2 - Febbraio 1990
21-30
Saggi

Due nodi politici per gli anni '90

Settantasei - Due nodi politici per gli anni '90 pagina 21-30
Pubblichiamo la seconda parte di un saggio sul Welfare State negli anni novanta. Le politiche attive per l'occupazione, per la piccola e media imprenditoria, per l'innovazione e lo sviluppo tecnologico.

Le aspettative legate all'integrazione economica del 1993 potrebbe suscitare un certo ottimismo relativa· mente alla situazione occupazionale, non sufficiente se si analizzano le ten· denze che emergeranno, almeno nel nostro paese, negli anni '90 e che possono sintetizzarsi in 4 punti:

  1. un aumento degli squilibri e delle divaricazioni nord-sud a causa della diversa evoluzione demografica;
  2. un aumento del tasso di immigrazione di cui cominciano a sentirsi le prime ripercussioni già in questi anni;
  3. una crescita della presenza femminile a più elevato livello di scolarizzazione;
  4. un progressivo invecchiamento della popolazione in età lavorativa, con preoccupanti effetti sui livelli di produttività.

Di fronte a questi problemi e al presentarsi di queste nuove tendenze è necessario un impegno «molecolare», compiuto da tutti (individui, famiglie, imprese, enti locali, forze politiche) in diverse direzioni e secondo due linee di fondo che devono costituire il minimo comune denominatore della nostra azione:

  1. introduzione di un'elevata dose di flessibilità, quale strumento per uscire dalla crisi ed eliminare quelle barriere di ordine normativo, organizzativo e strutturale che impediscono quei riaggiustamenti necessari;
  2. accanto al processo di flessibilizzazione-efficentista, ribadire alcune forme di solidarietà che devono compensare gli strappi prodotti da tali processi. E questa combinazione flessibilizzazione-solidarietà la sintesi a cui devono ricondursi gli interventi in materia di politiche occupazionali, di riforma della struttura salariale, di revisione degli assetti contrattuali e organizzativi che regolano il mercato del lavoro.

Strutture salariali e politiche di riforma

La struttura del costo del lavoro italiano presenta una serie di anomalie che ne fan· no uno dei principali fattori discriminanti nel confronto competitivo con gli altri paesi. È risaputo infatti che il costo del lavoro, come principale variabile di costo nei processi produttivi, costituisce uno degli elementi principali che determinano la competitività sul mercato internazionale. La sua importanza influisce sia sulle valutazioni di investimento e di produzione, sia sulle capacità di spesa dei lavoratori dipendenti, sia infine sulle entrate della finanza pubblica (attraverso le aliquote contributive).

L'analisi del costo del lavoro nel nostro paese evidenzia due paradossi significativi:

  1. il più elevato costo del lavoro tra i paesi industrializzati si accompagna a retribuzioni nette (vale a dire ciò che il lavoratore percepisce effettivamente in busta paga) più basse in assoluto.
  2. una struttura del costo del lavoro dove la retribuzione lorda è fortemente al di sotto di quella degli altri paesi industrializzati, e di conseguenza gli oneri sociali sono ad un livello molto più elevato. Tale divergenza negativa è ancora più rilevante se si considera la percentuale dei contributi pagati dai datori di lavoro (che rispecchia il diverso sistema di finanziamento della sicurezza sociale).

Di fronte a queste palesi difficoltà sono secondo noi necessari interventi correttori, che riportino la struttura del nostro costo del lavoro in linea con quella degli altri paesi industrializzati; a tal fine riteniamo necessario:

a) una riduzione del peso degli oneri sociali sul complesso del costo del lavoro, tale da ridurre il differenziale con gli altri paesi, alleggerendo le imprese da un onere difficilmente sopportabile nel futuro; le vie per raggiungere questo obiettivo sono essenzialmente due: la prima attraverso una completa fiscalizzazione degli oneri sociali (l'onere sul bilancio dello Stato potrebbe venire compensato da una revisione del sistema e delle quote dei trasferimenti alle imprese, che raggiungono nel nostro paese livelli non riscontrabili in altri parti, o tramite l'introduzione di un nuovo tributo che sostituisca il precedente, senza tuttavia presentare i difetti di quest'ultimo, vale a dire iniquità, regressività, discriminazione contro il fattore lavoro, ecc.).Una seconda strada, di più difficile valutazione, potrebbe essere quella di sostituire il gettito proveniente dai contributi sociali con un tributo commisurato sul valore aggiunto lordo dell'impresa(dato dalla somma dei profitti, dei salari, degli stipendi, delle rendite e degli interessi). Gli effetti di un tale provvedimento sarebbero molteplici: redistribuzione su tutto il valore aggiunto prodotto dal sistema, di un onere oggi totalmente a carico del fattore salario; disincentivo alla discriminazione nei confronti del lavoro (a causa della diminuzione del suo presso) e vantaggi alle imprese a più alta intensità di capitale; aumento generalizzato della competitività del nostro paese, in quanto i maggiori vantaggi verrebbero recati a settori diversi dai tradizionali, che paiono sostanzialmente indifferenti a tale manovra, con conseguente correzione della polarizzazione della nostra struttura produttiva.

b) sempre nell'ottica di un allargamento della elasticità nella gestione del salario a livello aziendale e del superamento dei vincoli che ne aumentano la rigidità, riteniamo fondamentale l'introduzione, sulla base del modello giapponese (in cui quasi il 20-25% del monte salari è costituito da una specie di salario di rischio, vale a dire da una quota di partecipazione dei lavoratori agli andamenti dell'impresa) di un cosiddetto «premio di competitività», in cui il salario viene correlato alla competitività e al risultato economico complessivo del!'azienda.

Si tratta, con le parole di Andreatta, di «superare le formule del salario come prezzo per accettare anche da noi una qualche forma di salario di rischio, di contratto di rischio, che permetterebbe tra l'altro di dare relativa stabilità all'occupazione e di superare il rapporto proprietà lavoro quale il capitalismo ce lo ha offerto».

c) concordare una efficacia politica dei redditi, che abbia un effetto di controllo sul livello dell'occupazione e permetta di raggiungere una crescita stabile e controllata del reddito monetario, al fine di evitare la classica e perversa rincorsa salari o profitti-prezzi.

Dovrebbe inoltre favorire l'ampiamento del ventaglio salariale, favorendo così quelle professionalità finora compresse, magari attraverso una contrattazione la più decentrata possibile, che tenga conto sia delle condizioni oggettive del settore e dell'impresa, sia di un costo della vita che presenta rilevanti differenze sul territorio nazionale.

Politiche attive per l'occupazione

Se quelli che abbiamo indicato sono una prima serie di veicoli per rendere il mercato del lavoro strutturalmente più articolato e flessibile, adattato alle esigenze di un sistema sempre più frammentato, è evidente che diventa necessario predisporre un mix di ulteriori strumenti, di politiche attive del lavoro, che possono agevolare un miglior inserimento di quelle nuove categorie che si affacciano sul mondo del lavoro, salvaguardando inoltre gli attuali livelli di occupazione.

Si tratta di interventi che incidono sia sull'aspetto macro, sia sotto quello microeconomico del mercato del lavoro:

  1. introduzione di un salario d'ingresso per i giovani, cioè di un salario ridotto del 20-30%, rispetto a quello di categoria, per 3 o 4 anni.
    Accanto al tradizionale rapporto di scambio prestazione lavorativa-retribuzione, si tratterebbe di affiancare un piano di formazione professionale.
  2. procedere ad un ulteriore riduzione de/l'orario, che deve tendere alle 35 ore settimanali, per poi giungere verso la fine degli anni '90 alle 30 ore; tale modifica va apportata analizzando e diversificando tra settori razionalizzabili e quelli non razionalizzabili, o meglio tra i settori della produzione e quello dei servizi.
  3. ristrutturare lo strumento delle cooperative giovanili, il cui modello si avvicina maggiormente alle aspettative delle nuove generazioni, in quanto basato sulla conduzione democratica dell'azienda e sulla compartecipazione e corresponsabilizzazione alle decisioni gestionali.

Se come pare nel corso degli anni '90 emergeranno nuove figure professionali e nuove tipologie di servizi, questo potrebbe essere uno strumento vincente solo che si eliminassero quegli ostacoli emersi finora dalla loro applicazione.

Ci riferiamo in particolare all'accorciamento degli iter burocratici che spesso prolungano, oltre il limite di attesa sopportabile, i progetti presentati; al superamento delle 3 barriere maggiormente rilevanti (finanziarie, manageriali, di mercato) attraverso una più equa e veloce allocazione delle risorse economiche (pensiamo qui al ruolo che potrebbero svolgere non solo gli enti pubblici, ma anche organismi privati quali banche e società finanziarie), una maggiore assistenza tecnica, professionale e manageriale (perché non pensare di incentivare società di professionisti, di consulenti aziendali affinché mettano un tempo sufficientemente lungo la loro esperienza al servizio e al decollo di queste cooperative?), un canale privilegiato per i prodotti e i servizi offerti dalle cooperative (affinché non si creino insormontabili barriere all'entrata), attraverso il canale pubblico (come acquirente esso stesso o come fornitore di una rete di informazione alle imprese sulle attività di queste cooperative) o tramite quello privato (una qualche agevolazione alle imprese private che ne vogliano usufruire).

Politiche per le piccole e medie imprese

Questi soggetti sono quelli maggiormente esposti all'effetto di marginalizzazione che potrebbe derivare dall'ampliamento dei mercati e dalla liberalizzazione degli anni '90. È questo un rischio particolarmente stringente per imprese che presentano gravi ritardi e disfunzioni in termini finanziari, tecnologici e organizzativi.

Ed è un problema che si presenta con maggiore intensità per un paese come il nostro così fortemente caratterizzato da questa tipologia imprenditoriale.

A tal fine ci pare utile approntare nuovi strumenti finanziari (fondi chiusi, prestiti partecipativi, venture capitai) che potrebbero favorire la capitalizzazione delle imprese medio-piccole e un più facile accesso a forme diverse di finanziamento, visto che ora le imprese minori sono costrette a ricorrere con sempre maggiore frequenza al credito a breve termine; ma soprattutto sostenere la nascita di rapporti cooperativi tra imprese, sotto forma di consorzi tra esse in grado di garantire quei servizi di terziarizzazione così palesemente arretrati in questi contesti (servizi per le esportazioni, per il marketing, per la logistica, per la formazione, per la commercializzazione, per l'automazione e informatizzazione).

Politiche per l'innovazione e lo sviluppo tecnologico

Se pensiamo che oltre il 90% delle attuali conoscenze a livello mondiale derivano da una serie di ricerche e scoperte fatte negli ultimi 40 anni ci accorgeremo di quanto sia elevato il potenziale di crescita e di cambiamento delle nuove tecnologie. In particolare I'(3.ttenzione futura si sposta su 3 tecnologie di base:

  1. la microelettronica, da cui deriverà un mercato, tra circa un decennio, stimato in 1.000 miliardi di dollari;
  2. i nuovi materiali;
  3. le biotecnologie.

In questo senso la politica industriale mostra con evidenza tutti i suoi limiti: manca una domanda pubblica volta alla creazione di mercati selezionati di beni e servizi ad alto contenuto tecnologico; aumentano le difficoltà in una politica mirante a coordinare e a favorire la cooperazione tra i soggetti protagonisti dell'innovazione(governo, enti e istituti di ricerca, università e imprese); persistono le lentezze procedurali e burocratiche legate alla gestione operativa degli interventi; manca infine quella struttura pubblica (che ha già ottenuto invece importanti effetti in Francia, Germania e Giappone) che dovrebbe favorire la diffusione e la valorizzazione dei risultati tecnico-scientifico raggiunti.

Il perdurare di questi nodi critici, la peculiarità della struttura produttiva italiana, la necessità improrogabile di puntare a colmare il gap che ci separa dagli altri paesi rendono urgenti una serie di interventi, indirizzati ai seguenti obiettivi:

  1. aumentare la specializzazione in settori ad elevata crescita e che consentano il raggiungimento di nicchie tecnologiche;
  2. predisporre una serie di incentivazioni e di interventi per accrescere notevolmente le spese di ricerca e sviluppo da parte delle imprese (lo strumento fiscale e quello finanziario sembrano i più indicati);
  3. selezionare e rimodulare il flusso dei trasferimenti da parte del bilancio dello Stato, incrementando quelli volti allo sviluppo e all'introduzione delle tecnologie e penalizzando quelli a carattere esclusivamente assistenziale;
  4. promuovere una rete articolata di informazioni, dotate della più ampia trasparenza, sulla domanda di innovazioni da parte dei potenziali utilizzatori, a cui potrebbe essere preposto un organismo istituzionale, frutto della collaborazione tra governo, imprese ed enti pubblici di ricerca;
  5. inserire l'intero ambito della politica industriale nazionale in un quadro comunitario, attraverso una crescita delle risorse che partecipano ai programmi di ricerca europei;
  6. per ultimo, ma sicuramente tra gli obiettivi più importanti, va rivisto l'attuale rapporto ricerca-produzione: l'idea da sviluppare in questo senso è la diffusione dei parchi scientifici, che già hanno trovato qualche limitata applicazione anche da noi, e che in una crescente sinergia tra enti locali, laboratori e industrie, avrebbero il compito di diffondere le tecnologie nel sistema, favorendo la ricerca applicata e la fornitura di servizi soprattutto alle piccole e medie imprese.

Politiche industriali qualitative e ambiente

Abbiamo già ricordato come il fattore ambientale e in generale di uno sviluppo industriale qualitativamente indirizzato costituisca un problema di frontiera nell'attuale fase di sviluppo del sistema produttivo. Quello che emerge con particolare evidenza è che il limite allo sviluppo non sta solo in un limite delle «risorse», ma in un problema di «rifiuti», vale a dire dell'impatto ambientale che le attività umane, e in particolare industriali, hanno sulla vita quotidiana, sulla tutela della salute, sul rispetto del territorio.

Lo sviluppo di tecnologie e di processi «puliti» passa dunque attraverso l'acquisizione di due concetti:

  1. la prevenzione, cioè tecnologie che introdotte nei cicli produttivi garantiscano una produzione limitata dei rifiuti;
  2. la protezione, con tecnologie in grado di trattare, smaltire, recuperare e riciclar i rifiuti generati al termine del processo produttivo.

Se questi rappresentano gli indirizzi generali, una politica industriale a valenza ambientale dovrebbe prevedere:

  1. lo sviluppo dei processi produttivi più selettivi, con utilizzo di materie prime meno pericolose;
  2. l'utilizzazione del controllo avanzato per il monitoraggio dei processi e delle scorie;
  3. transizione verso materie prime naturali e di energie riciclabili;
  4. investimenti estesi verso interventi che tutelino l'ambiente e permettano il risparmio calorico ed energetico.

Una politica di sviluppo intelligente, una «crescita mirata», come dicevamo all'inizio di questo documento, passa quindi attraverso una opportuna selezione di interventi e di processi che favoriscano quelli a «valenza ambientale» e le imprese che li realizzano.

Certezza del diritto, efficienza e pubblici servizi

Le cause che stanno alla palese arretratezza dei servizi pubblici vanno individuate in primo luogo nella gestione del personale, dove spesso i modelli organizzativi e gestionali e le procedure normative per rispondere a obiettivi di salvaguardia e incremento dell'occupazione, hanno tralasciato le più elementari regole di razionalizzazione e di efficienza.

La stessa politica salariale del personale ha mostrato una serie di incongruenze: da una lato l'inferiorità delle remunerazioni per il settore statale delle qualifiche più elevate, con conseguente rilevante esodo verso il settore privato di quelle risorse più efficienti; dall'altro stipendi troppo alti e scarsamente differenziati secondo le qualifiche, l'impegno e le capacità professionali, per quelle mansioni che offrirebbero minori capacità di guadagno nel settore privato.

Per questo riteniamo che si debba procedere innanzitutto al superamento dell'attuale assetto di garanzia di tutela del posto di lavoro, che deve essere sostituito dalla possibilità di revoca, collegato magari ad una migliore definizione dei compiti e delle funzioni da svolgere e dei rapporti intercorrenti con il vertice politico.

Da ciò ne deriva la necessità di salvaguardare i meriti e l'efficienza dei pubblici dipendenti, prevedendo una diversa struttura retributiva e una diversa politica delle remunerazioni, per evitare la possibilità che si pervenga ad ingiustificate discriminazioni: a tal fine potrebbe trovare applicazione una politica dei redditi (di cui abbiamo già indicato le caratteristiche di fondo) che agganci almeno una parte delle retribuzioni a particolari indici di produttività da stabilire secondo i diversi settori e le diverse esigenze; in subordine si potrebbe offrire a certe categorie di dipendenti la scelta tra carriere con remunerazioni non elevate ma con stabilità d'impiego ed una carriera con retribuzioni più elevate (e con salari più flessibili e articolati) senza stabilità.

Debito estero e politiche per i Paesi in via di sviluppo

Il problema del debito dei paesi in via di sviluppo è esploso in tutta la sua gravità proprio nel corso degli anni '80, evidenziando quella stretta interdipendenza che lega i paesi sviluppati con quelli più arretrati.

Le linee di azione ci sembra riguardano 3 ordini di fattori:

  1. quello finanziario, per cui è impensabile che si possano mantenere intatti gli attuali oneri a carico dei paesi debitori; è auspicabile che si pervenga ad una loro sostanziale revisione, sia in termini di durata del rimborso, sia per quanto riguarda i tassi d'interesse praticati, attraverso una negoziazione politica tra creditori e debitori;
  2. quello commerciale, per cui è impensabile che venga mantenuta l'attuale specializzazione neocolonialista del sistema produttivo; va attuata una efficace ridefinizione della divisione mondiale del lavoro, in modo che a questi paesi non tocchi sempre e solo il ruolo di fornitori delle materie prime ai paesi industrializzati, ruolo tra l'altro estremamente rischioso per le continue fluttuazioni che subiscono questi tipi di prodotti;
  3. quello organizzativo, vale a dire una seria verifica delle modalità con la quale vengono concesse queste aperture di credito e un efficace controllo dei beneficiari e della effettiva utilizzazione fatta di tali importi: una via in tale senso sarebbe quella di evitare i trasferimenti monetari alle strutture pubbliche (spesso incompetenti e corrotte) favorendo invece le piccole imprese private locali con sostegni agli investimenti, con crediti a tassi agevolati ecc.

La crisi e le risposte dello Stato sociale

Come ha scritto Ralf Darhendorf «lo Stato sociale tradizionale poggia sugli assunti della società del lavoro. Non soltanto esso viene finanziato dagli occupanti, ma è anche costruito su uomini che si sentono a loro agio nel mondo professionale.
Ma cosa succede se la società del lavoro è ormai soltanto una parte della realtà, e il 5 o 10% o anche più restano stabilmente al di fuori di essa?». 

E ancora «la  creazione dello Stato sociale coincise con una lunga fase di crescita dell'economia. Tale crescita rappresentò la necessaria base, disponibile e per di più senza problemi, dell'aumento delle entrate statali e quindi anche delle spese statali. Quando la crescita, negli anni '70, è diventata più precaria, l'aumento delle spese statali al di fuori degli investimenti, e cioè soprattutto a scopo di redistribuzione, è diventato corrispondentemente più difficile. Per di più i problemi che lo Stato sociale deve risolvere sono per definizione problemi individuali, mentre gli strumenti che impiega sono sempre, anche stavolta per definizione, strumenti generali. In altre parole lo Stato sociale richiede inevitabilmente la formazione di burocrazie, che perdono di vista proprio quei casi individuali in grazia dei quali esse sono state costituite».

Ho voluto riportare integralmente questo brano di uno degli ultimi lavori del filosofo tedesco, perché in esso sono racchiusi molti degli elementi che hanno aperto ed ampliato la crisi dello Stato sociale.

Se a questi aggiungiamo l'aumento considerevole del numero dei fruitori delle prestazioni sociali, l'espansione del periodo formativo e l'abbassamento dell'età pensionabile, la sofisticazione delle domande sociali derivanti dai bisogni post-materialistici e infine soprattutto l'evoluzione demografica, per cui sono e saranno sempre meno quelli che forniranno le risorse per mantenere gli stessi livelli di Stato sociale attuali, mentre aumenteranno progressivamente la popolazione anziana (cioè quella che usufruisce maggiormente delle prestazioni sociali),abbiamo un quadro ben delineato, delle motivazioni che ci portano a parlare di crisi del welfare e delle risposte urgenti che bisogna dare.

Noi crediamo che nessuna delle due tendenze finora emerse (quella neo-liberista e quella interventista) sia soddisfacente, soprattutto per un partito come la Democrazia cristiana, e che si debbano superare questi rigidi schematismi, per creare un modello di Stato sociale articolato e flessibile, in grado di offrire quella solidarietà tra cittadini mai realizzata nel nostro paese, in linea con le vecchie e le nuove esigenze di questa società.

Un modello di Welfare State per gli anni '90

Uno schema di riferimento dovrebbe rispondere prioritariamente a questa serie di obiettivi:

  1. recuperare le marginalità a carattere economico di una parte della società, che rischia obiettivamente di veder peggiorata la propria situazione in una società a forte crescita concorrenziale;
  2. legittimare e istituzionalizzare la solidarietà sociale, attraverso un assetto politico che permetta alla società di auto-organizzarsi, con istituzioni pluralistiche, libere e solidaristiche;
  3. allargare la maglia della protezione sociale, per ricomprendervi quelle forme di «emarginazione relazionale» che diventano strategiche nella società postindustriale
  4. ripensare le modalità di finanziamento, in una ottica che tenga conto della particolare evoluzione demografica in corso e ai problemi derivanti dal dissesto della finanza pubblica.

Il modello che dovrebbe gestire tale pluralità di obiettivi, spesso difficilmente conciliabili tra loro, è costruito su 3 livelli:

a) si parte dall'ipotesi della protezione minimale, secondo cui va abbassato radicalmente lo spazio d'intervento del settore pubblico nel welfare; lo Stato e il suo ordinamento, e quindi anche la politica, avrebbe una duplice funzione;

  1. assicurare la tutela del diritto, compito spesso disatteso ed eluso;
  2. garantire a tutti, quale parte integrante dei diritti di cittadinanza, la copertura dei rischi più gravi (esempio sanità) e le risposte ai bisogni più essenziali (esempio istruzione di base, minimo di pensione, disoccupazione). Deve chiarirsi che si intende una copertura minima e istituzionale, che non preclude un soddisfacimento per altre vie.

b) si supera l'ipotesi precedente, che prevede per il resto la predominanza del mercato, cambiando il soggetto (il privato) a cui va concesso uno spazio di crescita superiore.

In altre parole il secondo livello non dovrebbe avvantaggiare il mercato, ma un nuovo soggetto: è la terza dimensione, il privato-sociale che assume un ruolo strategico nel nuovo Stato sociale, acquista autonomia propria per la costruzione di un associazionismo solidaristico.

E lo Stato deve garantire questo «modello pluralistico delle nuove solidarietà», fatto di volontariato, di associazionismo, di cooperazione, di mutualità e di reti informali, affinché a queste sfere autonome sia permessa la massima esplicazione delle loro funzioni. Questo secondo livello non potrebbe garantire solamente la copertura dei bisogni post-materialistici, ma intervenire anche efficacemente, per quella elasticità ed efficienza intrinseche in questo modello, in molti settori legati ai vecchi bisogni (vedasi salute, educazione, informazione). Ci pare che questo livello coniughi in una mirabile sintesi quelle esigenze così sentite di solidarismo, efficientismo e qualità dei servizi offerti.

c) l'ultimo livello dovrebbe venire assegnato al privato, in un ruolo che a qu to punto diventa marginale, dove trova piena attuazione il principio di mercato tra costo della prestazione e servizio offerto.

Il nostro paese ha bisogno di importare e sviluppare il privato-sociale: è la via obbligatoria, crediamo, per non pervenire ad uno smantellamento di quel progresso cardine dei sistemi democratici che ha garantito di accompagnare la crescita della società industriale.

Ma per far questo va istituzionalizzato il ruolo di questa rete informale di protezione sociale, predisponendo una legislazione che ne legittimi la presenza ed un'efficace azione: va studiata una complessa rete di aiuti e di sussidi pubblici (fiscali e finanziari), vanno agevolate contribuzioni pubbliche, ma va soprattutto accettato il concetto di partecipazione parziale al costo del servizio, proporzionalmente alle possibilità di ciascuno: diceva Don Milani che «niente è più ingiusto che far le parti uguali fra diseguali»: certo «fascializzare» le categorie di cittadini (escludendo naturalmente i poveri) è un concetto di grande equità, che viene tuttavia distorto dalle sperequazioni legate alla scarsa efficacia dello strumento fiscale. Che può essere superato con l'adozione di alcuni interventi (che abbiamo sommariamente indicato) e che diventa indispensabile in quanto la garanzia di entrate proprie rende il privato sociale più indipendente dall'apparato pubblico e dagli andamenti ciclici dell'economia.