2 - Dicembre 1989
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Speciale ZAC

La forza del dialogo e del confronto

Settantasei - La forza del dialogo e del confronto pagina 6

Nelle recenti commemorazioni Zaccagnini è stato ricordato come un «uomo semplice», schivo ai giochi di potere, il «mite Zaccagnini», non un decisionista. Tali apprezzamenti non permettono di cogliere la dimensione politica del personaggio. La politica infatti fu vissuta da lui come servizio, come arte del costruire, come dialettica; ed anzi il coraggio delle scelte ne ha caratterizzato l'esistenza. Egli, forte dei propri principi, di fronte all'ottuso totalitarismo fascista scelse la militanza partigiana, non l'acquiescenza né il silenzio.

Fu l'uomo che nel '75 dopo il disastro elettorale – Dc dal 38 al 35%; Pci dal 28 al 33% – accettò la Segreteria del Partito: un partito nel quale – a detta dello stesso Zaccagnini – «il potere era fine a se stesso e non un mezzo per fare politica». Uomo tranquillo, certo, ma anche uomo d'azione: nelle elezioni del '76 la Dc salì al 38,7% scongiurando il sorpasso.

Di lì a poco, di concerto con la linea di Moro, visse e gestì l'esperienza della «solidarietà nazionale» in un momento tra i più delicati della storia del nostro Paese.

Veniva così posta in essere la strategia del «confronto».

Attorno ai problemi dell'economia e della sicurezza nazionale, Zaccagnini e Moro riuscirono a stabilire un accordo di programma tra i vari partiti della maggioranza, a cui fu chiamato anche il Pci: addirittura gli stessi socialisti subordinarono la loro partecipazione alla presenza del Pci, consci della necessità di uno sforzo comune. Tanti erano i problemi intorno a cui aggregarsi, ma tante e gravi le divergenze.

In una simile temperie storica «Zac» riuscì a portare avanti questo difficile programma e a tenere unito il partito. La tempra e la forza morale dell'uomo politico si mostrarono, soprattutto, durante il sequestro Moro. La scelta della fermezza – non trattare con i rapitori – ancorché sofferta, fu indicativa della personalità politica di Zaccagnini: non cedere al ricatto, riaffermare lo Stato di diritto contro la violenza. Egli portò il peso più grande: dover scegliere, chiedendo agli amici di combattere con lui per dare stabilità alla nazione. In questo cammino caddero Piersanti Mattarella e Vittorio Bachelet per mano l'uno della mafia, l'altro del terrorismo. Nonostante ciò Zac fu sempre al suo posto.

Il terrorismo isolato nella sua brutale ottusità, andò perdendo le basi del consenso. L'esempio di Zac, quella carica di ideali umani e politici – il concetto di politica come scienza del vivere associato – ebbe un ruolo di primo piano, dando coesione alla maggioranza e stabilità democratica al paese. Gli anni successivi videro Zaccagnini approdare a una riflessione in termini nuovi, una dimensione assoluta del far politica. Ciò si è potuto constatare nell'ultimo Convegno, a Chianciano. Conscio della interdipendenza, oggi, tra i popoli, ha legato, come ha recentemente notato Ruggero Orfei, su Avvenire, il concetto di politica a quello della pace oltre ogni confine per guardare all'umanità: la pace come punto di partenza e di arrivo del messaggio cristiano di cui la politica è lo strumento. Già Miriam Mafai aveva notato come la politica non sia più confronto costruttivo di ideali bensì aggressione, quel sovrastarsi l'un l'altro con l'arroganza. Zac invece fu esponente di ben altra politica, non quella aggressiva e nemmeno quella dell'autocompiacimento e dell'ironia. Politica è stata per Zaccagnini la forza del dialogo e del confronto costruttivo. È questa l'eredità che ci lascia, tratta dalle esperienze spesso drammatiche della sua esistenza.