Dopo il 19° Congresso Nazionale comunista sono possibili tante previsioni su ciò che sarà il Pci e del Pci. Sarebbe tuttavia cosa saggia, almeno in casa Dc, concordare tutti sul fatto che, in ogni caso, Occhetto vinca o perda a maggio o al 20° Congresso Nazionale del Pci promesso entro il 1990, niente nella politica italiana sarà come prima.
La Cosa potrà continuare pure a chiamarsi Pci, ma intanto i comunisti italiani avranno compiuto ulteriori passi sulla strada di un cambiamento irreversibile. Irreversibile, aldilà delle intime convinzioni dei singoli dirigenti. E non importa se essi siano protagonisti del fronte del SI, o tentino disperatamente di opporvisi come fanno gli irriducibili del fronte del NO. Ormai, pubblicamente, il Pci ha ripudiato, non sempre con quel giudizio storico onesto che era lecito attendere, gran parte del proprio bagaglio ideologico, dei dogmatismi, delle convinzioni fideiste che hanno costituito l'unica e vera diversità comunista. L'impossibilità, sino ad ora, per il Pci di rappresentare una reale alternativa di governo, nasceva unicamente da ciò.
L'ammissione pubblica del tragico fallimento dei regimi comunisti storicamente realizzati, anche se fatta dopo l'ascesa di Gorbaciov e quando quei regimi avevano già cominciato uno a uno a crollare, l'altrettanto evidente e fragoroso fallimento del pensiero, delle analisi e della tradizione comunista a cui si è richiamata anche l'esperienza italiana, costituiscono un punto di non ritorno per il Pci. La rinuncia a tante certezze su cui erano state alimentate le utopie dei militanti, rendono impossibile qualsiasi ritorno al Pci che abbiamo conosciuto.
Le scelte del Pci diventano ancora più credibili agli occhi della gente, dal procedere della democratizzazione in Urss e nei Paesi, in passato, ad essa satelliti, se non ci fosse stata questa vera rivoluzione non violenta ad Est, Occhetto ed i suoi, non sarebbero mai stati in grado di istillare, nella mente di tanti, il dubbio che stiano operando sul serio per creare una nuova formazione politica, anche se non lasciano intendere cosa potrà essere la Cosa, perché anche loro non lo sanno, come dice Ingrao. E ancor meno Occhetto sarebbe riuscito a convincere quegli stessi iscritti che lo sostengono se essi non fossero stati costretti a prendere atto, dopo lo straordinario 1989 dell'Est, del rifiuto assoluto del comunismo espresso proprio dai popoli da sempre riferimento del Movimento Comunista Internazionale.
«Nell'immaginazione popolare», come la definisce Occhetto, a salvaguardia del possibile ruolo attuale e futuro del Pci, più che gli sforzi immani del Segretario, ha inciso, e forse inciderà ancor più in futuro, l'azione di revisione del ruolo dei comunisti nel regime comunista sovietico voluta dal Segretario Generale del Pcus.
In Italia non possiamo dimenticare gli entusiasmi e le speranze sollevate da quelle due mani che, il 1° dicembre dello scorso anno, si sono strette in Vaticano, tra il capo di quello che fu «l'Impero dei senza Dio» e il Capo della Chiesa che sulla Verità fonda la propria esistenza. Non possiamo nemmeno dimenticare l'accoglienza riservata al Capo del più forte partito anticapitalista dalla Milano degli affari, che testimoniava così, non solo un'aspettativa per possibili ed enormi tornaconti futuri, ma anche riconoscenza ad uno degli artefici del nuovo processo mondiale di pace e distensione. Ora che i gulag comunisti vanno scomparendo, mentre i comunisti italiani denunciano gli errori compiuti e pensano ad una Cosa che non sarà più il Pci, non basta alla Dc ricordare i propri meriti per la nascita e il radicamento della democrazia in Italia. Nelle nuove generazioni, la «memoria storica» degli artifici di quelle scelte, tende rapidamente a svanire e forse non l'hanno mai posseduta. Le generazioni più anziane ora, dopo 45 anni di pace e sviluppo, chiedono ben altro per risanare una società sempre più frantumata e povera di solidarietà, accogliente solo per chi riesce ad entrare nel sistema dei garantiti.
La nuova disponibilità socialista e comunista ad abbandonare le polemiche del passato per costruire una nuova forza «socialista» su cui fondare un'alternativa di «sinistra» alla Dc, rende ancor più evidente il realizzarsi di una situazione completamente nuova nel nostro Paese. Il bipolarismo Pci-Dc, potrebbe presto tramutarsi nel bipolarismo Dc-Psi.
I punti di domanda della «fase costituente di una nuova forza politica» sono costituiti dal significato reale di definizioni come «socialista» e «sinistra», dalla impossibilità di valutare ora la portata reale della democratizzazione varata dal Pci in una struttura fino a ieri verticistica e per questo efficace nell'azione politica, dal buco nero dei programmi concreti che esso riuscirà a proporre, rimandati dal Congresso ad una Conferenza di programma.
Rimane infine un'altra domanda: con la Cosa, proposta da Occhetto al Congresso, nasce il partito che ha coscienza dei propri limiti, che non distribuisce più certezza, che abbandona le utopie proposte per anni ai propri militanti, che ha per fine, legittimo, «accedere alla direzione politica del Paese».
Per legittimarsi in questo Occhetto abbandona qualsiasi dato utopico, rinuncia a qualsiasi diversità, si propone, come gli altri, partito interclassista e come gli altri partiti cercherà consensi dappertutto. Anche il Pci correrà così il rischio della omologazione culturale e politica che oggi corrono tutte le forze politiche. La fine della diversità comunista e la loro rinuncia all'utopia, ci priva così del comodo negativo sul quale in positivo abbiamo sinora in gran parte costruito la nostra immagine.
Senza utopie, seppur negative, da fronteggiare con le nostre utopie e le nostre idee, rischiamo tutti di essere più poveri, più attenti alle forme che alla sostanza delle proposte.
Abbiamo avuto ragione noi.
Ma se il marxismo è morto, deve rinascere anche la capacità di proposta dei democratici cristiani.

