta probabilità interpretarsi non tanto come la persistenza delle tradizionali logiche di appartenenza, ma come un consenso ora dato in termini di voto di opinione. In altri termini, come si rile1 Va anche dalla ristrettezza dell'odierno «nucleo puro» (solo un praticante su tre si autodefinisce in politica anzitutto come cattolico), molti elettori prima legati in modo organico alla subcultura cattolica continuano a votare Dc (quindi il loro comportamento esteriore non è cambiato); ma è mutata la logica di fondo del loro rapporto, che non è più di appartenenza, ma di opinione. Hanno trovato motivazioni diverse per votare Dc: fatto che però è ora esposto, secondo le caratteristiche di questo tipo di consenso, a incertezza, mutabilità, reversibilità. C'è infine da precisare che, almeno in via teorica, anche la preclusione verso il Pci potrebbe venire a cadere: già il caso del Psi, infatti, dimostra che, con mutamenti di identità, un partito può riuscire a scavalcare lo sbarramento prima esistente in suo sfavore. Non è un caso che, all'interno del travaglio che vive il Pci nel distaccarsi dalla sua identità tradizionale, una parte rilevante del dibattito verta appunto sulla possibile conquista di voto «cattolico» di opinione. Per la prima volta, infatti, la questione non è più posta in termini di passaggio da un'appartenenza ad un'altra o di creazione di una meta-appartenenza «catto-comunista», ma di semplice trasferimento del voto in questa fase politica sulla base di obiettivi programmatici laicamente accettati. Scrive infatti Filippo Gentiloni in un suo recente testo pubblicato dalla Casa Editrice del Pci a ridosso del Congresso di quel partito:

«Negli anni più recenti si può forse parlare addirittura di un ritorno di voti cattolici alla Dc, proprio di quei voti che se ne erano andati, oltre a voti giovanili di prima leva... Il voto Dc... non è facilmente riconducibile a vecchi schemi, cioè all'anticomunismo più meno viscerale, al bisogno borghese di centrismo, all'obbedienza alla gerarchia ecclesiastica... Il voto cattolico per la Dc è stato sempre laico ed oggi lo è ancora di più. Se queste riflessioni sono esatte ne devono tenere conto le forze politiche che spirano a qualche voto dei nuovi cattolici... Non significa l'ingresso in uno schieramento con canti e bandiere, come una volta; non comporta dichiarazioni di principio; non intacca la propria identità, né come singoli, né come gruppo, né politicamente né culturalmente... Sbaglia chi pensa che si riprodurrebbe il cattocomunismo, tanto chiacchierato... Oggi il livello della reciproca compenetrazione sarebbe ben altro, i tempi sono cambiati: non due fedi, né due ideologie, né due metafisiche, neppure due culture che si incrociano mediante sottili operazioni di distinzione e di mediazione, ma persone di forte impegno di fede cattolica e di forte impegno nella società che trovano nel Pci e con il Pci la possibilità di valorizzare a livello politico la loro proposta sociale. Niente di più, ma è già molto, moltissimo. È tutto quello che si può chiedere oggi ad un impegno politico rinnovato».

Accanto ai giudizi di valore, ossia alla proposta di passaggio al Pci di fette di voto di opinione, mutamento significativoche ispira la strategia del «nuovo Pci» occorre prestare attenzione anche ai giudizi di fatto espressi da Gentiloni.

In primo luogo c'è un ulteriore valutazione convergente nel vedere la tenuta della Dc in quanto dovuta a logiche di opinione che hanno bilanciato l'erosione delle appartenenze, che prosegue ulteriormente (cfr. Fig. 1). Anche la lieve ripresa della Dc nel 1987 si spiega in questa stessa chiave: «delle 22 provincie in cui la Dc continua a calare rispetto al 1983, 11 si trovano in zona interessata (quella subculturale – nda); in 11 delle 12 provincie bianche situate nelle regioni a statuto ordinario, più del 2% degli elettori si è allontanato dalla Dc tra il 1985 e il 1987». (Cfr. Fig. 2).

In secondo luogo l'impressione di Gentiloni che un travaso di voti di opinione ci sia già stato in senso inverso a quello auspicato (dal Pci verso la Dc), dimostrando l'avvenuto indebolimento delle barriere tra i due partiti cardine del sistema, reciprocamente alternativi da 40 anni, è supportata da analisi tutt'altro che superficiali dei flussi elettorali delle elezioni del 1987, tra cui in particolare quella del prof. Stefano Draghi. Questo dato conferma in modo ancor più evidente di altri la parziale laicizzazione avvenuta nel comportamento elettorale di molti cittadini: la reversibilità, per cui parte del voto dal Pci alla Dc nel 1987puòessere identificato con un voto che in buona parte in passato era andato in senso inverso, non può in alcun modo essere considerata bloccata, ossia il ritorno "a casa", ad un'appartenenza precedente. Non c'è alcuna garanzia che il viaggio di ritorno, o verso altri lidi, non avvenga prima o poi, trattandosi di voto d'opinione che reagisce ai mutamenti dell'offerta politica, dalle capacità dei gruppi dirigenti dei vari partiti. Ma si possono identificare con precisione le caratteristiche peculiari alla Dc sul mercato elettorale suscettibili di diventare fattori di forza o di debolezza a seconda delle capacità dei dirigenti, al di là del problema dell'affievolirsi delle barriere tra Dc e Pci? Scrivono Corbetta, Parisi e Schadee:

«L'esistenza di flussi di voto che dalla Dc prendono le mosse verso partiti fra loro del tutto distanti sull'asse sinistra-destra, è possibile solo se immaginiamo per questo partito una struttura a largo spettro, che vede coesistere al suo interno componenti altrettanto distanti, che propongono come equivalenti tragitti che pure hanno destinazioni radicalmente opposte. In altre parole, se la Dc può scambiare allo stesso modo con il Pci, con i partiti di centro ed il Msi, questo non è da attribuire alla confusione mentale· al relativismo politico degli elettori democristiani; ma al fatto che in questo partito coesistono componenti dalla diversa collocazione sull'asse sinistra-destra, per ognuna de/le quali diverso è il partito più prossimo. E questo peraltro un ulteriore riscontro empirico, sul piano dei movimenti elettorali, della natura composita di questo partito, in riferimento sia alla sua struttura interclassista, sia alla pluralità di gruppi e correnti che lo attraversano dal punto di vista politico ed organizzativo».

I ricercatori del Cattaneo traducono questa non collocabilità univoca della Dc come partito sull'asse destra-sinistra (fatto che la differenzia da ogni altro partito) con le due ipotesi grafiche della fig. 3.

Anche Mannheimer e Sani, che lavorano sulle auto-collocazioni degli elettori lungo l'asse destra-sinistra, si imbattono in un problema simile che risolvono graficamente come da fig. 4. In altri termini trovano quote significative di elettori Dc (reali e potenziali) in tutti i segmenti possibili di elettorato: non solo, ovviamente, in quello di centro (dove sta il 40% degli italiani), ma anche in quelli di centrosinistra e di sinistra (ciascuno con un 20% di elettori che si colloca lì) e, sull'altro lato, in quelli di centrodestra (10% degli italiani) e di Destra (68%).

Evidentemente, come mostra la fig. 4, la competitività non è la stessa lungo il continuum destra-sinistra: la Dc appare, complessivamente, con un baricentro più spostato verso il centro-destra, ma la sua forza differenziale rispetto agli altri partiti (in particolare al Pci) sta nella capacità di raccogliere consensi su uno spettro più ampio e di raccogliere consensi, sia pur minoritari, alla sinistra del centro, sottraendo così direttamente suffragi ad uno schieramento alternativistico.

Se infatti la Dc non può alienarsi le simpatie dell'elettorato moderato, che costituisce la quota maggioritaria del suo elettorato, tuttavia i rischi più seri, per la sua competitività, li corre alla sua sinistra. L'elettore moderato non ha infatti serie alternative di voto: data la riduzione di consensi del Partito Liberale non esiste più praticamente un'alternativa quantitativamente rilevante sulla destra della Dc, tranne il Msi, che però ha il fortissimo handicap dell'essere partito anti-sistema. Perciò la Dc può al massimo temere, in quest'area, degli smottamenti elettorali in direzione dell'astensione o delle liste localistiche di protesta, consensi che non vanno direttamente a sommarsi ai Partiti ad essa alternativi. Questo problema si ha invece con gli elettori Dc a Sinistra del centro che finiscono per «valere doppio»: infatti l'effetto di un loro sposamento elettorale su partiti tradizionalmente alternativi alla Dc (Pci) o potenzialmente alternativi (Verdi o Psi) è da un lato da ascrivere come perdita per la Dc e dall'altro anche come guadagno per l'altro schieramento.

L'elettore Dc a sinistra del centro ha peraltro visto crescere in questi anni le possibili opzioni alternative, in particolare con la comparsa delle Lista Verdi, particolarmente attraenti per un voto di opinione alla ricerca del «nuovo» e non disponibile a identificazioni stabili. Proprio il carattere di partito antipartito, fluido e non rigidamente organizzato dei Verdi consente l'espressione di un consenso puntuale, reversibile, oltre tutto non segnato né da un'immagine di alternatività storica alla Dc (come avviene invece per il Pci) né da elementi di laicismo (ancora presenti, sia pur in modo minimo, nei partiti laico-socialisti). Tutte le ricerche a cui ci riferiamo sul voto cattolico, sul mercato elettorale, etc. etc., sono state scritte prima dell'avvento dei Verdi. Manca quindi un'analisi accurata delle conseguenze che esso comporta per i vari partiti in competizione. Tuttavia l'impressione di un forte flusso anche da parte dell'elettorato Dc in favore dei Verdi è confermata non solo dall'esame della consistenza elettorale dei Verdi, particolarmente accentuata nelle Tre Venezie, in tutto l'arco che va da Bolzano al Friuli passando per il Veneto, quindi coincidente con le tradizionali zone di subcultura cattolica, ma anche da una prima analisi del voto europeo del 1989 tentata dal Dipartimento Organizzativo ed Elettorale Dc.

La Tab. 5 ripresa da quello studio, mostra una forte coincidenza tra provincie di maggior incremento Verde e di maggior decremento Dc: la probabile esistenza di un nesso causale è confermata anche dalla sintesi delle relazioni dei Segretari provinciali Dc contenuta nello stesso studio.

Da queste osservazioni consegue che ogni qualvolta avviene uno spostamento degli equilibri interni alla Dc si presentano problemi diversi: quando si afferma una leadership della sinistra interna si ha una certa distanza rispetto al tradizionale elettore mediano democristiano che, almeno in parte, può essere invogliato da un comportamento di astensione. Quando però il ruolo della sinistra interna esce ridimensionato la Dc si riavvicina sì al suo elettore tipo, ma con rischi ben più gravi, poiché si allontana da quelli più «a rischio», più facilmente attraibili da uno schieramento alternativistico, per altro alquanto variegato nell'offerta (Pci, Psi, Verdi, Pri): l'ostacolo psicologico che esisteva prima, ossia il fatto che al di fuori della Dc a sinistra c'era solo una sinistra ideologica di stampo comunista oggi non esiste più. Non a caso il testo di Gentiloni che prefigura la possibilità reale per un Pci «discontinuo» rispetto al passato di intercettare voti cattolici di opinione esce nel periodo in cui avviene un ridimensionamento delle componenti di sinistra interne alla Dc.

C'è, d'altronde, da rilevare che questa, in assenza di correttivi, tende ad essere l'opzione inerziale che la Dc si ritrova a vivere, spinta oltre tutto dalla europeizzazione della politica che la spinge a situarsi più decisamente su una posizione di centro/centrodestra, quella dei suoi partiti omologhi fuori d'Italia, a cominciare dalla Cdu, sia pure con maggiori aperture sociali dei Partiti Liberali e Conservatori. Inoltre, proprio il fatto che l'arena elettorale di centrodestra sia meno affollata, meno perturbata, rende forte la tentazione di adagiarvisi, di riconoscersi senza problemi in questa collocazione, già congeniale alla maggioranza del proprio elettorato.

Assai difficilmente la Dc potrebbe però restare così il perno di maggioranze stabili: l'erosione di suoi elettori e di quelli degli alleati tradizionali di centro e favore dei Verdi e, forse, almeno potenzialmente, verso Psi e Pci, configura nuovi scenari in cui non esistono già ora maggioranze chiare e autosufficienti. Fatto che tenderà già con le prossime amministrative a ripercuotersi sulla vita politica locale, la più vicina all'esperienza quotidiana del cittadino (Cfr. la Tab.6 con le possibili conseguenze di una ripetizione del voto delle Europee nelle principali provincie).

Per di più, sul breve termine, anche ammesso che il «nuovo Pci» non susciti particolare appeal tra gli elettori Dc alla sinistra del centro, non minori problemi nascono comunque dal suo travaglio ideologico e dalle sue difficoltà elettorali. Queste infatti rendono anche obsolete le tradizionali motivazioni di voto legate all'anticomunismo, provocando la fuga verso l'astensione o verso liste localistiche di parte dell'elettorato prima spinto a dare un «voto utile» contro il Pci.

Infatti l'interpretazione complessiva che i ricercatori del Cattaneo oggi ci offrono è che dal 1979 si sarebbe aperto un «ciclo di smobilitazione» in cui i due partiti maggiori, privati di un «nemico» credibile, in buona salute, perdono alternativamente: la sconfitta del Pci nel 1979 indebolisce la mobilitazione dell'elettorato Dc nel 1983 contro un «pericolo» che appare molto indebolito e certo, ormai, dopo la «solidarietà nazionale» non più definibile come «antisistema»; la caduta della Dc nel 1983 si trascina dietro quella del Pci nel 1987 che non è in grado di convogliare consensi contro il partito avversario già abbondantemente ridimensionato la volta precedente e privato della guida del Governo per la maggior parte della Legislatura.

Gli effetti di smobilitazione sono evidenti nel tributo costante che la Dc paga all'astensione: il che, come segnalano sempre Parisi, Corbetta e Schadee,«evoca l'immagine di un'erosione continua, di uno sgretolamento».

Per di più, come essi fanno rilevare, il comportamento astensionistico, una volta comparso tende a ripetersi nel tempo: poco più della metà degli astensionisti confermano la loro scelta all'occasione successiva.

In un'analisi più mirata dell'astensionismo, Parisi e Corbetta segnalano che questa area di elettori ha tre punti di forza, ossia il tradizionale elettorato Dc, le donne, i grandi centri urbani, i quali possono anche essere letti insieme, giungendo alla conclusione «che siano le donne democristiane dei capoluoghi l'epicentro del fenomeno».

Il ruolo dei dirigenti

Sottolineare la centralità del voto di opinione, della militanza svincolata dall'appartenenza, significa dire che non esiste un esito deterministico delle trasformazioni: non ci sono declini ineluttabili né affermazioni sicure per nessuno.

Tra questa nuova domanda e i vari esiti possibili c'è lo spazio dell'iniziativa dei gruppi dirigenti, c'è il peso delle regole istituzionali e della competizione intrapartitica.

Ciascun partito è certo segnato in modo molto forte dalla sua fase fondativa, dal suo modello originario, in cui si forgiano i suoi caratteri differenziali e identificanti. Ora, venendo al caso specifico della Dc, il suo essere partito laico di ispirazione cristiana rappresenta di fronte alle trasformazioni una risorsa o un handicap?

Bisogna anzitutto rilevare che persiste un legame molto forte con questo modello originario: ferma restando l'incidenza anche sulla Dc nei processi di secolarizzazione e di crisi delle appartenenze se dal livello del1'elettorato risaliamo a quello della dirigenza i dati parlano da soli, con la pratica assenza di non praticanti ai livelli più alti.

La risposta al quesito precedente, tenuto conto di questi elementi fattuali, non può essere che ambivalente: dipende in altri termini da come quell'intuizione originaria viene reinventata, riattualizzata. Quegli elementi possono risolversi in un handicap se la Dc accetta l'interpretazione restrittiva di partito di difesa degli «interessi cattolici» oppure se si abbandona al moto inerziale che la spinge ad essere un normale partito moderato europeo con qualche vago ma generico richiamo a radici religiose.

Viceversa quegli stessi elementi possono trasformarsi in una risorsa se l'ispirazione religiosa è reinterpretata lungo la via così suggerita autorevolmente da Arturo Parisi:

«Dopo un'epoca nella quale la denominazione 'cattolica' presupponeva ed evocava una precisa relazione organizzativa, disciplinare e comportamentale, proponendosi come una delle fratture principali del processo di unificazione nazionale, e prima di una nuova fase nella quale il declino della presenza cattolica potrebbe rendere del tutto irrilevante a livello di massa il riferimento religioso, proprio in questi anni sembrerebbe aprirsi una stagione nella quale la qualifica cattolica si riduce a memoria unificante, piuttosto che ad appartenenza discriminante. Conclusasi con la stagione dei referendum ogni pretesa di diretto intervento dell'organizzazione ecclesiastica nei processi di mobilitazione politicae, ancor meglio, conclusasi proprio con una sconfitta ecclesiastica, si aprirebbe una fase nella quale il nome ed il riferimento cattolico può essere speso, come mai era successo nel passato, impunemente (in corsi nel Testo NdA) senza il pericolo che soggetti esterni al partito presentino all'incasso gli impegni che da esso deriverebbero, e senza tagliar fuori dal 'mercato del prodotto democristiano' quote rilevanti di consumatori politici acattolici».

Questo comporta un mutamento rilevante della stessa formazione politica, la quale andrebbe in buona parte reimpostata in termini di disinteresse egemonico, di servizio offerto ai cittadini di vario orientamento (indipendentemente dal loro giudizio preesistente sulla Democrazia cristiana) e di specificità, ossia di valorizzazione della forma partito per quello che continua ad avere di diverso rispetto ad ogni altra presenza politica sul territorio, ossia in primo luogo la conoscenza dall'interno dei meccanismi istituzionali.

Le riforme istituzionali

La possibilità di reperire un forte consenso e quadri motivati in termini ideali per un grande partito di massa, per di più con alle spalle una lunga tradizione di governo, è tanto più forte quanto più la sfida in termini simbolici percepita dall'elettore è forte, chiara, potenzialmente molto coinvolgente. Se attraverso il voto al deputato x o al senatore y passa una scelta di tipo epocale, una possibile svolta, e non solo un piccolo aggiustamento di rapporti di forze, di difficile decodificabilità, evidentemente cresce la propensione a dare un voto valido, a non disperderlo su liste minori, ad aumentare il proprio coinvolgimento oltre il voto. È la dinamica che ha alimentato, ad esempio, le elezioni del 1948 e del 1976.

Ora, invece, la fase di smobilitazione di cui parlano i ricercatori del Cattaneo, legata all'affievolirsi della contrapposizione comunismo-anticomunismo (non resuscitabile artificialmente) porta la Dc a non essere minacciata tanto dal tradizionale partito antagonista ma da un attacco ai lati che scavalca la tradizionale Linea Maginot dell'anticomunismo, ossia dai Verdi e dalle Liste locali.

Che alla fine del percorso l'avversario egemone nel campo alternativo sia un Pci che abbia perso i residui caratteri terzinternazionalisti, compreso il nome (caratteri già marginali oggi, almeno nella percezione dell'elettorato d'opinione) o attraverso un riequilibrio a favore del Psi, per la Dc il risultato non cambia, la linea Maginot tradizionale rispetto ad un competitore così cambiato non serve proprio più. I pericoli vengono più dall'attraversamento alle spalle del neutrale Belgio (fuor di metafora dalla frammentazione del sistema, accentuata dal proporzionalismo esasperato) che non da cessioni dirette di elettorato verso il partito egemone nell'altro polo.

Per di più, mentre alla fine del processo sarà comunque possibile riprodurre una dinamica bipolare, quindi aggregante su due schieramenti guida della competizione (sia pure senza il vantaggio goduto dalla Dc nel 1948 di fronte ad un polo avversario antisistema e nel 1976 contro un avversario ancora non del tutto omogeno alla scelta di campo occidentale) la fase intermedia, fatta di accordi sempre rinegoziati, di conflitti e di paci in rapida successione, in cui sfugge al cittadino la possibilità di capire i fatti, le logiche interne, per la Dc si presenta come la più insidiosa. Tutte le indagini di opinione, ultima in ordine di tempo quella della Doxa, rivelano un amplissimo consenso per tutte le proposte che possano ridurre la frammentazione e favorire un'indicazione diretta delle formule di governo e dei governanti stessi. Percentuali plebiscitarie (Fig.7) che attraversano le divisioni di partito (Tab.8) e che, più che essere adoperate per sostenere questa o quella proposta, vanno lette come il tentativo di aggrapparsi a qualsiasi ipotesi che superi l'attuale impotenza avvertita dall'elettore.

Le soluzioni possono essere diverse: ma il punto fondamentale è che occorre prendere atto della forza di questa domanda e della necessità di dare soluzioni pronte, di valorizzare «il ruolo di un arbitro» ben preciso, ossia «il cittadino elettore, la fonte ultima della legittimazione in democrazia. È questa, in ogni caso, la via per l'ulteriore consolidamento da noi nella democrazia repubblicana, con l'avvicinamento ai modi di funzionamento ormai propri delle principali democrazie eurocontinentali. Queste... organizzano, sul piano della correzione della proporzionale, oltre che attraverso il riconoscimento da parte delle diverse forze del ruolo loro conferito dalla quantità di consenso ricevuto, un'aggregazione di maggioranza solida ed assoggettata al controllo di un'opposizione che possa a sua volta diventare maggioranza», come ha scritto con estrema precisione e chiarezza Roberto Ruffilli.

Evidentemente il passaggio alla democrazia dell'alternanza si pone come una possibilità carica di ambivalenze per la Dc. Come scrive Gianluca Salvatori nell'Introduzione al volume «Fede e politica nelle relazioni dei segretari politici della Dc 1946/1986»:

«La situazione in cui viviamo si può descrivere come una lenta transizione da una democrazia ancora poco convinta della propria solidità tanto da ritenere necessario che al Paese siano evitati i traumi di una lotta politica fondata sul principio di alternanza, ad una democrazia fiduciosa invece nel grado di omogeneità politica e culturale raggiunto dalla società italiana in questi quarant'anni, e sicura quindi che per riacquistare efficacia decisionale e capacità di indirizzo il sistema politico debba funzionare in base al principio di maggioranza. Questo passaggio da una democrazia consociativa alla democrazia dell'alternanza, considerato da molti la chiave per lo sblocco del sistema politico italiano, in parte dipenderà anche dagli atteggiamenti, dalle scelte, dai contenuti che emergono dal mondo cattolico».

Un partito che ha potuto ricevere stimoli come quelli dati da Ruffilli ha tra le mani strumenti di proposta politica e istituzionale che, se prontamente valorizzate, possono invece costituire una risorsa più che decisiva.

Anche in politica la parabola dei talenti, l'assumersi il rischio di osare, per altro non alla cieca ma sulla base di elaborazioni così valide, ha una sua profonda validità. Specialmente quando si percepisce che il tempo delle appartenenze è al tramonto decisivo.