Se la linea dura non serve
La legge sulla droga è oramai al vaglio della Camera dei Deputati dopo essere stata approvata dal Senato. Le posizioni che, anche su Settantasei, nel numero scorso, sono state rappresentate da Cabras, Granelli e Rosati in Senato e da Roberto Di Giovan Paolo in Consiglio Nazionale, sono alla base di alcuni interrogativi che abbiamo formulato, in questa intervista al senatore dc Domenico Rosati, ex Presidente nazionale delle Acli.
Con la speranza che, anche alla Camera, qualcuno ne voglia tener conto.
Non le pare che vi sia stata subalternità da parte della Dc nei confronti dei socialisti, nell'accettare e nell'approvare l'attuale legge antidroga ed, inoltre, non le pare che l'Italia si sia voluta omologare alla linea dura degli Stati uniti?
Oggettivamente si può dire questo: in nessun testo elaborato dalla Dc – prima dell'impulso dato da Craxi alla fine del 1988, al ritorno dagli Stati uniti – erano previste sanzioni penali o amministrative per i detentori di dose media giornaliera.
Dopo l'intervento di Craxi si è posto il problema se introdurre o meno la pena. A dire il vero la proposta iniziale di Craxi prevedeva la pena tout court: la parola d'ordine era «carcere».
Nel complesso la Democrazia cristiana ha operato per umanizzare, per rendere meno drastica la legge, introducendo misure amministrative volte, come ho detto scherzando, «a sostituire la pena con la penitenza». L'intervento della Dc ha prodotto un indubbio miglioramento anche se da parte mia rimane un giudizio negativo sul sistema introdotto perché la sanzione amministrativa (anticamera della sanzione penale) rappresenta comunque un momento negativo nell'itinerario di recupero del tossicodipendente.
E ciò, soprattutto, per il consumatore occasionale. Inoltre l'enfasi posta sulla questione della punibilità ha finito col far passare in secondo piano due aspetti importanti della legge. Il primo è quello riguardante la lotta al narcotraffico, cui va dato il giusto rilievo, data la gravità del problema.
Il secondo è quello relativo al passaggio dal concetto di «modica quantità» a quello di «dose media giornaliera», in forza del quale sono oggi passibili di carcere coloro che prima ne erano esenti.
Comunque a costo di apparire il difensore di una legge che non ho votato – io ho votato contro – devo dire che questa legge rispetto alle aberrazioni contenute nella legge «Reagan-Bush» è molto più blanda e comprensiva. Secondo la legge americana addirittura si prevede che al drogato venga tolta la casa se per questa ha usufruito di un contributo del governo federale, oppure, se il tossicodipendente gode di un prestito a tasso agevolato con contributo federale, il prestito stesso viene cancellato.
Certo, rispetto alle infrazioni minori poteva essere fatto di più circa le iniziative dello Stato per la riabilitazione, per il recupero del tossicodipendente, con un approccio personalizzato e non con la banalità di una norma penale a carattere generale che non si adatta ai casi singoli.
Punire il tossicodipendente non può dar luogo ad una repressione inefficace e pericolosa, si finisce con l'emarginare ancora di più chi è già isolato. Inoltre, a detta di molti, si guarisce se lo si vuole, quindi costringere il tossicodipendente ad entrare in comunità, oltre ad essere infruttuoso, non potrebbe generare un vero e proprio business sulle comunità di recupero, con le ovvie pericolose conseguenze?
A questo riguardo provo un certo disagio, non essendo confortato dalle certezze delle varie scuole di pensiero. Tuttavia ritengo che oltre alla educazione ed alla rieducazione vi debba essere uno spazio riservato Ila dissuasione. In psicologia esiste la terapia direttiva, che non è il lavaggio del cervello ma è un forte richiamo del terapeuta, che incanala il paziente nella giusta direzione. Anche nelle comunità terapeutiche il principio di autorità ha una sua funzione, che poi varia a seconda dei mezzi adoperati. Il punto fondamentale è che questo procedimento rieducativo sia veramente accettato..Altrimenti l'ingresso in comunità solo per evitare sanzioni amministrative o penali – a giudizio di molti – non è funzionale allo scopo.
Sono convinto che se ci fosse stato uno sforzo più esplicito in direzione del recupero di coloro che ancora non sono totalmente inseriti nel circuito della droga (maggiorenni, perché per i minorenni la legge prevede l'affidamento ai servizi), si sarebbe potuto arginare il fenomeno sul nascere. Invece, così come si è venuta strutturando la legge, vi è il rischio che un eccesso di dissuasione impedisca il recupero.
Per quanto riguarda la possibilità che si crei un business delle comunità di recupero, il pericolo in effetti esiste. Troppo spesso si lascia spazio a varie iniziative, frutto, molte volte, di improvvisazione.
Nel momento in cui il tossicodipendente arriva ad una comunità terapeutica per segnalazione del giudice o di chi di dovere, viene schedato: non è pericoloso tutto ciò, non tende ad aggiungere emarginazione ad emarginazione?
Il problema della schedatura è stato valutato attentamente, sono state prese numerose cautele fino ai limiti del possibile per garantire l'anonimato.
Inoltre quando avviene l'opzione per la comunità terapeutica si interrompono i procedimenti in corso e a recupero avvenuto si cancella tutto quanto. Nei limiti di questa impostazione si è cercato di salvaguardare il rispetto dei diritti e dei requisiti essenziali della persona umana.
A mio avviso l'attenzione va posta soprattutto sul fatto che la realizzazione del piano terapeutico di recupero non ha alla base una libera scelta ma una forma di costrizione in quanto il tossicodipendente tra il carcere e la comunità, sceglierà quest'ultima, a prescindere dalla volontà di curarsi. Numerosi responsabili di comunità si sono detti contrari ad una simile soluzione.
Ad esempio don Picchi ha ribadito di non essere disposto, come molti altri, a fare da surrogato al carcere, perché questo impedisce al tossicodipendente di essere libero nella decisione di farsi aiutare.
Certo è, che far sparire il drogato dalla piazza, non vuol dire risolvere il problema della droga, anzi, vuol dire creare un sommerso che è infinitamente più pericoloso.
Questa è l'obiezione di fondo che ci riporta alla domanda fondamentale: chi è il drogato, perché ci si droga? L'alternativa è tra l'intolleranza verso le manifestazioni esteriori del problema e il sapere che il problema esiste e che non lo si risolve emarginandolo.
La modica quantità per quanto si sia prestata ad abusi, per quanto i giudici abbiano dato interpretazioni assai difformi tra di loro, tuttavia, permetteva di colpire lo spacciatore e di aiutare il tossicodipendente. Ora invece questa distinzione scompare o si attenua.
Il tentativo che noi abbiamo fatto, non ponendoci né tra gli antiproibizionisti, né tra coloro che facevano distinzione tra droghe pesanti e leggere, è stato quello di inserire in questa legge strumenti e modalità per una comprensione sociale e culturale del fenomeno.
lo sostengo che al termine dell'esame del Senato sia stata recuperata, almeno in parte, l'attenzione verso gli aspetti sociali del fenomeno droga. Non siamo riusciti del tutto perché c'era il vincolo della maggioranza, questo va detto; però pur non riuscendo ad eliminare questo eccesso di penalizzazione che può essere controproducente e pericoloso, siamo riusciti a porre il problema della definizione della struttura di base per gli interventi curativi e riabilitativi. Abbiamo introdotto il principio del pian personalizzato e, che lo si voglia o meno, ci deve essere la dose media giornali dose che deve essere quella del singolo soggetto, non quella che può venire stabilita con un decreto del Ministero della Sanità. Il fenomeno droga va combattuto all'origine e, nella fase terminale, governato cercando di aiutare chi ne è vittima, piuttosto che toglierlo dalla circolazione, oppure penalizzarlo in vario modo.
Rendere più difficile Il drogarsi attraverso sanzioni o modalità simili, non potrebbe produrre effetti più deleteri come un incremento del costo della droga o un aumento della microcriminalità; si ha l'impressione che la neonata legislazione sia un escamotage per non affrontare le cause che portano alla droga.
In questa domanda riscontro degli elementi propri della posizione antiproibizionista, posizione che trova riscontro in parte del1'opinione pubblica ed è appoggiata da figure illustri. Comunque non è detto che non debba essere questa la strada del futuro. Sono convinto che se questa legge fallirà, come probabilmente fallirà, si aprirà la strada dell'antiproibizionismo.
Ricordo tuttavia che· l'antiproibizionismo, affidando l'eliminazione della droga alla legge del mercato, mette sullo stesso piano, in modo perverso, la merce droga e la vita del drogato.
Certamente si può pensare che alla fine del ciclo, poiché la droga non arricchirà più nessuno, verrà meno l'interesse a venderla ma quante persone saranno nel frattempo morte di droga per averla potuta acquistare a prezzi modici. Quindi, resisto a questa idea e non riesco ad appropriarmene. Questo argomento non lo accetto se ha dietro di sé la prospettiva della liberalizzazione sostanziale della droga. Viceversa condivido la preoccupazione di porre nella clandestinità questo fenomeno più di quanto lo sia oggi: sono sicuro che si renderà più impenetrabile l'area in cui i tossicodipendenti operano, sarà tutto più difficile.
Cosa è stato fatto per rendere accessibile l'uso delle strutture sanitarie al tossicodipendenti?
Al riguardo abbiamo presentato un emendamento che è stato accolto. Abbiamo chiesto che fosse lo Stato ad assumersi il compito della cura del tossicodipendente.
Dal contesto della legge infatti si poteva ricavare l'impressione che compito dello Stato fosse quello di punire mentre alle comunità terapeutiche fosse riservato quello di riabilitare. Tutto ciò non è accettabile: anche lo Stato deve avere compiti di riabilitazione, proprio per questo noi siamo intervenuti.
La nostra idea era quella di rendere obbligatorio l'intervento del servizio pubblico verso le tossicodipendenze. Ma non nel senso di intervento coatto per il drogato. Il detentore di dose media giornaliera viene segnalato al servizio pubblico che deve elaborare e proporre il piano personale di riabilitazione.
Queste proposte sono state accolte, sono nella legge anche se paradossalmente convivono con l'altra linea, quella penale. A mio avviso la legge potrebbe essere maggiormente orientata verso il recupero. Certamente tale tentativo sarà difficile, dovendosi scontrare contro numerosi ostacoli. «La politica» e, in particolare, l'enfasi socialista vorrà dare di questa legge una versione eminentemente punitiva a discapito di quella riabilitativa.
A suo avviso la legge, che ha visto nell'onorevole Craxi il primo e più forte sostenitore, non tende a dividere ulteriormente il Paese tra bisognosi e non e ad emarginare sempre i più deboli?
Sono convinto che questa non sia una legge «socialista». Certamente siamo lontani dall'atteggiamento di comprensione verso quelle che una volta erano chiamate vittime della società (non nel senso di giustificarne il comportamento ma nel senso dell'impegno per capire ed intervenire per correggere). Negli anni '60 e '70, abbiamo pensato che l'intervento sociale risolvesse tutto, che bastasse rimuovere le cause di carattere economico e sociale e automaticamente le persone avrebbero risolto i loro problemi. Non è stato così. Vi sono anche componenti personali di cui tener conto. Al tempo stesso, non si può dimenticare che le strutture sociali hanno una eguale se non maggiore importanza. Viviamo ormai in un mondo che va verso il soddisfacimento immediato dei bisogni così come si manifestano per cui ogni bisogno diventa un diritto. È revocata in discussione la cultura del differimento dei benefici e il successo immediato è la misura di tutto. Da questo punto di vista lo stesso tipo di politica di cui è artefice l'onorevole Craxi che si basa sulla richiesta perentoria(oggi la legge sulla droga, ieri il voto segreto o l'invio delle navi nel golfo persico) e che pretende l'immediato soddisfacimento della richiesta, offre un cattivo esempio perché è anche questo un modo con cui si accredita il modello della soddisfazione immediata. Non pretendo di iscrivere, da questo punto di vista, il leader socialista nel novero di qualche categoria.
Craxi sarà forse più bravo di noi a classificare le persone, ma io voglio semplicemente osservare che il soddisfacimento immediato di «certe» richieste mi porta alla mente l'antica pratica dei sacrifici umani che, certe divinità esigenti, pare chiedessero e dalla quale, fortunatamente, il progresso della civiltà ci ha affrancato. Comunque, sono convinto che su materie come queste non ci può essere vincolo di maggioranza o di partito. Cabras, Granelli ed io, come ho scritto di recente su «Il Popolo», non siamo stati né ribelli, né eroi abbiamo usufruito di un diritto che ci viene garantito dal regolamento del gruppo parlamentare della Democrazia cristiana del Senato.·
Non ci siamo sentiti di considerare prevalente il problema di compattezza politica rispetto ad una scelta che chiamava in causa la nostra coscienza.

