4 - Aprile 1990
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Non di solo spot vive l’uomo

Settantasei - Non di solo spot vive l’uomo pagina 16-19

Tali e tante sono state le reazioni al voto della sinistra dc al Senato che non pare peregrino pubblicare due Interventi, quello di Mino Martinazzoli, allora capogruppo dc alla Camera e quello di Mignani, creativo di una grande azienda pubblicitaria, la Rscg di Milano, pronunciati durante la Festa nazionale dell'Amicizia di Verona, poco più di due anni fa. SI trattava di un convegno nazionale, organizzato dalla Dc e dal Gruppo Parlamentare della Camera. Forse qualcuno degli attuali esperti di mass-media della maggioranza Forlani-Andreottiana, non li ricordano abbastanza... Per i più curiosi diremo che il convegno si intitolava «i problemi dell'assetto radiotelevisivo», e tutto il materiale è stato pubblicato, come atti, in un interessante libro della “Cinque Lune” Casa editrice ufficiale della Dc, a cura di Giampiero Gamalleri e Marco Giudici.

 

MINO MARTINAZZOLI

Per garantire le idee di tutti

Generalmente i convegni sono i luoghi nei quali ognuno conferma le opinioni che aveva già prima di parteciparvi. Questo è il loro limite e il segno, tutto sommato, di una tendenziale insignificanza di questi luoghi. Stavolta vi confesso che sono entrato con alcune opinioni e non dico di averle modificate, ma di avere ascoltato tante voci e verificato tanti punti di vista che mi consentono, se non proprio un conclusione, almeno una spiegazione ulteriore. In parte, questa esigenza di spiegazione era già contenuta nella breve postilla che mi ero consentito di fare stamane all'intervento di Letta. Qual è l'atteggiamento in base al quale il Gruppo democratico-cristiano della Camera ha ritenuto che fosse importante sollecitare i contributi che abbiamo ascoltato qui? Vale ancora una volta la pena di chiarire che la nostra posizione non è quella di chi intende parteggiare in una tenzone tra grandi potentati economici del campo delle comunicazioni, siano essi pubblici o privati. Mi parrebbe questa una abdicazione ad un mestiere estremamente difficile, complicato, spesso deludente quale è quello del credere nella politica, ma al quale chi la politica la fa, non può rinunciare in alcun modo.

Prendo le mosse dalla provocazione – lo dico in senso positivo – che poneva nel suo intervento Carlo Momigliano rispetto ai protagonisti della politica. Sono molto d'accordo con lui. Egli riconosceva che la politica dovrà pur avere un punto di vista sintetico, e tuttavia avvertiva i politici di stare attenti a non essere velleitari, utopici perché se no, aggiungeva, «le repliche della storia sono spietate e vi contraddicono». Sono uno che ha riflettuto in questi anni attorno ai limiti e alla modestia della politica, e dunque sono d'accordo con Momigliano quando ci avverte di stare attenti a non essere esorbitanti. Però mi pare di capire che quello che ci attende nel futuro e che già in parte è nel presente, sollecita malgrado tutto – se la politica vuole onorare il suo dovere – un recupero di primato. Non possiamo rinunciare infatti, su un terreno come quello delle grandi comunicazioni di massa, che costituisce il paragone più espressivo della modernità, ad assumere un punto di vista necessariamente critico rispetto alle diverse posizioni in gioco, che sono tutte legittime, ma che devono pure trovare la sintesi di una interpretazione ordinatrice più vicina ad una sensibilità piuttosto che allo scontro degli interessi e anche dei valori relativi.

Questo è il nostro punto di vista. Che ci porta, qui, a dichiarare soprattutto la difficoltà, non la risposta, che non abbiamo ancora formulato fino in fondo. Lo farò attraverso due rapide esemplificazioni.

È stata spesso evocata qui la parola pluralismo. Mi pare difficile negare che su questo terreno il valore del pluralismo è fortemente e impegnativamente evocato. Ma si dà il caso che non soltanto su questo terreno tale parola è oggi sollecitata da un'eccessiva provocazione. La verità è che la condizione critica delle democrazie, di tutte le democrazie, consiste anche in questo: che alcune parole che declinano i valori vanno reinterpretate e rimisurate sul dato della realtà così com'è, non delle intenzioni, fossero pure buone intenzioni. Ed oggi pare a me che proprio il pluralismo non sia un dato acquisito, semplicemente da consumare, ma un tema che ha bisogno di reinterpretazione.

Ricordo di essere stato in Consiglio dei ministri quando di discusse la soluzione normativa, che ancora oggi attende di essere modificata da una legge generale. E ricordo che si fece lì un grande uso della parola pluralismo. C'erano citazioni gremite in proposito, e il vessillo che veniva sistematicamente sventolato era quello dell'art. 21 della Costituzione. Debbo dire che il mio ascolto era un poco improprio. In essa non c'è scritto che la RAI e la televisione di Berlusconi hanno diritto di diffondere la loro opinione. E questa è la complessità, questa la difficoltà. Si tratta di garantire la circolazione delle idee di tutti, non di uno o di due.

L'unico ma decisivo fondamento di una presenza pubblica nel campo della comunicazione si identifica nell'articolo 21 della Costituzione, per la ragione che ciascuno di noi non può farsi una televisione per diffondere le proprie opinioni, le proprie idee e si sente più rappresentato da una televisione che non sia semplicemente gestita, e legittimamente gestita, perché quel mezzo è anche un affare.

Certo, ci sono complicazioni qui, e ne dico subito una per chiarire che il nostro punto di vista non è distratto e troppo facile. Ritengo ad esempio che la situazione che si è andata creando in Italia, con la presenza forte di una televisione privata, dovrebbe portare a riconsiderare l'operazione, fatta in anni precedenti, della divisione del servizio pubblico in tre reti, e – bisogna ammettere – anche in tre opinioni politiche organizzate.

Da sempre la mia opinione è che tre parzialità non fanno neanche un'approssimazione all'obiettività, ed anche che tre menzogne non fanno una verità. Questo è un problema, lo dico a Golfari, che andrebbe, sia pure con circospezione, un poco riconsiderato.

I Un altro aspetto andrebbe visto nella più ampia tematica della ricostruzione della regola_ in questa nuova situazione, ed è certamente il problema del ruolo e della sopravvivenza della Commissione parlamentare di vigilanza; anche qui lamia opinione, molto sommessa ma molto decisa, è che bisognerebbe cominciare a toglierla di mezzo, perché non ha più nessun senso. Semmai quello che si richiede, lo avete detto in molti, è di inventare una regola generale che riguardi le televisioni pubbliche e le televisioni private Il che però – indico ancora non delle soluzioni, ma dei problemi – accentua la difficoltà, perché si dà il caso che questa soluzione non è in natura, bisogna faticosamente costruirla.

Constato, come tanti, che c'è, anche in partiti che fino a ieri sembravano distratti su queste cose, una fortissima enfasi sui diritti, nuovi o vecchi che siano. La mia impressione è che si tratta di una strada forse appagante sul piano delle retoriche o anche dei sentimenti, ma impraticabile e ad ogni modo deludente, in una condizione nella quale i fatti sono andati avanti rispetto ai diritti. Nel nostro Paese, in effetti, il problema non è quello della crisi del diritto, ma più complessivamente della crisi dei diritti, della crisi della regola. E la regola non è quello che ciascuno guadagna, ma è quello cui ciascuno rinuncia. E cioè un dato di obiettività da costruire, rispetto a una disputa spesso collocata su rapporti di forza conflittuali.

La seconda esemplificazione riguarda la discussione del pomeriggio, ma c'era già un'anticipazione polemica di Letta che si riferiva a una qualche mia dichiarazione. So bene che affermazioni come le mie determina – assai più che le sofisticazioni dei «tetti» e delle «opzioni» problemi reali per le televisioni che si reggono soprattutto sui proventi della pubblicità. Però non posso rinunciare a un punto di vista; sono disposto a discuterlo, ma non sarei disposto a rassegarmi ad accettare, acriticamente, fino in fondo, anche tante parole, solo in parte persuasive, che ho ascoltato qui. Le parole di Malgara, ad esempio: tutte le volte che lo ascolto mi sorprendo a considerare come faccia bene il suo ruolo e come, per di più, ci creda.

Quel gran pittore che era Degas un giorno si risolse a scrivere che bisognava scoraggiare la pittura. Se potessi consentirmi una modestissima esortazione direi anche a Malgara di scoraggiare un eccesso di fondamentalismo, quale è l'idea della pubblicità come motore centrale di tutte le cose. Quindi, l'idea di tutelare insieme la verità, esigua o grande che sia, di una creazione artistica – quale è un film anche se trasmesso per televisione – e la libertà dell'utente, con riferimento all'esigenza di trovare altre soluzioni rispetto alle interruzioni dei break pubblicitari, non può trovare obiezioni fondate.

D'alto canto, oggi vi è stato chi, parlando dall'interno dell'esperienza pubblicitaria, ci ha spiegato che la qualità attuale, il tipo di messaggio, lo stile, il dato culturale che lo sottende sono tali che non hanno bisogno di manifestarsi per una intrusione, quasi surrettiziamente, quasi di soppiatto. I messaggi pubblicitari – ci è stato detto – hanno un loro pubblico e se le cose stanno così, a me pare che dovrebbe essere questa la scelta da fare.

Che una rigorosa potatura dell'affollamento pubblicitario e un generale divieto di interruzione dei film riprodotti in televisione, possano nuocere a posizioni consolidate è certamente vero. Ma è ugualmente vero che il diritto fondamentale garantito dall'articolo 21 della Costituzione non può essere ridotto o traviato a vantaggio di una convenienza unilaterale. lo ritengo che non si afferma, in questo modo, un pregiudizio nei confronti della televisione commerciale. Più esattamente, se ne riconosce la legittimità e persino l'utilità, a patto che non si avanzino pretese illimitate. La politica è stata evocata – anche nel corso di questo convegno – ad assumere la responsabilità di una sintesi realistica. Mi pare che si fa esattamente così quando si vuole una regola che non sacrifichi ad interessi parziali la sorte di valori comunemente sentiti.

 

MARCO MIGNANI

Se la Tv ci insegna a balbettare

Essendo un pubblicitario, abituato a lavorare sui 30 secondi, assicuro il presidente che al massimo questi trenta secondi li moltiplicherò per cinque. Abbiamo parlato di diritti dei telespettatori, correlati con la pubblicità, e come era prevedibile il dibattito è subito andato al contenuto della pubblicità, alla correttezza della suggestione, alla eticità dei prodotti pubblicizzati.

Io tratterò invece un argomento che addirittura non so neppure bene se è già un diritto acquisito dal telespettatore (e in questo caso io dico non rispettato) oppure se non lo è affatto e lo sto scoprendo per primo. È un argomento del quale si parla poco. lo credo che si tratti di un'esigenza non ancora manifestata in pieno, ed anche – spiegherò meglio dopo – di un blando, ma continuo attentato alla nostra civiltà. Voglio parlare del break, dell'interruzione pubblicitaria e del modo in cui viene attuata soprattutto dalle televisioni private.

Del break si è parlato molto, se n'è parlato però dal punto di vista degli autori dell'opera breakizzata; conosciamo le prese di posizione del mondo del cinema, le abbiamo seguite e sentite e conosciamo anche i risultati, a mio avviso irrilevanti, che queste prese di posizione hanno ottenuto. Hanno contribuito a limitare la quantità di break, ma si sono fermate sempre all'aspetto quantità e all'aspetto che più interessava, cioè alla tutela dell'integrità dell'opera; il grande trascurato è il telespettatore, il suo punto di vista non è stato indagato.

Certo, sappiamo, per voce comune, che i telespettatori si seccano del break pubblicitario, qualcuno ci scherza sopra, dice ne approfitta per andare a prendersi una birra, ma più in là del fastidio o della noia non siamo andati.

Le antenne, e soprattutto le antenne private, come rimedio dicono: riduciamo la quantità dei messaggi, con tutte le conseguenze che poi ne derivano (canoni, non canoni, bilanci e non bilanci) e voglio sottolineare per un secondo come si continui a parlare sempre di quantità di break e mai della qualità distruttiva del break nel suo specifico di «interruzione».

Io non ho intenzione di difendere il diritto del telespettatore a una riduzione della noia, già lo faccio in proprio, cercando di fare degli spot meno noiosi, più divertenti, più gradevoli possibile.

Vorrei invece difendere qui il diritto del telespettatore e, ripeto, forse è un diritto non ancora manifestato, all'ordine, alla sintassi e all'armonia. Ogni volta che la pubblicità interrompe uno spettacolo, e non solo uno spettacolo dei grandi registi, si rompe un filo nell'animo di chi guarda; si spezza una logica, si frantuma un sistema, si perdono i collegamenti. La mente sospende la sua attività, la conoscenza acquisita fino a quel momento si stempera, la conclusione viene rimandata e le premesse su cui si fondava si accantonano. Con il break si disimpara ad ascoltare e quindi anche a ragionare. I giovani oggi passano più tempo davanti alla televisione che davanti ai maestri di scuola; e io credo che a ragionare si impari. Come dicono a Napoli: non si nasce imparati, si impara a ragionare e a ragionare s'impara anche ascoltando i ragionamenti degli altri. La premessa, l'argomentazione, la conclusione sono la sintassi del nostro ragionare; una televisione che interrompe insegna a balbettare, è barbara, nel senso latino del termine, ed è per questo che è, a mio avviso, portatrice di un blando, continuo attentato al nostro ragionare e quindi alla nostra civiltà.

Per di più oggi la pubblicità può chiedere a buon diritto la fine del break; la pubblicità italiana non ha più bisogno dello spettacolo di altri per farsi sopportare, credo che sappia fare oggi spettacolo per conto suo. Lo spot oggi ha una sua autonomia espressiva e una dignità di arte; un'arte minore, se volete, ma accettate e spesso gradita dal telespettatore. Credo che lo spot sia maturo per poter fare a meno del ricatto del break. La nostalgia di Carosello, che i telespettatori spesso manifestano nelle ricerche, credo che sia anche una inconscia nostalgia di un tempo in cui la pubblicità aveva uno spazio preciso e lo spettacolo non commerciale anche.

Concludo: quando Gianni Letta dice che la fine del break è la fine delle commerciali, io credo che non sia vero, intendendo break in senso tecnico come dicevo prima, interruzione, spezzatura. Credo al contrario che la fine del break sarebbe l'inizio di una nuova era più civile dove, come diceva Adriano Zanacchi, tra i beni e i valori costituzionalmente protetti del telespettatore, ci sia anche la sintassi, l'organicità e quindi anche un pezzetto della nostra civiltà.