3 - Marzo 1990
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Saggi

Riconvertendo le industrie belliche

Settantasei - Riconvertendo le industrie belliche pagina 3-6
Relazione del Ministro delle Partecipazioni Statali sulla riconversione delle industrie belliche

In tutto il mondo sono allo studio – e parzialmente in atto – processi di riconversione e diversificazione dell'industria militare a fini civili. In Italia abbiamo avuto un dibattito rischio fra le forze politiche e culturali, le associazioni del volontariato e il sindacato: anche questo Convegno ne è una testimonianza. La necessità di preparare in tempo il nostro sistema produttivo alla prospettiva della riconversione è stata recepita a livello di parlamento e di governo. Come è noto, nell'aprile 1989 è stata insediata presso il ministero delle Partecipazioni statali una Commissione "ad hoc", attualmente sotto la presidenza del prof. A. Zichichi, con il compito specifico di elaborare proposte concrete sul problema della riconversione dell'industria pubblica prefigurando le caratteristiche economiche e occupazionali dei fenomeni in questione: l'obiettivo è la piena valorizzazione, nelle nuove condizioni dischiuse dall'evoluzione interna e internazionale, dell'elevata professionalità degli addetti e delle virtualità tecnologiche del settore.

Le ragioni che inducono a studiare con una certa urgenza finalità e procedure della riconversione sono state esposte e ampiamente discusse durante questo Convegno. Dobbiamo considerare come un fatto positivo che l'economia mondiale nel suo complesso – e quindi l'economia europea e del nostro paese – si trovi di fronte a una simile "emergenza". Un sistema che dalla fine della seconda guerra mondiale in poi è stato caratterizzato da una impostazione che dava la precedenza alla confrontazione, sta progressivamente conformandosi all'idea della coesistenza e della coopera· zione. Ai grandi progressi politici sul versante Est-Ovest – principale teatro di confronto e conseguentemente di riarmo – non ha fatto ancora riscontro un corrispondente processo di disimpegno militare, ma sarebbe anomalo se gli apparati bellici che sono stati approntati in passato non fossero ridotti di fronte alle nuove situazioni.

Il processo di riconversione e trasformazione non sarà un processo né facile né indolore. Sappiamo che incontra resistenza già a livello concettuale. E altre resistenze potrebbero sorgere quando esso dovesse incominciare praticamente a realizzarsi. Esso, per di più, avviene in un contesto di grandi trasformazioni, dalla società industriale alla società postindustriale o della terziarizzazione, in condizioni molto diverse da quelle che hanno visto la trasformazione dall'agricoltura all'industria, perché allora lo spostamento fu determinato dall'acquisizione di una tale efficienza da parte dell'agricoltura da mettere naturalmente a disposizione dell'industria, a sua volta sempre più efficiente, capitali, forza lavoro e spirito imprenditoriale, mentre oggi è piuttosto la perdita di efficienza e produttività dell'industria a fare sei servizi una specie di settore "rifugio".

Finora in tema di riduzione degli armamenti possiamo contare solamente sull'esperienza, importante in termini politici ma limitata sul piano produttivo, della distruzione della classe dei missili intermedi stanziati in Europa, decisa dall'accordo di Washington del dicembre 1987, che riguarda esclusivamente Urss e Stati Uniti. I problemi maggiori si presenteranno con le prossime, e auspicabili, misure di disarmo convenzionale.

Se pensiamo alla parte che ha avuto la difesa nella ricerca e nella produzione delle grandi potenze, ben al di là delle somme iscritte ufficialmente nei bilanci militari, ci si può rendere conto degli effetti di una smobilitazione su vasta scala che attui finalmente un rovescio dall'economia di confronto ad un'economia di pace.

Normalmente ci si attende che la fine della fase del confronto si tradurrà in nuove possibilità di sviluppo, sia nei paesi avanzati che soprattutto nei paesi del Terzo mondo. Le enormi ricchezze congelate nella produzione di armi dovrebbero essere poste a disposizione di progetti per migliorare le condizioni di vita e promuovere lo sviluppo. Questo passaggio peraltro non è immediato. Senza una profonda evoluzione politica, senza uno sforzo congiunto per agire sullo squilibrio Nord-Sud, causa di tante tensioni nel mondo anche mentre si sta diluendo il bipolarismo Est-Ovest, i risparmi della difesa potrebbero essere semplicemente impiegati in spese futili o, peggio, in nuovi "teatri" bellici, magari alimentati artificiosamente per far continuare il "business" delle armi. Predisporre in tempo la riconversione dell'industria bellica può permettere di sfruttare al meglio gli accordi di disarmi o il calo del traffico delle armi sul mercato mondiale perché si conoscerebbe in anticipo la destinazione delle risorse umane, tecnologiche e finanziarie che verranno a liberarsi.

La letteratura sulla riconversione parte dal presupposto che l'industria militare, malgrado tutto, è "unica" e risponde a logiche che la distinguono dagli altri settori. Essa agisce in un mercato dominato da un solo compratore, con una tendenza alla massimizzazione dei costi e con un'alta centralizzazione dei controlli.

Queste considerazioni debbono valere anche per la strategia della riconversione. La Commissione istituita dal ministero delle Partecipazioni statali ha valutato con molto puntiglio nel lavoro svolto fin qua la questione delle compatibilità. La domanda pubblica è importante e dovrà adeguatamente accompagnare la riconversione. Si deve solo evitare di riprodurre nella futura industria civile "riconvertita" gli stessi inconvenienti che caratterizzano l'industria militare o di difesa. Lo scopo è di propiziare l'avvento di una produzione di beni e servizi che siano economicamente attraenti e che soprattutto siano funzionali allo sviluppo nostro e degli altri. Considerato in tutta la sua ampiezza, del resto, lo scenario della riconversione o diversificazione e specializzazione dell'industria militare comporta scelte anche in campi come il modello di difesa, il sistema produttivo o l'orientamento del commercio con l'estero. Non riguarda solo l'industria da una parte e lo Stato dall'altra; potrebbe essere necessario interloquire con gli enti locali e le regioni più direttamente interessati nella produzione militare, visto che in Italia, e non soltanto in Italia, essa presenta la caratteristica di una forte concentrazione territoriale.

L'analisi tecnica del problema porta a concludere che nell'attuazione della riconversione industriale c'è una competente che· non può essere facilmente integrata in attività civili. La produzione bellica e le sue strutture essendo troppo lontane dalle problematiche attuali della tecnologia moderna a scopi di pace. Questa componente potrà essere chiamata "pesante" e trattata a parte. La componente che invece ha minori difficoltà di adattamento perché "confinante" con il civile o perché incorpora alcune tecniche valide anche per le attività civili potrà essere chiamata "leggera". Il modo in cui queste due componenti, quella pesante e quella leggera, possono essere riconvertite si può dedurre, in termini reali, attraverso lo studio di progetti che abbiano obiettivi di benessere e di sviluppo e che possano trarre le loro risorse , non solo di natura tecnica ma anche economica, dalla realtà in cui si articola, in Italia e nel mondo, l'industria bellica. Nell'elaborazione dei progetti si terrà conto delle potenzialità tecniche di un paese sviluppato come l'Italia e d'altra parte delle esigenze dei paesi in via di sviluppo(a cui si può aggiungere l'ex Europa orientale, che sta sfuggendo all'egemonia politica dell'Urss ma che ha una collocazione nell'economia internazionale che non potrà essere cambiata troppo bruscamente). La riconversione industriale, così, sarà volta a colmare i "gaps" che non solo minacciano la stabilità internazionale con le frustrazioni e le rivendicazioni che ne derivano ma che ostacolano lo sviluppo anche del mondo sviluppato riducendo i mercati e gli apporti ad un'economia che per la prima volta dopo la fine della guerra e la spaccatura in Europa e nel mondo che si riassume nella formula di Jalta può diventare veramente illimitata e universale abolendo via via esclusioni o discriminazioni.

Per garantire la riuscita dell'operazione, dovrebbero essere le singole industrie a proporre un piano di riconversione, messo a punto al loro interno sulla base delle proprie capacità e delle proprie specialità. Qualcosa del genere è già avvenuto, anche se ancora in forme troppo timide e parziali.

È solo dopo questo passaggio – che è logico e pratico insieme – che potranno intervenire i fondi di sostegno alla riconversione, su cui sono allo studio in parlamento molti progetti di legge. Non si tratterà di "sussidi" ma di contributi ai programmi vagliati dalle varie unità produttive. Potrà essere utilizzata in proposito l'esperienza che abbiamo fatto per la ristrutturazione della produzione dell'acciaio e da altri settori manufatturieri maturi. Questa volta però dobbiamo immaginare una linea d'attacco, non solo difensiva: le imprese e le capacità innovative debbono essere impiegate per soddisfare bisogni inevasi, per costruire infrastrutture al servizio della salute e della difesa dell'ambiente, per stabilire una vera cooperazione allo sviluppo con le aree del Terzo mondo, cominciando da quelle più vicine a noi, il Mediterraneo e l'Africa. La priorità assoluta dovrebbe essere accordata alla ricerca e allo sviluppo. Il salto di qualità avverrà se si riconosce che si tratta di un obiettivo di interesse nazionale e non solo aziendale. E questo conferma che il problema va al di là delle sole industrie di Stato.

Anche perché le aziende private in larga misura dipendono dallo Stato sia perché quasi sempre l'acquirente è lo Stato, sia perché lo Stato ha precise facoltà e responsabilità nel momento della commercializzazione con l'estero.

Uno sviluppo che si concilierebbe bene con i processi dell'unificazione europea potrebbe essere la formazione di accordi a livello internazionale, intanto in sede Cee. Le economie di scala e le specializzazioni aumenteranno la produttività richiesta dai piani della difesa. Potrebbe venir meno l'obbligo di dover moltiplicare le vendite nei paesi deboli, che presentano troppe controindicazioni (dalla perpetuazione dei conflitti locali e del carattere repressivo di molti regimi al gonfiamento di un debito estero che non potrà mai essere estinto) per essere ancora sostenibili.

Nel processi di globalizzazione, l'Europa si trova in una posizione difficile, presa in mezzo fra la preminenza tecnologica degli Stati Uniti e l'intraprendenza di alcuni paesi in via di sviluppo nei settori meno sofisticati. Se si sposta l'attenzione a livello europeo potrebbe essere ipotizzata la creazione di un Fondo europeo facente capo alla Comunità con quote per i vari paesi membri. È essenziale tuttavia porsi nell'ottica della riconversione e diversificazione perché l'esperienza dimostra che alcune volte i cartelli fra le industrie belliche assumono un'influenza politica indebita tentando di spingerei governi a allocare spese contro il loro giudizio razionale e a ordinare sempre nuove armi.

Il mondo è entrato in una fase che privilegia la cooperazione e la fiducia reciproca rispetto alla confrontazione. L'alto sviluppo raggiunto dai paesi della Cee è diventato un fattore di stimolo e di emulazione ovunque. Il suo stesso modello ha dimostrato oggettivamente una forza d'attrazione irresistibile sia ad Est che a Sud. Siamo davanti ad un'occasione forse irripetibile di inserire la riconversione degli apparati militari concepiti per l'epoca della deterrenza in una interdipendenza che cerca una sicurezza fondata sullo scambio e l'integrazione. Nessun paese più dell'Italia ha interesse a favorire un simile processo sfruttando la sua vocazione internazionale al servizio dello sviluppo delle aree arretrate o bisognose di interventi finanziari e tecnologici per superare la crisi in cui versano. È un'operazione in cui gli obiettivi economici si coniugano con quelli tecnologici e politici: l'Italia può porsi legittimamente il fine di migliorare la sua posizione – in termini di produttività e di competitività – sul piano della divisione internazionale del lavoro e nella gerarchia fra gli Stati, pensando – anziché alla difesa o alla dissuasione – alla cooperazione, allo sviluppo e alla pace. Il ruolo della conversione non conta solo per le sue valenze in materia economica: è

un meccanismo che eliminerà gradualmente le implicazioni negative della corsa agli armamenti sul terreno sociale e nelle . relazioni politiche e che assicura un nesso, altrimenti solo teorico, fra disarmo e sviluppo.

In questo quadro ognuno deve fare la sua parte. Come Partecipazioni Statali già un anno fa abbiamo istituito una Commissione che affrontasse la questione nell'ambito di tale sistema. Allora l'iniziativa suscita in alcuni interrogativi e perplessità. Ora che "è scoppiata la pace" si prende atto di come tale impegno sua importante. Infatti se non• ci si attiva tempestivamente abbiamo davanti a noi per non poche aziende a partecipazione statale una alternativa ugualmente negativa: o ridimensionare in alcune aziende i livelli occupazionali o mantenere i livelli attuali in termini assistenziali. È necessario invece cercare di studiare delle riconversioni certamente non facili ma importanti per salvaguardare, in termini produttivi e occupazionali, il grande bagaglio di risorse umane e tecnologiche che tali aziende oggi hanno. La Commissione presenterà un elaborato rapporto il 17 maggio prossimo. L'impegno delle PP.SS. in questo settore ha sollevato interesse anche in Unione Sovietica. È stata decisa la costituzione di gruppi di lavoro italo-sovietici con il compito di approfondire proposte per la conversione al civile di aziende militari in Unione Sovietica. Anche nel nostro recente viaggio in Cecoslovacchia abbiamo riscontrato un grande interesse per questo nostro impegno.