L'impegno per una nuova battaglia
A chiusura di questo nostro tredicesimo Congresso, vorrei richiamare gli impegni che ci eravamo posti, e le domande che da ogni parte ci venivano rivolte quando abbiamo dato inizio ai nostri lavori.
Ci eravamo impegnati a guardare dentro di noi, ad analizzare condizioni, problemi, deficienze, meriti e speranze del nostro partito, con spirito di servizio e di verità. Ci eravamo impegnati a rispondere – di fronte a tutto il Paese – ad alcuni fondamentali interrogativi: ossia come la Democrazia cristiana intende misurarsi con la realtà italiana; in che modo può riaffermare le sue caratteristiche di partito popolare e democratico; come vuole definire la sua identità; che cosa suggerisce per superare la crisi politica, economica, morale, dei nostri tempi; con chi si propone di percorrere la strada capace di condurre ad un nuovo progetto di società.
Ebbene, mi pare che il nostro Congresso abbia mantenuto gli impegni, abbia risposto a molte domande, non abbia deluso le attese dei nostri iscritti, delle forze politiche, dell'opinione pubblica.
A chi pensava, o sperava, che la Democrazia cristiana fosse sul punto di soccombere in un «tramonto senza grandezza» al suo travaglio interno, a quella ricerca che poteva apparire, qualche mese fa, lacerante e drammatica, voi avete detto, con la vostra presenza e con il vostro entusiasmo che la Democrazia cristiana è viva: viva della sua coscienza di forza politica determinante per l'avvenire democratico dell'Italia, viva nella certezza dei suoi valori e della sua ispirazione, viva nel coraggio di andare avanti sulla strada di un rinnovamento coerente e fedele alla sua storia e alle sue tradizioni.
Lo stesso clima di tensione e di passione in cui si è svolto il dibattito, ha per me un valore sicuramente positivo. Al di sopra di ogni polemica e delle distinzioni tra il comportamento legittimo e doveroso dei delegati, e talune intemperanze del pubblico, bisogna dire che proprio questa atmosfera, ed anche queste discordanze, sono state una prova concreta ed esaltante dell'importanza dei temi che noi abbiamo discusso e dell'interesse di una vastissima parte dell'opinione pubblica italiana per il nostro Congresso: una prova, cioè di corrispondenza viva e reale tra il nostro partito e la comunità nazionale.
È significativo che questa passione – che è anche segno di fervore morale – non sia mancata. lo credo infatti che ogni apporto
da quelli più favorevoli a quelli più acutamente critici nei confronti della mia relazione e della proposta politica da me illustrata – ogni consenso ed ogni dissenso di cui tutti siamo stati vittime e beneficiari intendessero rispondere al bene del partito, in funzione del bene più grande di tutto il Paese.
E devo qui ringraziare, con doverosa ed affettuosa riconoscenza, i gruppi di nostri amici democristiani operai della Dalmine, dell'Innocenti, della Fiat, della Montedison, di altre grandi e piccole fabbriche, che sono venuti qui, per assistere ai lavori del nostro Congresso, rinunciando ad ore di lavoro, con il sacrificio di una parte non trascurabile di un salario già precario, affrontando spese e disagi, per confermare l'interesse del mondo del lavoro per le nostre decisioni. Non c'è da meravigliarsi, se da questi amici, abituati a lotte ben più aspre, sia venuto qualche segno di impazienza. Ma quale significato può avere un momento di intemperante passione di fronte al valore della loro testimonianza?
La loro presenza non è stata, non è – cari amici – non vuole essere contro nessuno. Vuol essere invece il completamento indispensabile del volo originario della Democrazia cristiana; una presenza – accanto a quella dei coltivatori diretti, e di tutti gli altri lavoratori, dei ceti medi, dei giovani, delle donne, degli intellettuali – che diventa monito e segno del nostro impegno e del nostro dovere.
Intendo perciò, qui in sede di replica, confermare nella sua sostanza la mia relazione.
A cominciare dalla identità del partito.
Io penso che la nostra ricerca, il nostro sforzo, non debbano essere esercitati per diventare diversi ma per essere noi stessi. Per essere la Democrazia cristiana della Resistenza, della Costituente, di Sturzo, di De Gasperi, di Vanoni, di Donati. Per confermare cioè, la nostra grande tradizione, la nostra autentica fisionomia per essere un partito radicato nel popolo, e che dal popolo e dalle sue articolazioni sociali e culturali trae la linfa della propria vitalità. Ed ecco, dunque l'immagine del partito che abbiamo cercato di delineare; un partito veramente democratico e popolare; un partito laico che valorizza ed accentua la sua ispirazione cristiana; un partito capace di aprirsi all'apporto di sempre nuove energie e di rispondere alle esigenze reali del Paese; un partito che sappia interpretare in modo nuovo i fenomeni della realtà odierna, che guardi alle categorie emergenti, che comprenda l'evoluzione tumultuosa dei lineamenti sociali, economici, civili del nostro Paese.
Un partito moderno, insomma, coraggioso nell'incontro con le novità del nostro tempo, anticipatore di un nuovo corso della vita pubblica italiana.
Nessuno può illudersi, io credo, di poter guidare l'Italia di domani come fosse quella di dieci o vent'anni fa, ignorando i molti fermenti che ribollono in ogni nodo del tessuto sociale italiano.
Da ciò la necessità di un partito che ricrei i collegamenti, con il mondo dei giovani,
con il mondo del lavoro, con la cultura, con le crescenti e molteplici articolazioni della società contemporanea. Un partito che si impegni alla piena attuazione della Carta costituzionale, che sostenga una giusta rivendicazione dei diritti civili, che accolga nell'esatto significato i movimenti di emancipazione femminile nel quadro di un profondo rinnovamento sociale, che sorregga l'emergere di gruppi, di categorie, di ceti che aspirano, ed hanno diritto ad una loro ampia partecipazione democratica.
Un partito, infine, che del principio di moralità nella vita pubblica faccia una ragione essenziale di vita, la condizione primaria e pregiudiziale per la sua onorabilità e la sua azione.
Non possiamo tuttavia agire, pensare, parlare, come se preoccupazioni non ci fossero, ritenendoci comunque indenni. Se non ho qui fatto delle difese personalizzate è perché credo che per uomini dalla specchiata onestà come l'amico Gui la difesa migliore possa e debba venire solo da un rapido pronunciamento della giustizia.
Il nostro dibattito rischierebbe di esaurirsi in affermazioni di principi0 buone per tutti, se non lo trasferissimo in una proposta concreta. Abbiamo tutti cercato di evitare che la foga delle invocazioni dia il sospetto di coprire l'insufficienza o l'arretratezza delle idee.
Perciò l'identità della Democrazia cristiana deve necessariamente portarci ad affermare una nostra visione della società, un nostro progetto di sviluppo, una nostra linea politica.
E mi pare valga la pena di esporre, su ciascuno di questi tre elementi del quadro politico generale, alcune considerazioni, che ho raccolto anche da voi durante il dibattito.
A fondamento della nostra visione della società vi è il concetto di pluralismo. Ma il pluralismo non vuol dire soltanto pluralità di partiti, di organismi politici e sociali, pluralità di opinioni e di consensi, e quindi alternanza e ricambi di responsabilità politiche. Il nostro pluralismo comprende anche l'idea di una società costituita da gruppi, nuclei, associazioni, organismi diversi, ciascuno dei quali partecipa nella propria autonomia alla vita comunitaria. Ma tale pluralismo diverrebbe sterile senza un sistema di «partecipazione» alle responsabilità della gestione politica del Paese. Partecipazione, dunque, come completamento, come arricchimento di una moderna democrazia. Il nostro pluralismo, però non vuol dire semplice mediazione tra interessi diversi, con la tentazione di scegliere i più consistenti a danno dei più deboli. Vuol dire contemperamento e coordinamento delle varie articolazioni sociali al fine della promozione dell'uomo, e quindi dell'edificazione di una comunità nazionale in cui i dati della «socialità» abbiano un ruolo preminente.
Siamo certamente di fronte ad una società più tumultuosa, più densa di tensioni, più aperta al confronto critico delle idee, più scossa da inquietudini e colpita da squilibri e disordini sociali e morali, ma tuttavia dinamica e ricca di profonde esigenze di giustizia, di richieste di eguaglianza e di verità. Si tratta, per me, di dati positivi di libertà e di dignità umana che compenetrano, stimolano ed alimentano nuovi strumenti e nuove esperienze democratiche: dalle associazioni volontarie ad ogni forma di autonomia locale, dal quartiere al comprensorio, al comune, alla provincia, alla regione, dalle fabbriche agli uffici, alla scuola. Siamo in campo aperto e in questo confronto io credo che occorra non aver paura dei mutamenti, delle novità, di tutto ciò che cammina in direzione di una maggiore libertà, di una più profonda dignità, di una più sicura giustizia.
A questa visione della società è strettamente collegato il nostro progetto di sviluppo. Tale progetto non può essere disancorato dalla realtà che ci condiziona.
I provvedimenti congiunturali non devono, però, soffocare la prospettiva di questo nostro modello, ma inserirsi, per quanto possibile, in un quadro generale che preveda uno sbocco organico.
La politica economica ed in particolare le questioni più urgenti che si pongono di fronte a noi, in una fase di inflazione e di forti pericoli recessivi, è stata giustamente l'argomento centrale di numerosi interventi.
L'analisi del Congresso si è rivolta alle ragioni strutturali della crisi economica, a quelle internazionali – divenute più evidenti con la crisi petrolifera, ma già visibili all'inizio degli anni '70 – e infine a quelle che dipendono anche da nostre insufficienze.
La riflessione critica non ha contestato le nostre scelte strategiche: vale a dire il superamento dell'intervento pubblico, lo stimolo all'iniziativa delle imprese, il notevole spostamento delle risorse finanziarie a favore dei consumi sociali. È stato messo in evidenza, piuttosto, il debole legame – che già avevo sottolineato nella mia relazione tra la politica economica e la strategia delle riforme; e tra le scelte economiche e la loro gestione, soprattutto in rapporto alla ricerca del necessario consenso nella società civile.
Anche gli importanti e significativi interventi di amici impegnati nel movimento sindacale, hanno sottolineato la preoccupazione di una rincorsa tra salari e inflazione, a danno della occupazione e dei redditi reali delle classi più deboli; ma nello stesso tempo si è fatto notare come una politica economica che richiede inevitabilmente pesanti sacrifici, imponga anche una precisa indicazione degli obiettivi che si intendono raggiungere e un'equa ripartizione dei sacrifici.
Per questo motivo, una politica di restrizioni creditizie, indifferenziata e tale da colpire tutti, ma necessaria sul piano dell'intervento immediato, e così l'azione complementare nel settore tributario, considerato come freno alla spesa pubblica non possono tuttavia trascurare l'obiettivo di difendere l'occupazione e di espandere le possibilità di lavoro per le nuove generazioni.
Operiamo in un sistema internazionale dal quale non possiamo e non dobbiamo estraniarci. Questo deve restare per tutti un obiettivo economico e politico, tenendo sempre ben presenti le preoccupazioni e i risvolti anche politici che avrebbe ogni cedimento autarchico: ma bisogna anche evitare che i concreti comportamenti delle diverse categorie possano indebolire il sistema produttivo o la finanza pubblica, fino al punto da costringerci – per una estrema difesa delle nostre scelte operative a ridurre i nostri legami con il mercato internazionale: ciò provocherebbe reazioni a catena di cui sarebbe estremamente difficile prevedere un esito per noi favorevole. Oggi possiamo mantenere nelle nostre mani il nostro destino solo se sapremo imporci e imporre una politica di ripresa, una severità alla quale in alcuni momenti ci siamo sottratti per inseguire prospettive di benessere sociale, che proprio in questo modo si fanno sempre più lontane. La crisi internazionale, insieme al discorso sociale che si fa sempre più insistente, costringe a operare per una diversa distribuzione delle risorse economiche del Paese. E a me pare che su questo punto centrale non vi siano stati dissensi rispetto alla linea proposta dalla relazione, che attribuisce una preminente responsabilità alla leva tributaria e alla responsabilizzazione degli enti locali. Abbiamo detto – e dobbiamo insistere su questo punto – che una proposta di trasferimento del reddito ai consumi pubblici, se non è sostenuta da scelte che la rendano socialmente rilevante ed efficiente, può provocare effetti negativi. Dovremo stare attenti ai rischi che certe richieste posson9 nascondere nuove spinte corporative. E questa un'altra preoccupazione politica. Ma tutto l'intreccio tra economia e questioni sociali, tra le scelte congiunturali e gli obiettivi di trasformazione dell'equilibrio territoriale e delle strutture produttive, è essenzialmente un fatto politico. È per questo che ho parlato della necessità, tenendo nel dovuto conto le esperienze e anche le delusioni del passato, di riprendere il discorso sulla programmazione economica.
Non vorrei entrare, qui, in altri particolari tecnici di un programma di politica economica, che del resto sono compresi nella mia relazione, e che sono stati esaurientemente illustrati in numerosi interventi.
Vorrei soltanto ribadire alcuni principi. La politica economica si lega profondamente con la politica delle riforme, e credo sia superfluo ricordare quelle che devono essere sollecitamente attuate o completate. Vi sono poi altri impegni che dobbiamo porci: come rivalutare le responsabilità delle imprese, valorizzare esperienze che rientrano nella storia del movimento cattolico, le associazioni di categoria e soprattutto la cooperazione. Bisogna anche porsi il problema della efficienza e della rispondenza degli strumenti di cui disponiamo entro l'ordinamento dello Stato. Tutti, credo, siamo convinti che non si rinnova una società se non si assumono iniziative capaci di migliorare l'efficienza dell'intero apparato pubblico, di facilitare la partecipazione popolare anche attraverso forme di diretto e responsabile controllo delle strutture pubbliche del potere.
Io credo fermamente che proprio dal rifiuto a misurarsi con ciò che emerge di nuovo, sia pure attraverso difficoltà e contraddizioni, nasce la logica dell'autoritarismo, e trova alimento la violenza del fascismo, una violenza duramente sperimentata dal nostro Paese, che abbiamo combattuto ed al
la quale continueremo ad opporci sempre. Una violenza che è stata spezzata dalla Resistenza, fondamento della nostra Costituzione e della nostra Repubblica.
Siamo pienamente consapevoli che un nuovo periodo storico si sta aprendo non solo in Italia, ma per tutto il mondo. Di fronte agli sconvolgimenti cui assistiamo ogni giorno, sarebbe vano cercare rimedi e soluzioni che costituiscano un regresso rispetto alla strada che dobbiamo percorrere. Credo invece cha debba essere compiuto uno sforzo maggiore per organizzare una società più giusta, in cui vengano eliminate diseguaglianze di trattamento, forme di violenza morale esercitate dalle vecchie strutture, in modo da poter dare una risposta adeguata alla domanda che nasce dalle più vaste condizioni di libertà che noi stessi abbiamo contribuito a creare. Non dobbiamo smarrire il senso complessivo della nostra storia.
Ma è proprio il senso della nostra storia, questa identità democratica e cristiana del nostro partito che non ci consente di essere il polo moderato dello schieramento politico italiano, il partito conservatore sottoposto alla volontà dei suoi protettori borghesi, e nemmeno il comitato d'affari del capitalismo italiano oppure un'organizzazione di pura e semplice occupazione del potere. E appunto il senso della nostra storia che assegna alla Democrazia cristiana il compito di portare avanti lo sviluppo del nostro Paese e di realizzare quel «nuovo progetto di società» che i tempi, con tanta drammatica urgenza, richiedono.
Con questa coscienza, con questa consapevolezza che indica anche il nostro modo di approfondire l'identità del partito, di sentire il partito nella sua vita interna e nei suoi rapporti con il mondo esterno – noi affrontiamo gli impegni dei nostri collegamenti e dei nostri rapporti con le altre forze politiche.
Quali sono le nostre prospettive?
Per consuetudine, vocazione, volontà noi abbiamo sempre ricercato la collaborazione con altri partiti per allargare l'area della solidarietà democratica. Questa indicazione si è rinnovata qui a proposito dell'incontro con i partiti tradizionalmente alleati e in particolar modo con il partito socialista. Gli ammonimenti a non fare di tale incontro con i socialisti un fatto occasionale, di comodo, o per noi debilitante, pericoloso, sono pertinenti e li abbiamo avvertiti nel dibattito congressuale in tutte le loro sfumature e in tutta la loro portata. Tuttavia, c'è stato anche detto da più parti – e l'avevo, credo, sufficientemente, ribadito nella relazione – che la collaborazione tra la Democraziacristiana e il Partito socialista italiano appare auspicabile per ciò che i socialisti rappresentano o che possono continuare a rappresentare assieme a noi per la crescita civile nel Paese.
Non si tratta, come ha detto nel suo lucido, esemplare intervento l'on. Moro – cui esprimo, a nome di tutti, la gratitudine per il suo essenziale apporto dato al Congresso e per l'opera preziosa che egli compie, quale Presidente del Consiglio, nell'interesse della nazione – non si tratta, ripeto, di rispondere formalisticamente all'auspicato incontro con i socialisti. Condivido quanto lucidamente ha detto l'amico Moro: «Il filo è assai sottile, per l'immediato pressocché inesistente. E tuttavia non possiamo non evocare questa prospettiva. Naturalmente non si tratta di riprodurre meccanicamente una politica che, nelle forme e nei modi nei quali si è realizzata, è certamente esaurita. Si tratta invece di salvare il nucleo vitale, la collaborazione di due forze popolari certamente diverse, presenti su due versanti dello schieramento politico, caratterizzato da peculiari tradizioni ed intuizioni, ma capaci, per la comune accettazione senza riserve del valore della libertà, di confluire in un disegno rinnovatore e di giustizia della società italiana. Questo potrebbe essere ancora l'equilibrio appropriato per la nostra società, specie se prevalga una visione più aperta dei rapporti con le forze politiche, tale da permettere che il partito comunista, senza mutamento del suo ruolo, sia chiamato in modo veramente efficace ad esprimere esigenze, a porre problemi, a mettere a disposizione del Paese, per senso di responsabilità, la sua così rilevante forza rappresentativa. Per questo abbiamo parlato di confronto. Una formula bicolore Dc-Psi, che sembra profilarsi tra le ipotesi di medio periodo avanzate dal partito socialista, potrebbe meritare, nell'attuale delicatissima situazione, un'esame attento della Democrazia cristiana.»
E in questo quadro, come fatto politico contingente, e necessario a superare la crisi in cui ci dibattiamo, è parsa a tutti ugualmente accettabile la proposta di una solidarietà politica la più ampia possibile da ricercarsi per rivolgerla alla soluzione di problemi prioritari, ma anche qui senza sovrapposizione di istituti, nella piena osservanza e rispetto delle regole democratiche, del Parlamento, del Governo.
Nessuno più di noi democratici-cristiani è sensibile alla necessità di liberare l'uomo dai condizionamenti materiali, intendendo anche quelli non puramente economici ma psicologici, sociologici, ambientali; nessuno più di noi vorrebbe avviare l'uomo oltre i confini troppo angusti di una società che mostra enormi differenze sociali ed enormi ingiustizie; ma mai a patto di pagare in termini di libertà la pur necessaria rottura di questo «disordine stabilito».
Certo, non ci nascondiamo le difficoltà insite in questa nostra intenzione. Con i comunisti non possiamo cercare un confronto a qualunque costo e a qualunque condizione. Lo dobbiamo cercare costruttivamente e mai a spese della verità o con cedimenti sulle questioni essenziali.
La nostra matrice cristiana ci fa considerare la vita comunitaria come superamento dell'individualismo e del collettivismo mediante un realismo che esalta l'impegno della persona nella società. Solo così possiamo stabilire l'equilibrio fra salvaguardia della vita personale ed esigenze della vita sociale, equilibrio fallito sia nello Stato liberale che nelle esperienze storiche dei paesi comunisti.
Ma nel sentirci profondamente diversi dai comunisti ci sentiamo nello stesso tempo capaci di confrontarci con loro per risolvere i problemi che condizionano lo sviluppo
della società civile che – se anche con sbocchi differenti – stanno a cuore ai comunisti, sollecitati come sono da componenti popolari, interclassiste, da forze emergenti, da un blocco sociale, cioè simile a quello che noi rappresentiamo, per composizione, istanze ed obiettivi.
I delegati di oltre cinquanta partiti cristiano-democratici di tutto il mondo – che io ringrazio qui per la loro presenza, per l'attenzione con la quale hanno seguito i nostri lavori, per il loro affettuoso incoraggiamento hanno sottolineato la dimensione internazionalista del nostro impegno politico. Sappiamo che il dialogo con l'Europa e con il mondo occidentale passa attraverso la Democrazia cristiana, che rimane l'interlocutore principale. E questa responsabilità noi intendiamo portarla anche con il rispetto e la fedeltà assoluta alle nostre alleanze – in particolare l'Alleanza atlantica – tanto più essenziali oggi che il Mediterraneo è diventato un'area strategica di eccezionale importanza. La solidarietà occidentale è per noi irrinunciabile e complementare alla politica di distensione: ad essa pensiamo non soltanto come strumento di cooperazione politica, economica e culturale, ma anche come punto di avvio di quella costante ricerca della pace che rimane il fine ultimo, il bene comune che deve unire tutta l'umanità.
Ma la Democrazia cristiana – lo abbiamo sentito nelle parole dei nostri amici stranieri rappresenta il punto di riferimento di nuove esperienze e di nuove lotte, il partito capace di interpretare le ragioni di speranza, la fiducia e il coraggio, il riscatto civile ed umano dei popoli nuovi. La Democrazia cristiana può costituire, solo che lo voglia, anche questa grande forza capace di raccogliere le speranze che esprimono nel tormento dell'America latina, nella sofferenza del Portogallo, nella lunga vigilia della Spagna, da tutto ciò che muove i popoli verso la libertà, verso la conquista della loro dignità democratica.
Abbiamo fatto – cari amici – la nostra autocritica, il nostro esame di coscienza con assoluta sincerità.
Lo abbiamo fatto in misura più ampia e completa di qualsiasi altra forza politica italiana. Ma questo esame di coscienza non ha mai avuto lo scopo di cercare colpevoli e responsabili: ma solo quello di individuare errori e insufficienze per correggerli assieme nell'azione futura.
Credo, però, che non si possa dire che noi ci siamo esauriti nella critica, e che abbiamo rinviato, o accantonato tutti i problemi. I problemi politici sono stati esaminati – posso dirlo con serena coscienza – nel limite concesso dalle condizioni ereditate nel luglio scorso e legate al travaglio politico conseguente alle elezioni del 15 giugno.
I problemi di partito sono stati affrontati dalla segreteria con spirito e intenti unitari: e questo Congresso è stata la prova di un impegno di ripresa e di rinnovamento che noi – sia pure con la coscienza della nostra provvisorietà – abbiamo cercato fedelmente di perseguire. Ecco, cari amici, anch'io ho il timore che ci accada di parlare troppo di rinnovamento e di farne assai poco. Per questo sono sempre stato convinto che il rinnovamento non si possa concentrare in un punto, in una norma, in un metodo specifico. Ma sia un processo complessivo da avviare subito e in una certa direzione. Per questo abbiamo indicato prima in Direzione e poi in Consiglio nazionale una serie di proposte per mettere in moto questo processo. Allora, preoccupazioni e perplessità diffuse non hanno permesso di ottenere, su questo piano, che risultati parziali.
Ma il processo va ripreso,.va rimesso in moto. A questo impegno va offerta una sede adatta perché si possa meditatamente, ma senza dilazioni e senza interventi elusivi, arrivare a delle conclusioni concrete. Ci ha confermato il fatto che in questo Congresso si sia ripreso un dialogo diretto tra il partito ed i democratici cristiani, iscritti e non iscritti, più vivamente impegnati nella vita della società, nel mondo della cultura, nel mondo sindacale, dei giovani e delle donne.
Questo rapporto, questo scambio appassionato di sensibilità e di ricca esperienza sociale va intensificato. Non abbiamo ascoltato questi contributi al Congresso come dei convenzionali saluti, recati dall'esterno, in una specie di arena riservata agli «addetti ai lavori», cui sia stato tolto per un momento il normale divieto di accesso. No. Abbiamo considerato queste voci, forte· mente rappresentative di un mondo che ci interessa, del quale abbiamo bisogno, che sentiamo vicino a noi nella grande batta· glia ideale dei cattolici democratici; abbiamo considerato queste voci come parte viva del nostro travaglio, come parte importante ed essenziale della nostra grande tradizione.
Se insisto sul partito aperto verso la società e collegato con i centri nei quali oggi si formano nuove sensibilità e nuove culture, cha ha trovato così larga eco nel dibattito, è perché senza questa parte, privati della forza di questi ceti sociali (guardati sempre più da lontano come un fatto estraneo quando non ostile), privati dei lavoratori, degli uomini di cultura, dei giovani: allora, cari amici, finiamo davvero per non essere più un partito interclassista e diventiamo fatalmente un partito moderato e conservatore. Finiamo per non poter assolvere al compito fondamentale della Democrazia cristiana che è quello di saldare i ceti medi ai ceti popolari. Non basta dire che lo spostamento del voto a sinistra, verso il partito comunista, è anche il risultato – come lo è certamente – di una rimarchevole evoluzione del mondo degli intellettuali, della stampa, dello spettacolo, verso posizioni di sinistra. Bisogna anche chiedersi perché questo è avvenuto: e potremo allora scoprire che a monte di tutto questo vi è una evoluzione profonda del popolo italiano – di natura culturale e sociale – che noi stessi siamo fieri di avere promosso.
Il rischio maggiore per la Dc è che la realtà ci sopravanzi; di ritrovarci isolati – più ancora di quanto oggi non siamo – per la nostra incapacità di metterci in sintonia con un Paese che cambia e che a noi chiede non manipolazioni di comodo, ma una comprensione attenta, una interpretazione pronta e aderente al nuovo che emerge ovunque. Non dunque la volontà di diventare partito di sinistra, ma il timore di diventare – al di là delle assicurazioni verbali – partito conservatore, questo mi spinge con forza, con convinzione, con vigore a pro· porre la saldatura con il mondo cattolico· democratico che è impegnato attivamente nella società.
Tutto ciò richiede impegno e sacrifici. Anche per l'autosufficienza finanziaria. Con· sentitemi qui di esprimere piena solidarietà e affettuosa amicizia all'amico on. Micheli per la sua generosa dedizione.
Il ringiovanimento della figura popolare della Democrazia cristiana, la sua volontà di porsi di fronte alla realtà del nostro tempo senza arroganza e senza nostalgie, ma con la certezza di essere ancora elemento determinante nella difficile storia dell'Italia: questa – secondo me – è la strada sulla quale dobbiamo incamminarci e perseverare.
Il Congresso ci ha detto che un grande partito come la Democrazia cristiana ha il dovere di rappresentare coerentemente i milioni di elettori che gli hanno confermato anche il 15 giugno – la loro fiducia. È giusto. Ma dal Congresso viene anche l'incitamento a non inaridire questa grande forza, ad arricchirla, anzi, con l'apporto delle idee, con il coraggio delle scelte, con l'unità e la solidarietà di tutti coloro che credono veramente nel valore dell'ispirazione cristiana come fermento e stimolo alla costruzione di una nuova società. Ampliare i consensi, ristabilire rapporti incrinati, irrobustire la nostra ispirazione ideale, alimentare la nostra capacità politica di fronte alla sfida del nostro tempo: questo il compito che ancora ci attende.
L'entusiasmo, il fervore, la passione dei vostri dibattiti ci hanno chiaramente detto che noi dobbiamo sentire l'orgoglio di essere più capaci di chiunque altro di risolvere i problemi del Paese, più pronti a cogliere gli umori e i mutamenti sociali, più disposti a rinnovare metodi e strutture dello Stato e della società, più decisi a difendere la giustizia e il riscatto dei poveri.
Un giornalista mi ha, con molta cortesia, suggerito di ripetere qui, davanti a voi, ciò che avevo pronunciato in un Congresso ormai lontano del nostro partito. Non ho alcuna difficoltà. Avevo detto allora: «Dopo il "no" al comunismo che il Congresso ha giustamente e calorosamente applaudito, non vorrei che i delegati dicessero andando a casa: "Abbiamo fatto il nostro dovere e siamo a posto. I comunisti sono sistemati". Sul piano pratico il no al comunismo che cosa significa? Significa, a mio avviso, che se essi studiano noi dobbiamo studiare di più; che se essi lavorano noi dobbiamo lavorare di più; che se essi sono seri noi dobbiamo essere più seri; che se essi hanno fede, noi dobbiamo avere più fede e certezza nelle nostre idee di quanta ne abbiano loro; se no è inutile dire di no». lo sono qui per consegnarvi questa Democrazia cristiana, per consegnarla all'Assemblea dei delegati, ai quali ho solo una raccomandazione da fare: pensate al bene del partito che è il bene del Paese. E ciò al di fuori di ogni personalismo, di ogni immagine che vi sia stata creata o che vi siate fatti, compresa quella della mia persona, la persona di un militante del partito che come voi soffre questo momento di enorme responsabilità.
Ma ricordiamoci anche di questo, cari amici: non ci deve essere rassegnazione in noi, ma coscienza che il mondo è deciso. Noi democratici cristiani non siamo venuti qui a raccogliere l'onore delle armi – che pure ci spetterebbe per i trent'anni in cui abbiamo difeso la libertà – ma siamo venuti qui a riprendere una nuova battaglia con rinnovato impegno, con fervido entusiasmo, con fedeltà sicura ai nostri ideali per proseguire il nostro servizio al bene, alla libertà, al progresso civile del popolo italiano.

