In questo saggio vogliamo analizzare due tra i filoni principali che a mio avviso dovrebbero animare il dibattito politico degli anni a venire:
- le linee di politica economica in un mercato fortemente integrato, dove pare emergere una progressiva «libanizzazione della funzione economica degli Stati industriali moderni, ormai latitanti e sempre con meno potere rispetto alle banche centrali, alle banche d'affari operanti a livello internazionale, ai mercati finanziari transnazionali e ai trust multinazionali»(Peter Glotz).
- le linee di politica sociale, in un momento di accentuata criticità verso le conquiste e i valori del welfare state, non più in grado, così come strutturato, di rispondere alle nuove e vecchie povertà esistenti e alla necessaria frammentazione degli interventi possibili.
Scenari e prospettive del prossimo decennio
Nel decennio '90 dovrebbero completarsi quei processi di trasformazione della società che delineano la 3ª rivoluzione industriale, con il passaggio definitivo alla civiltà elettronica e dell'informazione e il conseguente spostamento verso il settore dei servizi dei nuovi posti dì lavoro e dell'apparato produttivo.
Se questo rappresenta il trend generale, preme sottolineare almeno altri 2 elementi che influenzeranno decisamente le tendenze e le politiche dei prossimi anni.
In primo luogo la realizzazione del mercato unico del 1993, che con i suoi 320 milioni di persone diventerà il più grande mercato del mondo.
Se negli anni'80 è stata vincente la formula del «piccolo è bello», con la nascita di nuove forme imprenditoriali e di quelle realtà riassunte nella formula «terza Italia», nel mercato unico sembra prevalere nuovamente il fattore dimensionale: la globalizzazione e internazionalizzazione dell'economia richiedono infatti un insieme di risorse che solo la grande impresa è in grado di dare. Il mercato unico rischia effettivamente di diventare il «mercato dei giganti», no di scontro tra grandi multinazionali che si affrontano nello scacchiere europeo, in una corsa sfrenata all'ultima quota di mercato.
Un secondo elemento che influenzerà in maniera determinante le politiche economiche e sociali degli anni '90 sarà l'evoluzione demografica, caratterizzata da una forte riduzione delle nascite e della mortalità infantile e da un parallelo aumento della vita media, da una crescita vicino allo zero e da un progressivo invecchiamento della popolazione. Questi fattori pongono una serie di problemi se si pensa che lo sviluppo economico è stato favorito proprio dalla straordinaria crescita demografica. Sul sistema produttivo il processo di invecchiamento è infatti causa dì una serie di conseguenze: 1) pone problemi per il mantenimento della flessibilità, della capacità innovativa e in genere dell'efficienza del sistema, in quanto una popolazione produttiva con bassa età media è probabilmente più dotata in termini di mobilità e spirito innovativo; 2) rallenta la ristrutturazione del sistema produttivo, favorito da un alto rapporto tra flusso d'immissione di nuovo personale e consistenza dell'organico; 3) abbassa la spesa complessiva in consumi (soprattutto quelli non alimentari), in quanto l'anziano ha tendenzialmente una minore propensione al consumo rispetto ai non anziani, sia che viva solo che in famiglia.
Se si pensa poi che attualmente esiste un anziano per ogni 3 persone in età lavorativa, e che dal 1997 si avrà una diminuzione della popolazione che lavora, si intuisce come il peso politico degli anziani aumenterà sensibilmente nei prossimi anni, e l'età diventerà una variabile importante nei conflitti redistributivi.
Linee guida per una politica economica e sociale
Di fronte agli scenari delineati precedentemente gli interventi di politica economica e sociale, che un moderno partito popolare (con una forte ispirazione cristiana e progressista) dovrebbe perseguire al fine di realizzare una moderna democrazia economica, sono caratterizzati da 4 criteri guida, che sintetizzano opposte tendenze ed esigenze di una società fatta di innovazione, competizione, informazione, burocratizzazione ed emarginazione.
Crescita mirata: dalla quantità alla qualità
Se negli anni '80 lo sviluppo economico è servito per riportare le economie industrializzate a livelli di benessere e a posizioni perdute nelle crisi del decennio precedente, negli anni '90 esso non dovrà essere incondizionato, incontrollato o abbandonato alla semplice logica del mercato, che tende a favorire chi già ha di più e meglio è inserito nel sistema produttivo, ma dovrà trattarsi di una crescita mirata, di uno «sviluppo policentrico diversificato», per usare le parole dell'enciclica «Sollecitudo Rei Socialis» di Giovanni Paolo Il, vale a dire uno sviluppo e una crescita economica da utilizzare al servizio dell'uomo e delle sue esigenze, per ridurre le disuguaglianze e far sì che in un cesto di lotteria un terzo della società
non peschi il biglietto non vincente. Si tratta in altre parole di utilizzare la crescita della società non per chi è già cresciuto ma per chi è rimasto giù dalla locomotiva dello sviluppo, trasformando la società dei 213 in una «società del 99%», cioè in una comunità che con il suo comportamento pratico riconosce l'appartenenza di tutti (Darhendorf). È un nuovo concetto di progresso, che abbandona il concetto quantitativo per sostituirlo con quello qualitativo, socialmente ed ecologicamente utile.
Si arriva così a quello che potremmo definire lo sviluppo capitalistico qualitativo, fatto di maggiore dinamismo rispetto allo sviluppo quantitativo, dove prevale non la produzione di maggiori beni ma l'invenzione di beni sempre nuovi, dove le forme qualitative dell'economia permettono una modernizzazione in senso ecologico della società industriale, dove una nuova democrazia sociale si innesta e si sviluppa.
Flessibilità: un'opzione umana vincente
Se un effetto immediato e ben visibile produrrà il mercato unico sul nostro sistema sarà quello di eliminare una serie di pastoie, di bizantinismi, di freni che si articolano e si insinuano in ogni angolo della società.
Tale storture danno luogo a due fenomeni non certo apprezzati dalla comunità: un eccesso di burocratizzazione, fatto di ruoli e di compiti rigidi e totalmente disaggregati l'uno dall'altro che rallentano, spesso in modo determinante, l'inserimento di nuovi processi di innovazione. Un eccesso di rigidità, soprattutto per alcune strutture (penso al mercato del lavoro), che pongono seri problemi di competitività e di adeguamento all'evoluzione dell'economia.
L'opzione vincente pare a noi essere quella della flessibilità, quale criterio guida nei processi produttivi, nella politica economica e monetaria, nel mondo del lavoro.
Solidarietà: il legame tra le classi
Se c'è un principio generale che deve permeare ogni possibile riforma in campo economico e sociale questo è proprio il solidarismo. Se la solidarietà, come qualcuno ha scritto, è «comunanza di interessi», «è coscienza di partecipazione ai vincoli di una comunità», allora la sua realizzazione comporta «che si vada al di là di scelte neutrali, per compromettersi in scelte di giustizia sociale», richiede di affrontare le necessità delle classi più bisognose contro gli alti e bassi della congiuntura, sollecita un livello qualitativo delle prestazioni pubbliche, perché al di là di questioni di allocazione delle risorse, sono proprio i più deboli a venir penalizzati da uno scadimento del loro livello. Ma questa «cultura della solidarietà» deve andare oltre, deve valicare l'ambito nazionale, e porsi come criterio guida nelle scelte internazionali.
E la solidarietà non è forse la migliore risposta a[la società anomica, dove per anomia intendiamo, secondo la definizione di Emile Durkheim, «la sospensione dell'efficacia delle norme sociali durante crisi economiche o politiche», per cui saltano i legami interpersonali e si perde il senso per i gruppi naturali, prevale l'individualismo e si moltiplicano le aree dove vi è una latitanza normativa (no-go areas)?
Certezza del diritto: realizzare, consolidare e allargare i diritti di cittadinanza
Non è forse vero che la più importante riforma desiderata dai cittadini riguarda la restituzione di un grado di affidabilità e di certezza nei diritti e nei doveri di cittadinanza, nel loro allargamento anche a quelle minoranze che sono rimaste finora fuori dalla porta, e nel consolidamento verso coloro che sono ai margini della maggioranza e vedono peggiorare di giorno in giorno le loro condizioni di vita?
Ecco dunque la necessità di restituire una certa dose di efficienza e di razionalizzazione a quei servizi che sono alla base dei moderni diritti di cittadinanza. Questo costituisce il punto forse maggiormente critico su cui l'impegno riformista del nostro partito troverà ostacoli ed interessi difficili da eliminare.
Politica fiscale
A noi pare che la questione fiscale sia oggi «la questione centrale della ricostruzione dello Stato democratico in questo paese» (Martinazzoli), la riforma attraverso la quale passa poi una serie di altre riforme economiche e sociali che sarebbero altrimenti viziate all'origine.
I punti qualificanti di un intervento in tal senso riguardano una serie di obiettivi sui quali è in corso un ampio e articolato dibattito fra le forze politiche e sociali:
- riduzione del grado di incertezza del diritto-dovere del cittadino di fronte al fisco (evasione, elusione, erosione);
- tassazione delle rendite finanziarie e dei capitai gains.
Riduzione dell'incertezza di fronte al fisco
È evidente che la riforma tributaria realizzata all'inizio degli anni '70 sia palesemente inadeguata alla realtà che ci troveremo di fronte nel prossimo decennio: mentre quella era stata pensata in un quadro economico in cui il 50% dei lavoratori dipendenti erano impiegati nell'industria e poco più del 20% nei settori dei servizi destinabili alla vendita; intorno alla metà degli anni '90 avremo un assetto occupazionale in cui il peso degli occupati nell'industria e quelli degli occupati nei servizi sarà circa lo stesso (37%), per di più con un netto trasferimento di lavoratori dalla grande alla piccola impresa. Il problema è dunque quello di trasformare un sistema tributario pensato per la grande industria e il lavoro dipendente in un sistema fatto di piccole e medie imprese e con una forte incidenza del lavoro autonomo.
Sul piano dell'evasione si tratta di immaginare un metodo che permetta allo Stato di individuare con certezza tutti i titolari di rediti tassabili e di effettuare accertamenti sui sui redditi di lavoro autonomo. Per questo è forse opportuno spostare il momento dell'accertamento dall'ambito centrale a quello locale, cioè nell'ambiente dove il contribuente vive e lavora. Proponiamo quindi che a livello comunale venga suddivisa la popolazione in circoscrizioni tributarie (che potrebbero territorialmente coincidere con i quartieri); in queste circoscrizioni opererebbe poi una commissione comunale, con a capo un funzionario del Ministero delle Finanze, che avrebbe il compito di procedere all'accertamento dei redditi dei contribuenti residenti nella circoscrizione stessa. Attraverso questo procedimento si realizzerebbe un diretto e più stretto collegamento dichiarazione-accertamento, con i cittadini che assumerebbero la doppia veste di controllati e controllori; insomma un processo che avvicina sensibilmente il cittadino alle istituzioni e ai loro compiti, inserendo una dose di elasticità e di certezza del diritto notevolmente superiore a quella attuale.
Per quanto riguarda il recupero delle varie forme di elusione ed erosione sarebbe auspicabile la strada di un allargamento della base imponibile a cui potrebbe accompagnarsi una progressiva riduzione delle aliquote stesse (con effetti di incentivazione forse non trascurabili), possibile attraverso il notevole allargamento della massa imponibile, nonché con la tassazione di altri tipi di reddito, oggi totalmente esenti.
Infine crediamo opportuno modificare la forma attuale di tassazione del reddito d'impresa, che penalizza fortemente il capitale di rischio e le imprese che effettuano investimenti ad alto tasso di rendimento, favorendo invece forme di rigidità e di investimento mediante l'indebitamento (generando tra l'altro un perverso rapporto di dipendenza delle imprese verso il monopolio bancario che governa i finanziamenti). Ciò tra l'altro riduce la spinta all'innovazione, se si pensa alla situazione conflittuale che esiste tra la banca e l'innovazione imprenditoriale, la prima legata a una necessaria dose di prudenza nella canalizzazione dei fondi raccolti, la seconda legata più facilmente al capitale di rischio piuttosto che a quello di debito.
Tassazione delle «forme protette»
Come abbiamo già ricordato nel paragrafo precedente la tassazione di quelle «forme protette di reddito», che ha usufruito fino ad oggi di un esenzione totale favorendo alcune classi di investitori, costituisce un obiettivo irrinunciabile e non più rinviabile per ottenere un minimo di riequilibrio e di equità nel prelievo fiscale.
L'introduzione di forme di tassazione in questo senso va tuttavia regolata in funzione dell'integrazione Europea, attraverso l'armonizzazione dei regimi fiscali sui redditi di capitali. La tassazione delle rendite finanziarie si impone soprattutto per i cosiddetti capitai gains (o guadagni di capitale) percepiti dalle persone fisiche, che nascondono spesso un intento meramente speculativo sia che riguardino investimenti immobiliari (terreni, fabbricati) sia investimenti mobiliari (azioni). Su questi tipi di operazione motivi di giustizia richiedono che si proceda ad un loro controllo da parte dello Stato, non tanto per motivi di gettito (che appare irrilevante) quanto per eliminare le pratiche illecite di borsa (leggi insider trading) e per riequilibrare a favore di certe fasce l'onere contributivo.
(La seconda parte sarà pubblicata sul prossimo numero di febbraio)

