2 - Febbraio 1990
14-18
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Augusto Del Noce. L'altro.

Settantasei - Augusto Del Noce. L'altro. pagina 14-18
Una relazione di Augusto Del Noce del 1957, presentata da Guido Bodrato, interessante e «diversa». Di quelle che «Il Sabato» e Mp mai avrebbero citato... Un'analisi sull'azionismo di sinistra nella seconda metà del '900.

Nell'estate del '57 i giovani democristiani organizzano un convegno di studio, al Sestriére, per ripensare alle esperienze del movimento che esce da una duplice crisi, espressa dal fallimento di due riviste: «Terza Generazione» e ccli ribelle e il conformista» promosse in quegli anni dai giovani entrati nella politica attraverso il Movimento giovanile della Dc e poi approdati a esperienze diverse ed in qualche caso opposte. In quella occasione abbiamo ascoltato, per la prima volta, una relazione di Augusto Del Noce, allora insegnante a Torino. Qualche anno dopo, ho discusso animatamente con lui del significato della «apertura a sinistra», cioè di una linea di dialogo con i socialisti, che Del Noce considerava una «piaga» della, politica italiana. E poi, quando già viveva a Roma, lo abbiamo sentito considerare con pessimismo il degrado della vita nazionale e del comportamento dei partiti. Eppure ha accettato, sorprendendo chi conosceva le sue antiche riserve sul partito dei cattolici democratici, di candidarsi per il Senato della Repubblica, e nelle aule di Palazzo Madama ha rappresentato con autorevolezza la Democrazia cristiana. Credo sia di qualche utilità, ad oltre trent'anni di distanza, rileggere i passi fondamentali di una relazione che esprime la sintesi di un pensiero politico, ed una polemica con l'azionismo e con il comunismo che Del Noce riproporrà con insistenza negli anni successivi, conquistando consensi ed attenzioni che allora certamente non aveva ancora.

Guido Bodrato

 

 

Il fatto più saliente, negli anni ’56-57, nel campo della politica ideologica qui in Italia, sembra la crisi, penso finale, di quello che dirò l'azionismo di sinistra, Che cosa voglio intendere e a quali uomini alludo?

L'azionismo di sinistra è caratterizzato da due tesi:

  1. l'accettazione dell'interpretazione che dirò «rivelativa» del fascismo contro quella «parentetica»;
  2. l'idea che il marxismo sia portato a inverarsi senza negarsi per salto qualitativo in un nuovo illuminismo, a costituire il quale concorrerebbero il neopositivismo, la filosofia di Dewey e l'esistenzialismo di sinistra.

Organi di questa tendenza le Riviste il Ponte e Nuovi argomenti: nella prima delle quali è soprattutto accentuato il tema dell'antifascismo come religione, nella seconda la nuova interpretazione per dir così, occidentale del marxismo. Quanto ai suoi uomini, alcuni hanno militato nelle file del partito comunista, altri invece hanno inteso agire sugli intellettuali rimasti fuori, in nome della politica della cultura. Indichiamo qualche nome: per i primi Antonio Giolitti e il suo libro Riforme e Rivoluzione; per i secondi Norberto Bobbio e il suo libro Politica e Cultura. Considero il caso del Bobbio particolarmente significativo, non soltanto perché in qualche maniera si presenta come l'erede della tradizione antifascista degli intellettuali torinesi, dei Gioberti e dei Ginzburg, ma perché esplicitamente si proposto di mantenere il collegamento tra gli uomini del Ponte un Calamandrei, un Calogero – e il comunismo di nuovo tipo.

L'appartenenza del resto a un partito politico non stabilisce tra questi uomini una differenza sostanziale: indica soltanto il settore in cui hanno scelto di lavorare, in cui, per così dire sono in missione.

Che cosa intendo per interpretazione parentetica e per interpretazione rivelativa del fascismo? L'interpretazione parentetica è quella secondo cui il fascismo è nella storia italiana una «parentesi», accidente è non sostanza; è la tesi affermata da Croce e in generale da tutti coloro che vogliono pensare l'antifascismo o il periodo successivo al fascismo come una continuazione del prefascismo; però soltanto di essi, come più oltre si accennerà.

L'interpretazione rivelativa è invece legata soprattutto al nome di Salvemini: si può chiamarlo così in relazione a una celebre frase di Giustini Fortunato, secondo cui il Fascismo sarebbe non una rivoluzione ma una rivelazione di forze preesistenti sedimentata dai tempi della Controriforma in poi a cui le circostante del primo dopoguerra avrebbero dato la possibilità di venire alla luce. Discendono da esse i tentativi che tutto sommato sinora sono riusciti vani, di spiegarlo attraverso la borghesia o la Controriforma o il giolittismo o il nazionalismo o la cultura idealistica o il cancro romano imperiale o la psicologia dell'italiano o attraverso la composizione di tutti questi elementi in cui la paura del comunismo sarebbe stato l'elemento catalizzatore; a questo punto l'interpretazione rivelativa è portata a sboccare in quella comunista.

Indicando nei due tratti sopraddetti i caratteri essenziali dell'azionismo di sinistra l'abbiamo implicitamente distinto dall'azionismo di destra e dal radicalismo.

L'azionismo di destra è quello dei discepoli non già di Gobetti ma di Rosselli (dei Garosci, dei Valiani, dei Chiaramonte). Condivide il primo giudizio sulla natura rivelativa del fascismo, ma non il secondo sull'evoluzione democratica del comunismo. Quanto al radicalismo la sua rinascita rappresenta un fenomeno nettamente post-fascista, successivo alla riuscita del cattolicesimo politico. Ciò che lo caratterizza (e basta vedere il suo organo Il Mondo), è l'idea che i regimi totalitari non siano che una ripetizione o trascrizione immanentistica dell'ideale teocratico della Chiesa cattolica; e che quindi la lotta culturale e politica debba essere orientata anzitutto contro il cattolicesimo della Chiesa di Roma, come la più diretta e logica negazione dell'ideale liberale, prototipo o forma pura di tutte le altre opposizioni. Ideale liberale che viene pensato non come particolare soluzione politica ed economica ma come religione dell'età nuova, del mondo moderno, ui l'idea della trascendenza religiosa sarebbe stata definitivamente superata: concezione per la quale il fine della vita è nella vita stessa e il dovere nell'accrescimento ed innalzamento di questa vita e il metodo nella libera iniziativa e nell'inventività individuale. Radicalismo che deve perciò rompere con il partito liberale alla Malagodi non soltanto e neppure soprattutto perché questo abbia un particolare rapporto con la Confindustria, ma perché si presenta come soluzione soltanto politica, religiosamente neutrale. Si è indicata con ciò quella che mi pare essere la linea direttiva essenziale del radicalismo. Naturalmente non si intende con ciò negare che vi sia una linea radicale più moderata caratterizzabile nei termini di lotta contro ogni integralismo: contro quello cattolico, cioè teocrazia e clericalismo, contro quello socialista, ossia comunismo, contro quello nazionalistico, ossia fascismo. Esso chiede che l'ordine politico sia completamente distinto da quello religioso e totalmente autosufficiente, fondato su certi postulati etici, libertà e giustizia, che vengono pensati come accettabili a partire da premesse religiose o morali diverse (da tutte le morali, almeno, di una sia pur lontana ispirazione cristiana); o che sarebbero addirittura, secondo altri, da considerare come semplici condizioni logiche della coesistenza sociale. Ciò senza nessun pregiudizio per le questioni metafisiche e teologiche, che devono essere dibattute in altra sede, e rispetto a cui lo Stato, religiosamente neutro, deve garantire le condizioni per la libertà di discussione.

La figura più rappresentativa di questo tipo sul piano, dei politici, è La Malfa; su quello dei teorici è il Salvatorelli. È facile osservare come questo laicismo moderato non abbia la capacità di dar vita, per sua forza intrinseca, ad alcun raggruppamento politico di qualche entità. Esso non può essere che ospite ed è ospite del radicalismo per esclusione.

L'azionismo di sinistra

Diverso dall'azionismo di destra e dal radicalismo l'azionismo di sinistra ha invece una stretta similarità di strutture con la sinistra cattolica, non propriamente con la sinistra della Democrazia cristiana, ma, per intenderci, con le posizioni che si richiamano a Esprit, con cui condivise il giudizio secondo il quale il marxismo sarebbe portato a inverarsi, deponendo il meta-fisicismo e il dommatismo del materialismo dialettico; salvo che per l'azionismo di sinistra questo inveramento concluderebbe in un nuovo Illuminismo, e per la sinistra cattolica in una posizione aperta al cattolicesimo. Non mancano del resto nella pubblicistica odierna tentativi per cattolicizzare in qualche modo l'Illuminismo, mostrando al solito, che la sua opposizione riguardava soltanto un certo tipo di cattolicesimo retrivo. Notiamo ancora come in quello che approssimativamente abbiamo chiamato azionismo di sinistra (sembra essere il termine più conveniente perché si vedrà come quello di neocomunismo non sia valido; la sua posizione non può infatti venire in alcuna maniera intesa come un comunismo dei giovani rispetto ad un comunismo dei vecchi e dei funzionari) vi sia dal punto di vista della coerenza logica una superiorità indubbia sull'azionismo di destra. Posta l'interpretazione rivelativa del fascismo, ne consegue che in esso si deve ravvisare il male essenziale contro cui c'è ancora da combattere dato che può ripetersi, perciò che non sono state estirpate quelle sue radici non chiaramente definibili. Chi professa tale interpretazione è quindi naturalmente portato a continuarla nella tesi che il comunismo.in quanto antifascismo sia in qualche maniera meno totalitario e perciò meno antiliberale e meno anticristiano del fascismo. A ragionare perciò così: la soppressione fascista della libertà è definitiva, perché è quella a cui si inducono le minoranze egemoniche quando si accorgono di non poter più contenere mediante gli istituti di democrazia borghese il movimento di liberazione popolare: invece il comunismo ha promosso un reale progresso democratico in paesi politicamente arretrati, attraverso l'introduzione di istituti come il suffragio universale, sia pure a lista unica, e l'elettività delle cariche , ed è soprattutto veramente l'erede dell'Illuminismo nel suo sforzo di pianificazione della società, che è la continuazione, applicata alle forze sociali, della ricerca tipicamente moderna, di dominare e regolare mediante la scienza le forze della natura; i suoi aspetti totalitari sono in realtà accidentali, conseguenti all'assenza di tradizioni liberali nei paesi in cui si è realizzato, o alla durezza giacobina che ha dovuto impiegare per vincere ostacoli immani o ancora ai residui di mentalità teologica in Marx e in Lenin: si imporrebbe perciò una revisione della dottrina di Lenin in relazione alla relazione successiva alla seconda guerra mondiale. È chiaro che in questa prospettiva la lotta politica del nostro secolo deve apparire come continuazione di quella ottocentesca tra i reazionari e i progressisti, in cui i primi sono caratterizzati dalla immobilizzazione del presente o dalla nostalgia dell'antico e i secondi dalla direzione verso l'avvenire: data questa definizione delle partì appare chiaramente come ì comunisti si trovino inclusi chiaramente tra i progressisti. Insistiamo ancora un momento su questo punto: c'è un nesso necessario tra l'interpretazione rivelativa del fascismo e la soluzione dell'antitesi, nella lotta politica di oggi, tra totalitari e antitotalitari, di quella fondamentalmente ottocentesca, tra progressisti e reazionari.

Ora, il torto logico della posizione di tipo Rosselli, sta nel voler combinare l'interpretazione rivelativa del fascismo con l'affermazione in sé giustissima dell'essenzialità del totalitarismo al comunismo. Manifestazione sensibile di questa inferiorità di coerenza logica è l'isolamento a cui i suoi rappresentanti si sono trovati costretti, mentre quel che abbiamo detto l'azionismo di sinistra ha trovato espressione nella cultura Einaudi e ha permeato attraverso essa gran parte dei giudizi storici – politici e culturali correnti. Possiamo dire che negli anni del dopoguerra e soprattutto in quelli tra il ’50 e il ’55 – segnati da una ripresa dell'azionismo di sinistra e della sinistra cattolica dopo la loro sconfitta nel ’47-’48 – abbiamo visto la vittoria di Gobetti (primo assertore dell'interpretazione del comunismo come rivoluzione liberale) su Rosselli: e in relazione alla più recente cultura antifascista torinese, quella tra gli anni ’30 e il ’40 di Geymonat su Ginzburg (il fuoriuscito russo, avversario laicista di tutti ì totalitarismi).

Dopo questa caratterizzazione sommaria dell'azionismo di sinistra, passiamo a domandarci come la sua mentalità abbia potuto formarsi e quali forze ideali abbiano concorso a questa formazione. Successivamente porteremo l'attenzione sul suo errore logico e sul suo necessario scacco.

La prima domanda porta a distinguere varie fasi della storia dell'antifascismo:

  1. le forze che si opposero all'ascesa politica del fascismo o che almeno rifiutarono la loro collaborazione;
  2. l'antifascismo di coloro che furono giovani tra il ’30 e il ’40;
  3. l'antifascismo successivo al ’43 ossia quello della Resistenza propriamente detta.

L'azionismo di sinistra come la parallela sinistra cattolica sono l'espressione del secondo antifascismo. Giungiamo qui a un punto particolarmente difficile perché si tratta di far sentire a chi non l'ha vissuta la forma precisa dell'oppressione dello spirito che si ebbe nel periodo fascista e particolarmente agli anni successivi al ’30.

Diciamo che a questo riguardo i fatti illuminano pochissimo, perché senza dubbio vi furono persecuzioni e processi, ma non in numero eccezionalmente rilevante. Si deve certamente riconoscere che la dittatura fascista non fu particolarmente feroce e neppure si può esagerare sulla sua corruzione: essa certamente vi fu, ma non in grado maggiore che in certi regimi democratici, e a parlare schietti, ci si troverebbe molto incerti nel rispondere alla domanda se sia stata o no maggiore a quelle che c'è nel presente. Non vi è di conseguenza altra via che un tentativo di abbozzare, sia pure in termini generalissimi, un'analisi fenomenologica dei totalitarismi di destra. Essi presentano dei caratteri simmetrici a quello dell'unico possibile totalitarismo di sinistra, ma rovesciati. Invero al posto della marxistica prassi dell'idea abbiamo l'idea ridotta a strumento di azione, o, come si dice, a mito: al posto dell'accettazione morale della durezza, la violenza elevata a valore in sé; al posto dell'inconclusione di tutti i valori in quello politico, l'affermazione del primato della politica contro il pensiero teoretico la morale e la religione, ossia la subordinazione dei valori spirituali ai valori unitari: al posto dell'accettazione della lotta di classe per la soppressione delle distinzioni, l'assolutizzazione di esse; al posto della nuova civiltà la disgregazione dell'antico essendo spezzato quell'ordinamento di valori che lo costituisce(i valori essendo presenti come strumento per l'affermazione di una razza, di una vitalità). Attraverso cioè i movimenti di tipo fascista la difesa della civiltà e della tradizione si rovescia nella sua sconsacrazione. Sarebbe interessante studiare a questo riguardo il totale perdersi dell'idea di patria nel periodo fascista.

Sono stati spesso usati per esprimere l'essenza dei totalitarismi di destra i termini di attivismo o di nihilismo. In un senso che fondamentalmente è molto simile, perché con nihilismo si vuole alludere a un'attività non ordinata alla realizzazione di un valore e che si esplica perciò come forma distruttiva.

Penso che effettivamente un'analisi puramente a priori della disposizione attivistica possa rendere conto meglio di qualsiasi altra ricerca della natura del fascismo: se anche essa non può spiegare le ragioni storiche per cui una disposizione per se stessa antisociale ha potuto avere successo sul piano politico, ma con ciò serve a illuminare il paradosso della sua riuscita e a determinare le difficoltà che lo storico deve affrontare.

Consideriamo l'attivismo nel suo aspetto primo: l'inversione per cui l'azione, nel suo più semplice significato di trasformazione della realtà, viene assunta come valore in sé con la conseguente retrocessione degli altri a strumenti o ad ostacoli. Per essere l'attivismo un atteggiamento totale, una tale retrocessione non può limitarsi a un puro significato morale, si tratta, di una totale spersonalizzazione del reale: la realtà viene ridotta a oggetto, assume aspetto di realtà nella mia azione, come ostacoli che proietto davanti a me per superarli. L'attivismo implica perciò una forma di solipsismo vissuto: è a questo punto che si potrebbe incontrare il problema che però è assai difficile da definire esattamente, del rapporto tra il fascismo e l'attualismo gentiliano. Correlativamente le idee vengono ridotte a modi di presentarsi: per poter meglio disporre di sè e degli altri (da ciò l'insincerità essenziale nel senza di mancanza dell'intimo proprio dell'attivista: donde la retorica e la sua radicale incapacità di consapevolezza, da cui poi il caratteristico aspetto di «barbarie» dei fenomeni attivistici, ma è una barbarie che non ha niente a che fare con la primitività).

Per tale negazione del significato dell'intelligenza il soggetto delle esperienze attivistiche si riduce a volontà, e l'agire gli si presenta come un imperativo (soltanto nell'azione io affermo la mia esistenza come soggetto; il mio agire coincide perciò con la degradazione morale). Da ciò la prima fondamentale contraddizione dell'attivismo: l'azione a cui dà luogo sarà necessariamente immorale per il disconoscimento della realtà degli altri, e al tempo stesso dovrà necessariamente essere mistificata come morale. Seconda fondamentale contraddizione: già si è vista l'essenziale antisocialità della attitudine attivistica; ma per altro verso si deve pur dire che è segnata da un'essenziale praticità nel senso rigoroso che non può attuarsi che sul piano politico; ed è la contraddizione di questi suoi due fondamentali aspetti a far sì che essa possa esplicarsi che come distruttiva di una comunità. Infatti: per l'assenza di un valore che la specifichi la volontà attivistica non può assumere che la direzione contro; ma per altro verso l'oggetto di questo contro resta indeterminato, non è questo o quell'ente, ma la totalità indeterminata del reale. Per determinarsi come azione l'attitudine attivistica deve prendere a oggetto della sua direzione l'ordine più complessivo, l'ordine dei rapporti umani, la civiltà (se i movimenti attivistici hanno potuto presentarsi inizialmente come «difesa dell'ordine» è in rapporto a un ulteriore momento della loro possibilità di determinarsi concretamente come azione; è perché la loro prima necessità è di distinguere il loro rivoluzionarismo da quello diretto alla creazione di una nuova civiltà e per distruggerlo si servono dell'ordine dato come di strumento – onde il carattere derivato dal loro aspetto reazionario – ma per questa intrinseca direzione contro «ogni» civiltà, basti osservare come la loro azione si sia dispiegata in senso disgregatore della civiltà che difendiamo). Ma d'altra parte si è già visto come questa azione politica nel senso più crudo del realismo politico, debba prospettarsi all'attivista come il valore assoluto. Per conseguenza l'attivismo deve dar luogo a un'elevazione della politica a religione, che è un fenomeno radicalmente nuovo della storia.

Che non si possa in alcun modo considerarlo come uno sviluppo del machiavellismo è chiaro, se il machiavellismo è semplicemente la constatazione dell'autonomia della forma politica. L'unico riscontro possibile è, come già si è detto, col marxismo, soltanto che all'inclusione della morale nella politica viene sostituita l'affermazione del primato della politica contro il pensiero teoretico, la morale, la religione.

Quindi la curiosa forma teocratica rovesciata a cui l'attivismo dà luogo, specificata non dall'esigenza della difesa della verità, assoluta, ma, sì potrebbe dire, dalla mancanza di verità.

[Omissis...]

Al passo con la storia

Da ciò che si è detto risulta l'apprezzamento che si deve portare sulla recente diaspora di alcuni intellettuali del partito comunista. Non si può in alcuna maniera presentarla come una rottura tra i vecchi e i giovani. Piuttosto, si potrebbe pensare a paragonare la loro uscita a quella dei modernisti dalla Chiesa cattolica. Ciò non toglie l'importanza estrema di quanto è avvenuto.

Perché finalmente oggi per la prima volta il comunismo italiano è stato costretto a dichiararsi nella sua natura mentre sinora aveva tentato di presentarsi come l'erede della tradizione liberale e risorgimentale. Se le osservazioni che ho fatto sul posto di Marx nella storia della Filosofia sono valide risultano delle conseguenze di grande momento. Perché se il marxleninismo è anzitutto l'atteggiamento razionalista nelle sue implicazioni ultime, consegue la tesi che il razionalismo e il laicismo nelle loro espressioni esterne sono negazioni così del liberalismo come del socialismo. Che quindi la storia del nostro secolo deve apparire non già come la continuazione di quella dell'800, ma come il suo esatto rovesciamento.

Nel secolo scorso cattolicesimo, liberalismo e socialismo erano presentati come fedi religiose opposte. I cattolici erano stati reazionari e difensori del passato; i socialisti avevano preteso parlare in nome della rivoluzione e dell'avvenire; i liberali intesero esprimere l'effettivo presente della storia, nella negazione di ogni profetismo, così di quello del passato come di quello utopistico. Nel nostro, gli esiti ultimi, totalitari così del pensiero reazionario come di quello rivoluzionario hanno rimesso tutto in questione.

Per un verso, il pensiero reazionario si è dissociato dal cattolicesimo e ha dato luogo alle forme che sappiamo. Per l'altro il pensiero rivoluzionario attingendo la realtà nella forma del leninismo o di quel che seguiva, si è dissociato dal socialismo. Né questa – la si pensi pure forzata finché si vuole – dissociazione del cattolicesimo dalla parte revisionaria, per potersi mantenere come cattolicesimo e come socialismo coincidono con una consunzione di tali fedi religiose e con la vittoria del liberalismo laicistico. Perché è chiaro come questo non abbia saputo risolvere il problema del passaggio alla democrazia come regime della «alienazione soppressa» in cui ogni singolo deve potersi considerare anche come fine dell'intero processo sociale: e abbia con ciò perduto il presente della storia e si sia trovato costretto nei suoi teorici, alla «profezia del passato», da accarezzare l'immagine del mondo di ieri. Mentre la conciliazione del l'idealismo e di socialismo a partire dal liberalismo ha concluso nell'errore, così com'era fallita la conciliazione a partire dal socialismo, nelle socialdemocrazie.

Ma quest'idea della convergenza di cattolicesimo, di liberalismo e di socialismo in un quadripartito inteso non come soluzione provvisoria, ma come forza organica, che cosa è altro se non l'intuizione fondamentale del degasperismo? Possiamo cioè dire che gli avvenimenti degli ultimi tempi con chiarimento dell'illusorietà della posizione degli intellettuali mediatori hanno riportato alla attualità il degasperismo. E che essi prescrivono un compito, quello del passaggio dalla sua espressione strettamente politica alla sua consapevolezza e fondazione ideale che sinora manca.