Una cosa è certa: i referendum danno fastidio. Dividono, costringono a schierarsi e a decidere: si può essere per il SÌ o per il NO, non per uno dei tanto comodi «NI». La politica, invece, è quasi sempre mediazione; mira a comporre gli interessi contrastanti in soluzioni condivise dal maggior numero di persone possibile. Quando però il meccanismo di blocca, la prudenza diviene indecisione, l'accordo si trasforma in sistema di veti reciproci: si cade nell'immobilismo. Ed è allora che diviene non solo legittimo, ma anche doveroso, intervenire per rimettere in moto i delicati ingranaggi, riportandoli al loro normale funzionamento.
È questo – crediamo – il caso della riforma della legge elettorale: su essa politici e politologi hanno versato fiumi di inchiostro, le hanno dedicato discorsi e programmi di Governo , ma poi, al momento di formulare un progetto concreto, non hanno trovato un accordo, e hanno deciso – è una delle poche deliberazioni che vengono prese senza grandi difficoltà – di rimandare tutto a quando «saranno maturate le condizioni politiche».
La legge elettorale è il cardine di ogni democrazia rappresentativa, stabilisce il meccanismo con cui i voti devono essere trasformati in seggi, esercitando un'influenza determinante sulla struttura dei partiti, dei governi, e, in generale, sulla cultura politica. Ed è proprio su questa che il nostro referendum richiede di prendere posizione. Tendenzialmente propone il passaggio dal sistema proporzionale, (di cui nessuno nega l'importante funzione svolta nei primi anni della Repubblica), a quello maggioritario; dall'idea che tutti, per il solo fatto di esistere, hanno diritto ad essere rappresentati, a quella che solo chi è abbastanza rappresentativo può governare.
Analizziamone gli effetti. I sistemi maggioritari penalizzano lo scissionismo e la nascita di nuovi partiti, incoraggiano l'aggregazione, non consentono forti suggestioni ideologiche e favoriscono le alleanze di programma; ciò si traduce in governi stabili che si alternano alla guida del paese.
I sistemi proporzionali, invece, spingono verso il multipartitismo, aprendo la via a governi di coalizione generalmente instabili, non soggetti ad un ricambio a causa della forte caratterizzazione ideologica di alcuni partiti, non pienamente legittimati a governare. Risultato? non si decide. O, quando si decide, lo si fa dopo aver snaturato la deliberazione per renderla accettabile da tutti, così che nessuno debba assumersene la responsabilità. Risultato ulteriore? Il cittadino non sa a chi attribuire il merito (o il demerito) di come è amministrata la cosa pubblica, le elezioni confermano, con piccole variazioni, i risultati di quelle precedenti, e la classe politica si perpetua al potere, pronta a continuare la sua gestione consociativa sulla testa di elettori sempre meno partecipi e sempre più disaffezionati. Con i referendum si propone di passare dalla cultura dell'indecisione a quella della decisione, dall'idea che sia sempre necessario chiedere il consenso (o, almeno il non dissenso) di tutti, a quella che attribuisce il
potere di scegliere a chi ha la maggioranza, facendogli assumere la responsabilità avanti agli elettori.
È certo vero che ad una materia così delicata si sarebbe adattato molto meglio il sottile lavoro del Legislatore ordinario, piuttosto che il brusco intervento di un referendum abrogativo.
I suoi limiti sono ben visibili nel deciso cambiamento proposto per il Senato e per i Comuni, e nei modesti effetti previsti per la Camera (vedi scheda); nasconderli sarebbe andare contro quella chiarezza e quella trasparenza cui invece si tende.
Ma il referendum, in un sistema in cui il rapporto fra eletti ed elettori si fa sempre più labile, assume anche la funzione di veicolo della volontà popolare, stimolo, e non superamento, del Parlamento.
È proprio su questa capacità che oggi bisogna puntare, rendendo manifesta la volontà del Paese, mostrando che i cittadini e la democrazia sono maturati prima delle «condizioni politiche».
Per questo la raccolta delle firme assume più importanza della stessa eventuale votazione, su essa è possibile aggregare tutti coloro che non si ritengono soddisfatti del sistema attuale, indipendentemente dalla soluzione che propugnano.
Se l'iniziativa referendaria viene intesa come stimolo a legiferare, cadono tutte le possibili obiezioni ai quesiti, e assume secondaria importanza perfino il giudizio di ammissibilità che la Corte Costituzionale sarà chiamata a dare.
Resta un mezzo giustificato dai troppi anni di promesse non mantenute, resta una via attraverso cui i cittadini si riappropriano di quella sovranità cui non devono e non possono rinunciare.
I quesiti
I quesiti presentati alla Corte di cassazione per i quali è in corso la raccolta di firme sono tre: il primo propone di modificare la legge 6 febbraio 1948 n. 29 che disciplina le modalità di elezione del Senato, il secondo è rivolto al O.P.R. 30 marzo 1957 n. 361 sul sistema elettorale della Camera, ed il terzo riguarda I' elezione dei rappresentanti comunali. Vediamoli in dettaglio:
Per il Senato
Si propone che 238 dei 315 senatori siano eletti con un sistema uninominale maggioritario, mantenendo l'attuale proporzionalismo per i rimanenti.
Per la Camera
Si chiede di abolire i voti di preferenza espressi con i numeri, permettendo di votare un solo candidato attraverso la scrittura del nome per intero. Ciò ridurrebbe il mercanteggiamento di preferenze, e renderebbe più difficile il verificarsi di brogli.
Per i Comuni
Si domanda di introdurre in tutti i centri il sistema maggioritario, che è oggi presente so/o dove la popolazione non supera i cinquemila abitanti.

