4 - Aprile 1990
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Il 18 aprile ha detto «no»

Settantasei - Il 18 aprile ha detto «no» pagina 11-15
Forlani & Co. hanno voluto festeggiare il 18 aprile in un modo quantomeno patriottardo. Ma la Dc vinse allora perché era il partito del progresso, del nuovo, della voglia di cambiare. Qualcuno, lo capì ovviamente anche allora. Per questo giova ricordarlo augurandoci di essere ancora oggi, oltre questa maggioranza interna, il partito del cambiamento, popolare e democratico. Pubblichiamo un articolo scritto da Dossetti il 31 maggio del 1948, che forse, in troppi non hanno voluto rileggere.

Dopo tanti commenti e tante interpretazioni dei risultati elettorali del 18 aprile credo sia ancora lecito soffermarsi a considerare in rapporto a un successivo atto elettorale (ben più ristretto e di secondo grado) quello cioè del 10-11 maggio per la nomina del Presidente della Repubblica.

Il primo giorno della nuova democrazia italiana, l'elezione del primo Parlamento, sembra svelare meglio il suo significato profondo, le sue determinanti essenziali e le sue istanze all'avvenire, ove venga caratterizzato il secondo giorno, cioè le quattro faticose votazioni per la designazione del Capo dello Stato.

Tanto nel 18 aprile che nell'11 maggio ricorre un dato comune: una molteplicità densa e persino torbida di fattori, spesso poveri, inerti e forse deprimenti, che però alla fine di decanta, o per lo meno si mostra decantabile a certe condizioni in un apporto storico limpido e benefico.

Il 18 aprile – ogni giorno che passa ce ne rendiamo sempre più conto – hanno giocato circostanze interne e internazionali. Ha potentemente operato la suggestione dello schieramento internazionale che per l'inopinato avallo dei recentissimi fatti come quelli di Cecoslovacchia, è sembrato sempre più riducibile all'alternativa, invero semplicistica, tra libertà e schiavitù, e che per l'oggettivo concorso delle condizioni economiche interne e della iniziativa Marshall è sembrata equivalente al dilemma pane o fame, vita o morte della nostra economica. Ha influito un sottofondo di spirito nazionalistico, non ancora completamente eliminato, anzi quasi riacceso dai venti internazionali (come quelli concernenti il problema di Trieste).

Ha influito l'istinto di conversazione e di difesa degli interessi e dei beni più diversi nella quantità materiale e nel valore spirituale: ha influito soprattutto la minaccia di conquista del potere da parte del Partito comunista, i cui inabili tentativi di allargamento e di mascheramento servirono soltanto a denunciare sempre più l'intransigenza faziosa, le complicità internazionali, la estraneità radicale agli interessi del popolo italiano, la pericolosa aggressività. Ha influito, infine, una mobilitazione degli ideali cristiani e delle organizzazioni cattoliche. Per questo non ci può illudere che il 18 aprile sia stato in senso assoluto il giorno della vittoria dello spirito cristiano e delle nuove forze organizzate dal cattolicesimo in Italia. Eppure resta sempre un risultato finale positivo che, nonostante tutto, nonostante ogni errore, ogni mala volontà e ogni insufficienza, è l'effetto e il sintomo del potente affatto naturale di nuove risorse umane che sembra caratterizzare questo nostro tempo in travaglio non di morte ma di generazione; come è certo l'effetto e il sintomo delle insondabili ricchezze di nuove elargizioni e di nuovi impegni soprannaturali, che tanti di noi hanno potuto intravvedere a sprazzi durante la campagna elettorale. Resta cioè che il 18 aprile – anche questo appare sempre più evidente ogni giorno che passa – è almeno in potenza e nella disponibilità degli uomini di buon volere, non una scelta generica tra libertà e schiavitù, tra cristianesimo ed anti-cristianesimo, ma una scelta specifica per una libertà e un cristianesimo, concretati storicamente, se non ancora in nuove strutture, per lo meno in un nuovo senso di vita democratica. Il 18 aprile non ha detto no genericamente alla schiavitù o al comunismo ateo e materialista. Ha detto di no a una schiavitù e a un materialismo specifici che si incarnano in determinate forme costrittive, dittatoriali e paternalistiche, le quali sono apparse incompatibili con la fede e l'aspirazione, forse ancora indistinta e inconsapevole, ma potente e vigorosa, che nel profondo incomincia a vivificare il nostro popolo verso una conquista veramente libera perché spiritualmente orientata e perché da operarsi dal basso con il concorso di tutti, del potere politico e della giustizia fra le classi.

Pertanto, questo si può dire: il 18 aprile ha vinto – o almeno ha cominciato a vincere – l'intuizione e la speranza germinale di una nuova vita democratica, che sia per l'Italia il suo modo di contribuire al rinnovamento della libertà occidentale, che sia per la Democrazia cristiana la premessa e il condizionamento fondamentale della determinazione del suo programma e della sua futura opera di governo, che sia per l'Azione cattolica il risultato indiretto del suo sforzo di restaurazione cristiana individuale e sociale, e insieme il limite al suo intervento diretto nei rapporti politici, che sia infine per il cristianesimo la forma storica e visibile della sua incarnazione nel nostro tempo.

Il secondo giorno non ha smentito ma ha confermato il primo.

Anche nella elezione del Capo dello Stato, hanno influito circostanze, sentimenti, iniziative e metodi tra i più fortuiti e meno ponderati. Eppure anche in essa, il risultato definitivo è stato una chiara indicazione di una sensibilità democratica nuova.

La scelta del Capo dello Stato, già delicatissima in sé e per la mancanza nel nostro costume di una precedente esperienza, è apparsa subito terribilmente complicata dai meriti indiscutibili e insieme dal significato di parte attribuito, nonostante tutto, dalla situazione oggettiva e dall'atteggiamento di alcuni partiti, all'on. De Nicola. Il suo carattere, il suo scrupolo di imparzialità, la raffinatezza del suo legalismo, avevano certo giovato nel primo tempo della sua Presidenza al consolidamento delle istituzioni repubblicane, al prestigio della suprema Magistratura e ad una efficace opera di mediazione, fra le diverse forze politiche in contrasto. Ma poi lo stesso carattere, lo stesso scrupolo e la stessa raffinatezza, spinti ad un evanescente merletto di schermaglie protocollari e a un distacco che per eccesso di formalismo finiva col perdere il contatto con la realtà sostanziale specie dopo la chiara indicazione delle elezioni, poterono giustamente far nascere il timore che l'on. De Nicola non fosse ormai il più indicato a garantire appunto ciò che la maggioranza degli italiani aveva sperato di raggiungere con le elezioni: cioè la stabilità del Governo democratico e repubblicano e la sicurezza pacifica e costruttiva della sua opera. Di qui legittime preoccupazioni da parte della Democrazia cristiana aggravate dal contorto susseguirsi di notizie e di indiscrezioni dovute alla salute e alle intenzioni del Presidente. Ma di qui pure, da parte e ad opera del Fronte Socialcomunista, il facile tentativo di difendere e di accaparrare la figura del Presidente Imparziale, tutore scrupoloso della Costituzione, non più gradito al partito della maggioranza.

A questo si aggiungano le astuzie e le manovre degli altri uomini politici più interessanti, direttamente o indirettamente, alla scelta e, non meno influenti, gli intrighi dei fedelissimi delle diverse personalità. Si aggiunga il gioco serrato dei partiti, con continui colpi di scena, frequenti contraddizioni e vicendevole imputazione di responsabilità, particolarmente nel cosiddetto centrosinistra dei socialisti democratici, in fondo, nonostante le molte assicurazioni ripetute a De Gasperi, irriducibilmente ostili alla candidatura del conte Sforza, e dei repubblicani, essi pure non tutti solidali nel sostenere il loro compagno di partito. E ancora le ondate di simpatia o di antipatia nell'opinione pubblica, se si vuole in gran parte ingiustificate o provocate da conoscenze e valutazioni approssimative e persino nell'ostilità Sforza, da residui fascisti, ma tuttavia sempre di non trascurabile peso oggettivo; l'aperto e spesso violento parteggiare dei giornali, alcuni tutt'altro che indipendenti e disinteressati, la campagna denigratoria preconcetta da parte del Fronte contro il candidato repubblicano e la reazione difensiva non meno aprioristica di alcuni elementi democristiani, e l'ingiustificata riduzione del favore o dello sfavore per Sforza a una difesa o a una condanna della politica occidentale.

Eppure, nonostante tutto questo, le quattro votazioni hanno consentito di filtrare i complessi e contraddittori influssi che premevano sulla manifestazione elettorale del Parlamento, e di portare gradualmente questo a una decisione che ha soddisfatto alla fine gruppi, partiti, stampa e opinione pubblica e che soprattutto ha dato una prima prova ed un apporto concreto al nuovo sforzo democratico.

Gli elementi positivi della decisione

A volerne fare un'analisi, si possono segnalare i seguenti elementi:

1. Una consolidazione delle nuove istituzioni repubblicane
Nonostante la fede repubblicana tanto apertamente dichiarata, anzi forse proprio a motivo di questa, o meglio di certe sue asprezze polemiche, e ancor più a motivo di altri atteggiamenti, di fronte a italiani e a stranieri, il conte Sforza, indipendentemente da ogni suo merito o colpa, non si presentava come simbolo di unione, neppure entro l'ambito della maggioranza degli italiani che avevano votato per i partiti governativi. A capo dello Stato sarebbe stato per troppi segno di contraddizione. Non avrebbe certo rafforzato le istituzioni repubblicane quanto invece può consolidarle Einaudi, un uomo il cui precedente atteggiamento istituzionale e l'adesione e il contributo dato alla Repubblica appaiono idonei ad attirare sempre più alla nuova forma statale il consenso interiore degli ostili e degli agnostici.

2. Un'opportuna rivendicazione delle prerogative del Parlamento
Se ben si guarda, l'insuccesso della candidatura Sforza si riduce al rifiuto da parte del Parlamento neoeletto di accedere ad una decisione già presa, o meglio ad una iniziativa sorta fuori e prima di esso e della quale non gli si era dato il tempo e il modo di valutare e di assimilare le ragioni. 

3. Una riaffermazione del principio della divisione dei poteri tra Governo e Parlamento
Forse ancora non possiamo valutare a pieno quanto sia stato salutare che nel primissimo esordio della sua vita il Parlamento abbia avuto la possibilità di affermare la sua autonomia di decisione, e la netta distinzione delle funzioni di fronte al Governo. Salutare, per il sano funzionamento delle nuove istituzioni repubblicane, per il consolidarsi del costume democratico, per una garanzia e uno stimolo del Governo e a tutti per la massima correttezza nell'esercizio del potere esecutivo, per la difesa dello stesso partito di maggioranza contro la tentazione dello spirito di predominio.

4. Una prova di consonanza tra Parlamento e opinione pubblica
Quanto sarebbe stato dannoso e corrosivo che la prima solenne deliberazione delle Camere si rivelasse in aperto contrasto con le chiare preferenze dell'opinione pubblica, altrettanto è stato vantaggioso ed augurale per il prestigio e l'opera del Parlamento che i deputati e i senatori appena eletti abbiano saputo sottrarsi alle suggestioni del nuovo ambiente e mantenere il contatto con la volontà prevalente del popolo e farsene interpreti. Può essere questa una positiva anticipazione di quel concetto e di quella prassi nuova della rappresentazione, che il nuovo senso della democrazia suppone e che implica un contatto permanente e una rispondenza continua tra gli elettori e l'eletto. 

5. Una prima soddisfazione data alle aspirazioni innovatrici che, come si diceva sopra, sono state l'intuizione e le speranze germinali del popolo italiano il 18 aprile. Non è senza significato che per il primo Presidente della Repubblica, l'opinione e il Parlamento si siano orientati verso un uomo nuovo: verso un uomo che non ha avuto (come invece avevano avuto tutti gli altri candidati) nessuna parte di alta responsabilità nel periodo in cui il fascismo è maturato ed ha conquistato il potere; verso un uomo la cui personalità pubblica e il cui impegno politico si sono profilati soltanto negli ultimi mesi e proprio attraverso i tentativi dell'ultimo governo per aprire nuove strade alla vita economica del popolo italiano risorgente dalla dittatura e dalla sconfitta. A questa intuizione e speranza di novità ha pienamente corrisposto la prima parola del Presidente: «la Costituzione che l'Italia si è ora data è una sfida alla visione pessimistica dell'avvenire». Questo, senza smentire o svalutare lo sforzo compiuto dopo la liberazione e soprattutto nell'ultimo anno di governo, è un chiaro incitamento per tutti a porsi il problema del nuovo cammino e a chiedersi se non sia fondato e meritevole di considerazione il recente rimprovero di Italia Socialista (14 maggio). Ci si attiene, cioè, almeno intenzionalmente, all'esistente, senza affrontare – come prima o dopo si dovrà pure affrontare – il meglio.

6. Una applicazione del nuovo senso democratico alla valutazione della nuova politica estera. 
Durante le quattro votazioni, nei momenti di più acceso dibattito e di più acuta tensione polemica, qualcuno, soprattutto per reazione agli attacchi socialcomunisti, ha voluto accennare alla possibilità che si interpretasse una rielezione della candidatura Sforza come una manifestazione di dissenso o una più debole difesa della sua politica estera. Non era il caso. Assai difficile sarebbe stato o sarebbe dissentire dalle direttive sostanziali della politica estera di Sforza che è quella dell'intero governo ed è quella chiaramente imposta dalle circostanze senza altre alternative. Però non si può negare che nella scelta del Parlamento sia entrato incidentalmente anche un giudizio (e forse un ammonimento) non sulla sostanza della nostra politica estera, ma sul tono personale e lo stile di cui qualche volta il nostro Ministro degli Esteri l'ha rivestita. Quel tono e quello stile, che un giornale (Il Tempo, 17 maggio) indicava nella «vasta affabilità e nella esuberanza quasi voluttuosa che Sforza mette nel suo scomparire», talvolta l'ha portato ad assumere atteggiamenti ed impegni con una certa impulsività, prima e oltre la consapevole e convinta adesione dell'opinione pubblica o degli uomini responsabili. Ora, nella nuova delicatissima fase dei rapporti internazionali, questo non può e non deve avvenire. Si deve purtroppo tener conto delle aspirazioni del popolo, dell'opinione pubblica, del Parlamento, a un più diretto controllo, non solo sulla conclusione formale dei diversi impegni internazionali, ma persino sui preliminari di essi e sulle iniziative che ad essi possono portare.

7) Infine una prova della efficacia che le soluzioni giuste, chiare ed oneste finiscono coll'avere anche nei confronti dell'opposizione.
L'atteggiamento dei socialcomunisti di fronte ad Einaudi, da un giornale di destra (Il Tempo, 12 maggio) è stato definito conforme a «un dignitoso sentimento di cavalleria». Veramente, la proclamazione della elezione è avvenuta in un'atmosfera di alta serenità (Umanità, 12 maggio). Tale serenità sta a provare che se il Governo, i gruppi che lo sostengono e soprattutto il partito della maggioranza, perseguiranno una linea di condotta ispirata a un grande senso di responsabilità, a una fedeltà ispirata a un grande senso di responsabilità, a una fedeltà rigorosa verso le aspirazioni del popolo e verso le norme del gioco democratico, potranno per lo meno togliere ogni fondata apparenza di pretesto alle resistenze sia pure più preconcette ed esasperate, degli avversari, e forse qualche volta riusciranno ad attrarre questi, in Parlamento, sul terreno del dialogo democratico.