«Legalità e collegialità interne dovranno essere potenziate al massimo». È il 19 febbraio del 1989. Chi parla dalla tribuna del diciottesimo congresso democristiano, è Arnaldo Forlani, candidato unico indicato da tutte le componenti interne del partito per la successione a Ciriaco De Mila alla segreteria politica della Dc. La sua designazione, scaturita due giorni prima da una triste riunione dei capi corrente a piazza del Gesù, doveva camminare lungo il solco della precedente gestione, terminando quell'opera di rinnovamento del partito non ancora chiusa. Eppure l'avvio del «segretario in pectore» cammina in direzione completamente opposta, attaccando per prima cosa «l'illegalità» e la «mancanza di collegialità» in cui il partito sarebbe stato abbandonato negli ultimi anni. Ma che cos'è la legalità descritta da Forlani, e quale è l'illegalità contro cui ci si scaglia?
Ad un anno di distanza dal «congresso di Vienna» della Democrazia cristiana, è questa una risposta che ancora non si è in grado di dare: se è difficilmente spiegabile cosa prima fosse illegale, ancora più complesso è spiegare cosa oggi dovrebbe cadere nel solco della legalità. Se invece al termine «legalità» si sostituisce quello di «normalizzazione», il gioco diviene improvvisamente più semplice, ed anche monotono.
Il rinnovamento, diceva giustamente Forlani ancora nel suo discorso all'ultimo congresso, non è un trofeo appeso al muro, ma un traguardo da raggiungere. Ma chi potrebbe dire che la politica di «rinnovamento» della passata segreteria, ha qualcosa in comune con l'azione dell'attuale? Nessuno.
Questi dodici mesi sono stati solo una continua, lenta e scientifica erosione di quanto costruito in precedenza. La politica per i grandi centri urbani e la riorganizzazione del partito in questi, ne sono limpido esempio. I commissariamenti di Roma, Bologna, Genova, Catania, Torino, Milano, Palermo, sono stati la prima e l'indispensabile tappa di questo cammino. Eppure oggi, voltandosi indietro, la maggioranza del partito legge quest'esperienza come una inammissibile ingerenza del centro nazionale nella vita della periferia, come un tentativo di creare una sorta di colonizzazione da parte del segretario e della sua corrente delle situazioni più appetibili e difficili. Eppure la Direzione della Dc che ha votato e deliberato le gestioni straordinarie che oggi si attaccano, non era commissariata. Al suo interno, basta ascoltare le registrazioni, si è parlato e deciso liberamente secondo le regole democratiche, senza passare sopra il cadavere di alcuno. Non solo. Erano queste operazioni scelte da tutte le componenti della Dc, tanto che a tutte (o quasi) le componenti, appartenevano i commissari nominati.
Il partito delle tessere, il partito degli eletti
La Democrazia cristiana appare oggi come un partito che, come una nave che ha rotto gli ormeggi, si allontana lentamente dalla società civile e dai suoi bisogni. A Palermo, si è verificato un fatto che parla chiaro, e che e passato inosservato agli occhi dei più: di fronte alle dimissioni di Rino La Placa da segretario provinciale e capogruppo consiliare, e quelle di Leoluca Orlando da sindaco, all'interno del partito locale la maggioranza ha mostrato la sua soddisfazione; esattamente il contrario di quel che è accaduto all'interno del gruppo consiliare dove la maggioranza, sostenitrice delle linea Orlando-Mattarella-La Placa, si è trovata in non pochi imbarazzi per sostituire lo stesso La Placa alla guida del gruppo. Come dire: da una parte il partito delle tessere chiuso al nuovo; dall'altra il partito degli eletti, scelto e indicato dalla società civile, puntato verso il nuovo, ma chiuso e reso incapace di muoversi.
Il problema non è però solo interno: dove sono finite le grandi battaglie di partito? Il tema delle riforme istituzionali, è finito nell'ultimo dei cassetti. La figura del «Cittadino come arbitro» tratteggiata da Roberto Ruffilli,(tentativo di riportare istituzioni e cittadini sulla stessa lunghezza d'onda), è finita con l'assassinio del suo disegnatore. Un successo in più per le nuove Brigate rosse e per chi preferisce un apparato istituzionale col fiato corto.
Questa allora è legalità? È «legalità» «Il Popolo» di Sandro Fontana che si permette di censurare un articolo del vicesegretario del partito? È «legalità» sostenere, lo ha fatto esplicitamente ancora il quotidiano del partito, che il Dc-9 abissatosi nel mare di Ustica, sia esploso in volo per una bomba posizionata nel vano bagagli e non per un missile? È «legalità» la completa inesistenza di una linea politica sui grandi problemi di politica internazionale che hanno stravolto il mondo, rimettendo in discussione equilibri vecchi di quasi cinquant'anni? È «legalità» esprimere anche a titolo personale (ma segretari di partito lo si è anche quando si dorme), opinioni favorevoli alla pena di morte? E «legalità» un tesseramento che chiuso a novembre, ancora non è «rientrato» a mesi di distanza? Un vecchio film di Totò raccontava la storia di un ex-carcerato che dopo i lunghi anni di prigione, non riusciva a reintegrarsi nella vita di sempre e cercava nottetempo di rientrare in prigione. La pellicola si chiamava «Dov'è la libertà». Ecco, noi oggi ci domandiamo: dov'è la legalità?

