2 - Dicembre 1989
9-11
Speciale ZAC

... dopo gli anni di piombo?

Settantasei - ... dopo gli anni di piombo? pagina 9-11
L'intervista a Zaccagnini, che qui pubblichiamo, uscì sul numero di novembre del 1984 della rivista nazionale dei giovani dc, Nuova Politica. Essa faceva seguito allo scambio di lettere tra il Movimento giovanile dc, da poco rinnovatosi a Maiori, e due ex terroristi che avevano scelto di rivolgersi ai loro avversari di qualche anno prima per spiegare le ragioni della dissociazione e del pentimento.

Gli ex terroristi Barbone e Ferrandi nella lettera ai giovani dc pubblicata da questa rivista, chiedono sostanzialmente l'apertura di un dialogo per cercare di capire gli «anni di piombo» (scrivono: «Dei misteri irrisolti del terrorismo, uno dei più inquietanti è la remora e la titubanza degli intellettuali italiani e della stessa classe politica a sottoporlo a critica nel senso che al termine dava S. Paolo guardare dentro alle cose per vedere come sono fatte veramente») ma anche perché le «lacerazioni» prodotte negli anni '70 possano «ricucirsi». È possibile oggi cercare di seguire questa strada?

Una delle cose più importanti che emergono è questa volontà di dialogo, proposta alle forze politiche e spirituali da parte di coloro che hanno vissuto l'esperienza del terrorismo, credo sia proprio questo bisogno di ripensare criticamente atteggiamenti, frutto di una logica impazzita, per ritrovare un discorso comune con altri uomini, portatori di diversi valori politici e morali, per tentare di «veder dentro» alle cose. È un modo per uscire da giudizi che schematizzano ciò che in realtà non e schematizzabile. Da qui nasce una considerazione: non si può demonizzare nessuno ma bisogna sempre avere quel filo di speranza cristiana che apre la prospettiva di un ripensamento critico da parte anche di quelli che, negli «anni di piombo», ci sembravano forse irrecuperabili.

Il fenomeno della dissociazione mi pare abbia proprio quest'importante risvolto: rendere evidente che il cuore dell'uomo è sempre possibile di aperture e di dialogo ai quali certamente non si può rispondere negativamente ma bisogna rispondere con altrettanta disponibilità. Non si possono certo dimenticare le conseguenze che il terrorismo ha causato in termini di dolore, di sofferenza e di sangue ma si può cercare di guardare avanti ad una possibilità di dialogo e di comprensione. Si può arrivare a capire, perlomeno a capire, quali motivazioni vi erano, se vi erano, quali errori sono stati compiuti, quali errori potevano esserci nella struttura della nostra società per rendere possibile questa forma impazzita di reazione violenta.

Credo non sia un caso che proprio dalla preghiera di Giovanni Bachelet al funerale di suo padre, sia iniziato questo processo di revisione e di «chiamata in causa» della coscienza al di là del fanatismo ideologico che caratterizzava l'azione di questi giovani. È profondamente utile per loro e per noi cercare di vedere dentro alle cose. In fondo gli uomini hanno soprattutto questo bisogno: cercare di capire le ragioni degli altri per trovare al fondo quello che io credo esista sempre: un terreno comune di valori, che possono essere anche distorti e visti in certi momenti in modo aberrante, ma che non possono prima o poi non affiorare come· valori comuni della coscienza umana.

 

In un passaggio della lettera Barbone e Ferrandi sostengono che il mito della Resistenza ebbe un ruolo «devastante» nella scelta di violenza di tanti terroristi. Pongono anche un provocatorio interrogativo: «Desterà scandalo, oggi in pieni anni '80, interrogarci sulla relazione ideologica, di messaggio culturale e politico che può trovarsi fra il terrorismo degli anni '70 e il messaggio inferito dall'esposizione del cadavere oltraggiato di una Carletta Petacci ad un palo di un distributore 30 anni prima? Non ci può essere equiparazione fra lo stato di coscienza di chi assassinò Giovanni Gentile, con quello di chi partecipò al rapimento e al martirio di Aldo Moro?».

Questo è certamente il passaggio più provocatorio della lettera, almeno per chi come me, ha partecipato alla Resistenza. Mi ha colpito questo richiamo ai valori della Resistenza per giustificare una posizione di natura del tutto diversa; la lotta di Libera. zione fu certo frutto di un movimento necessariamente armato, per le condizioni storiche in cui ci siamo trovati ad operare, ma quel che deve essere tenuto presente è che la Resistenza è stata una ribellione, come diceva la preghiera di Olivelli, una «ribellione per amore» che cercava di proporre valori in positivo; non era tanto una lotta «anti» ma era una lotta «per», per la pace, la libertà, l'uguaglianza, la dignità dell'uomo, una guerra alla guerra.

La lettera stessa degli ex terroristi che vi è stata inviata denuncia d'altronde nell'esame delle loro vecchie posizioni, che «I militanti combattenti sono finiti sconfitti per una infinità di ragioni. Soprattutto però perché non hanno rappresentato in positivo niente. Solo una distruzione». È questo l'aspetto forse più importante di questo loro riesame critico; il fatto di sentire che essi non erano l'avanguardia di un moto popolare, ma anzi si erano posti in una posizione di antitesi e di isolamento rispetto alla coscienza del popolo; a Resistenza invece fu proprio interprete di questa coscienza. Questo può essere motivo di riflessione utile per non confondere due cose che non sono assolutamente comparabili. Mi rendo conto che gli episodi più tragici, come quelli citati, della esperienza partigiana possono sembrare fatti giustificanti la violenza, ma in realtà i valori più profondi della Resistenza, anche se si fu costretti a ricorrere alla lotta armata, restarono la pace e la volontà di sconfiggere la violenza di quegli anni.

 

Il fenomeno della «dissociazione» diversamente dal «pentitismo» è nato, come fatto spontaneo, come conseguenza di una riflessione autocritica di tanti ex-terroristi, emersa autonomamente e non in previsione di possibili benefici di legge. Non ritiene che l'ipotesi di un intervento legislativo rischi di divenire un elemento inquinante nello stesso movimento dei dissociati?

Questo problema credo debba essere esaminato non solo tra le forze politiche ma anche tra quelle culturali, per riflettere e capire e quindi per arrivare anche ad eventuali provvedimenti legislativi. Però come ritengo che il carcere non possa essere l'unica risposta possibile da dare ad un dramma di coscienza, non credo neanche che sia possibile attraverso strumenti giuridici dare voce a queste espressioni della dissociazione. Vi è qualcosa di più profondo che, specialmente per chi si richiama ad una ispirazione cristiana, va tenuto presente: una distinzione tra il concetto di giustizia sul piano dello Stato, rappresentato dalla bilancia che deve porre in equilibrio i danni sociali commessi e le pene, e su quello della dimensione cristiana, in cui la giustizia si ristabilisce in termini di riscoperta della verità, al di là del male compiuto: se ciò avviene, ciò che era stato lacerato, per la giustizia cristiana, si è già ricucito; la conversione del cuore comporta già il superamento del male compiuto per arrivare ad una pacificazione con la giustizia che, nel senso più alto della parola, è Dio stesso.

Tutto ciò mi pare non sia traducibile in termini legislativi: occorre stare molto attenti nel pensare ad un intervento su questo tema. lo non lo vedo a priori come un fatto negativo ma credo vada ripensato attraverso uno sforzo culturale importante fatto insieme con gli stessi dissociati, ascoltandoli e dialogando con loro, ma anche avviando un dibattito tra le forze politiche, e soprattutto su un piano culturale, in grado di accompagnare la stesura di un provvedimento del genere.

 

Durante e dopo il rapimento e l'assassinio di Moro si sostenne in più occasione che l'obiettivo delle Brigate rosse era quello di bloccare, colpendo proprio Moro in quel momento della vita politica del Paese, il processo di avvicinamento fra Dc e comunisti ed il periodo della «solidarietà nazionale». Oggi le Br sono state sconfitte dallo Stato ma non hanno in fondo raggiunto quell'obiettivo?

Sono portato ad essere difficilmente obiettivo nell'esprimere questo giudizio per la sofferenza provata in quei momenti, accanto alle sofferenze dei familiari, naturalmente le più profonde e laceranti, per il ricordo di questi tre amici: Moro, Mattarella e Bachelet, immagini incancellabili e ferite non rimarginate dentro di me.

Non mi pare si possa dire che le Brigate rosse hanno raggiunto questo obiettivo; l'evoluzione dei fatti politici e la fine del periodo della solidarietà nazionale non sono stati determinati dall'azione delle Br ma sono state invece causate da ragioni politiche di natura diversa. Non dirò che sia stata ininfluente l'azione delle Brigate rosse ma certo non è stata determinante.

Quello che forse è stato importante ed ha pesato enormemente è stata la scomparsa di Moro alla guida della Democrazia cristiana; la sua assenza rappresenta ancora un vuoto del tutto incolmabile e non colmato nella storia, nella vita della Dc e nella possibilità e nella capacità di portare avanti un disegno politico verso quella che egli chiamava «Terza fase». Conclusivamente, non credo si possa attribuire un'importanza determinante all'azione delle Br nell'aver politicamente facilitata la fine della solidarietà nazionale che sarebbe ugualmente terminata. La domanda che invece mi pongo è: quale ulteriore sviluppo avrebbero avuto i rapporti tra i partiti sul piano dello sviluppo democratico del nostro paese se Moro avesse ancora potuto guidare la Democrazia cristiana?

 

L'uscita della cosiddetta «emergenza» sembra particolarmente lenta e difficile soprattutto dal punto di vista della revisione delle norme legislative. La carcerazione preventiva, soprattutto, evidenzia oggi enormi limiti e contraddizioni (dal caso Naria al rischio, in non pochi casi di vanificare il lavoro di anni in conseguenza della riduzione dei termini). Può uno Stato democratico scaricare sugli imputati, non colpevoli fino alla condanna definitiva secondo la Costituzione, le conseguenze delle proprie lentezze e dei propri ritardi?

La risposta evidentemente non può che essere: no, lo Stato non può far questo. Di fatto però quando queste lentezze e insufficienze esistono non è pensabile neppure di poter rimediare in poche settimane. È una situazione alla quale mi pare il Ministro Martinazzoli abbia acutamente posto attenzione, cercando anche di approntare alcuni strumenti, uno dei quali, proprio sulla carcerazione preventiva, ha avuto una grandissima approvazione parlamentare, anche se poi ha creato un certo allarme sociale per le conseguenze della sua attuazione. È un terreno sul quale è possibile fare ulteriori passi avanti, ma con molta prudenza, tenendo cioè presente quali sono le condizioni in cui opera la giustizia, non per insufficienza di uomini ma per carenza di mezzi e di strutture.

Va riconosciuto il limite dell'azione politica. Ricordo che De Gasperi, creando una qualche reazione in noi che eravamo allora giovani, diceva che la democrazia è una lunga pazienza. È una definizione molto giusta che però non può evidentemente condurre a concludere che quindi non c'è niente da fare se non aspettare: occorre invece un impegno per cambiare naturalmente tenendo presente quali sono i limiti che la realtà sempre pone ad ogni nostra tensione politica, morale o ideale.