4 - Aprile 1990
5
Riforme

I referendum elettorali e il Ruffilli-pensiero

Settantasei - I referendum elettorali e il Ruffilli-pensiero pagina 5
Intervista a Piero Alberto Capotosti Il prof. Piero Alberto Capotosti, ordinario di istituzioni di diritto pubblico nella seconda università di Roma, a Tor Vergata, è autore di numerosi saggi e curatore, insieme a Roberto Ruffilli, del volume «Il cittadino come arbitro». Ci è sembrato opportuno intervistarlo per «leggere» le continuità, ed anche le eventuali «discontinuità», tra le idee che aveva Ruffilli sull'argomento, e quelle presenti, oggi, nelle proposte che sono alla base dei quesiti referendari.

I referendum mirano all'introduzione di un sistema maggioritario, mentre Ruffilli pensava di mantenere quello proporzionale, aggiungendovi alcuni correttivi che lo rendessero più trasparente: ipotizzava un patto di coalizione preelettorale fra i partiti, che avrebbero permesso ai cittadini di scegliere tra coalizioni concorrenti. Tali alleanze preventive sarebbero state in parte un onere, non permettendo la “politica a tutto campo” e dando così un peso maggiore alle scelte degli elettori, in parte anche un vantaggio, essendo previsto un piccolo premio di maggioranza per quelle che avessero ottenuto più voti.
E ancora valida questa idea?

Oggi lo è molto meno.

 

A causa del veto di chi trae vantaggio dalla politica a tutto campo?

Non tanto, o non solo per questo; quanto perché è entrata in crisi la «cultura delle coalizioni» che aveva presieduto alla formazione dei governi dal 1943 ai nostri giorni. Il tramonto delle ideologie e la caduta della «conventio ad excludendum» nei confronti dei comunisti hanno reso i partiti intermedi incapaci di scegliere. La conservazione del sistema proporzionale diviene dunque molto difficile a causa dei «prezzi» sempre più alti richiesti per allearsi.

 

Crede che l'introduzione di un sistema maggioritario possa adattarsi all'ordinamento italiano?

Storicamente esso è estraneo alla nostra cultura, ma, rappresentando uri forte elemento di novità, potrebbe essere accolto favorevolmente dall'opinione pubblica, che spera di trovarvi un lido migliore di quello attuale.

La mia opinione è che una tale riforma porterà inevitabilmente al presidenzialismo, sia esso di tipo statunitense o britannico.

 

Il sistema inglese è molto diverso da quello americano.

Certo, sul piano teorico questo è vero; ma guardandoli dal punto di vista funzionale e pratico, non si trovano grandi differenze, essendo entrambi caratterizzati dalla forte esaltazione del premier.

 

Per l'Italia è secondo lei più probabile la via inglese o quella statunitense?

E difficile dirlo perché esistono differenti progetti di riforma orientati dall'una o dall'alta parte; penso comunque che il sistema britannico sia uno sbocco più facilmente raggiungibile

 

Torniamo ai referendum: ritiene che la formulazione dei quesiti sia funzionale ai fini che si propongono?

Sotto il profilo tecnico dell'ammissibilità prevedo delle difficoltà; analizzando con attenzione i quesiti vi si può trovare qualche incoerenza su cui la Corte Costituzionale potrebbe appuntare la propria attenzione.

 

Ciò è probabilmente dovuto al fatto che chi li ha elaborati poteva solo operare dei tagli e doveva evitare il crearsi di vuoti legislativi.

Per questo ritengo che sarebbe stato meglio presentare un disegno di legge di iniziativa popolare, che se avesse ottenuto molte più firme delle cinquantamila previste come minimo, avrebbe avuto sul Parlamento gli stessi effetti di stimolo a legiferare che può avere il referendum, con il vantaggio di una maggiore organicità e coerenza interna.