Ragionando di politica (se si può)
Quando Guido Bodrato e Ciriaco De Mita hanno parlato delle dimissioni della sinistra dc come inevitabili perché non legate ad astiose convinzioni di rivalsa, ma al fatto che Palermo è stato solo «la goccia che ha fatto traboccare il vaso» qualcuno ha ironizzato sull'uso dell'antico adagio.
Ebbene, grazie alla disponibilità del1'ormai ex vicesegretario Guido Bodrato possiamo offrire ai nostri lettori, in esclusiva, una delle tante, troppe gocce che la maggioranza occulta del nostro partito ha rovesciato nel vaso fin troppo capiente della sinistra dc.
È l'articolo inviato da Bodrato il 17 gennaio scorso al direttore Il Popolo Sandro Fondana sul «caso Palermo», e mai pubblicato dall'organo di stampa che dovrebbe essere di tutto il partito e non solo della «maggioranza».. Qualche giorno dopo si è capito pienamente perché, raffreddori delle segretarie a parte, non fu pubblicato.
RDGP
Parlare di Palermo, da lontano, anche quando si tratta semplicemente della amministrazione della città, mi sembra un lusso. Se quindi lo faccio, rispondendo alle sollecitazioni che mi vengono dalla lettura dei giornali, è per riprendere una riflessione alla quale ho in più occasioni partecipato, sin dalla nascita della «giunta Orlando».
Si tratta di una giunta «anomala», rispetto alla formula su cui è costruito il governo nazionale, ma non dell'unica giunta anomala. È, in ogni caso, l'unica amministrazione di una grande città guidata con autorevolezza da un sindaco democristiano. La maggioranza palermitana non comprende i socialisti, che si sono autoesclusi, proponendo in sostanza come alternativa a questa soluzione lo scioglimento del consiglio comunale, e cercando di fare dimenticare al1'opinione pubblica che in questo modo si tornava semplicemente ad un discutibile e stagnante passato.
Simbolo di trasparenza e concretezza
Questa giunta, specie per iniziativa di Orlando, che in questi anni come simbolo del rinnovamento della vita politica, ha raccolto applausi ed incoraggiamenti in molte città italiane (oltreché nella città di cui è sindaco) si è caratterizzata come l'espressione di un profondo mutamento della amministrazione comunale, della sua trasparenza e della sua concretezza, ma soprattutto della sua capacità di dialogare con la gente e di contrastare le infiltrazioni mafiose nella vita civile.
A questa soluzione della crisi politico amministrativa di Palermo, ha dato il suo decisivo contributo la Dc, con il preminente rilievo della sua rappresentanza popolare con il consenso motivato della stessa segreteria nazionale.
Di questa esperienza, certamente interessante ed utile, si sono date diverse ed opposte interpretazioni, con qualche forzatura polemica che è stata ed è favorita anche dalle polemiche interne alla Democrazia cristiana, oltreché dagli interessi di altri partiti.
I socialisti si sono distinti insistendo nella critica sulla «anomalia» della giunta Orlando, considerandola esposta a rischi di una avventura massimalista e alla inconcludenza amministrativa, senza peraltro concorrere, per parte loro, in alcun modo alla costruzione di una diversa linea politica. A questa critica si raccordano alcune polemiche di questi giorni, con l'unica prospettiva – non dichiarata ma evidente – di provocare un riflusso verso la precedente ingovernabilità ed insieme una subalternità della Dc alle pretese egemoniche dei socialisti ed a quelle, non dichiarate ma altrettanto evidenti, degli affari.
Alcuni alleati e promotori della giunta Orlando, estremizzano invece il significato morale della «anomalia», considerando In questo senso la città di Palermo come una sorta di «laboratorio» per preparare un svolta politica da diffondere nel Paese, quasi come premessa ad una alternativa alla tradizionale gestione del potere e, quindi, in qualche misura, alla attuale maggioranza nazionale ed alla stessa Democrazia cristiana.
Nel primo caso, si mettono in ombra – e quasi si dimenticano – i profondi mali della società e della politica siciliana; nel secondo caso si generalizzano, con l'interessato consenso comunista, le specificità della crisi palermitana, per costruire – con qualche artificio una proposta politica che però diventa, in questo modo, assai fragile e che perde così una parte dei suoi sostenitori.
Ora, l'inasprirsi della polemica – per qualche aspetto come conseguenza del cambio della guardia al vertice nazionale della Dc, per altri aspetti per l'avvicinarsi della scadenza elettorale – ripropone tutte queste contraddizioni, le radicalizza e rischia di lasciare in campo solamente quelle interpretazioni che, di fatto, riducono in diverso modo il ruolo e le prospettive della democrazia italiana, con effetti, elettorali e politici, dobbiamo averlo ben presente, che andranno assai oltre i confini doganali di Palermo ed anche oltre lo stretto di Messina. Forse questa questione non preoccupa chi guarda alla lotta politica con distrazione, o pensa essenzialmente alla gestione del potere, nella convinzione che i voti si pesano (con il concorso di discutibili tesseramenti) e non si contano.Ma non credo possa essere questa la posizione della Democrazia cristiana palermitana ed italiana.
Caro Direttore,
ho trasmesso ieri, certamente in tempo per la stampa, un articolo sulla polemica che si è aperta attorno alla difficile situazione politico-amministrativa di Palermo. Basta leggere l'editoriale dell'Unità di oggi, per capire che la questione è di attualità. Non è la prima volta che «Il Popolo» ignora o rinvia articoli e dichiarazioni politiche, che teme in contrasto con le tue opinioni. Anche la cronaca della direzione di ieri ne è la prova. Non è accettabile questa politica del silenzio sulle voci che si differenziano o dissentono.
Questa censura mi costringe a prendere una posizione publica.
Cordialmente
Guido Bodrato
Roma. 17 gennaio 1990

