Il processo, finalmente iniziato, ha visto sfilare davanti ai giudici 26 persone con pesanti accuse, che vanno dall'omicidio colposo plurimo al disastro colposo, alla rimozione e omissione dolosa delle misure antinfortunistiche. Reati gravissimi, che comportano pene dai tre ai dieci anni di reclusione.
Nessuno si aspetta vendette. Tutt'altro. Solo Giustizia. E soprattutto che una tale sentenza non rimanga lettera morta. In Italia muoiono più di tremila lavoratori in incidenti sul lavoro. È forse un prezzo del progresso? È forse un dato minore perché snocciolato stancamente sulle cronache cittadine dei quotidiani? Può forse valere di più un infortunio perché avvenuto nei cantieri dei Mondiali, così da far notizia (e sono già 23 i morti e oltre 600 feriti?)
Noi non la pensiamo come l'Avvocato Agnelli che, una volta, in una trasmissione di Enzo Biagi, alla domanda dell'intervistatore sui suicidi tra i «cassintegrati Fiat» rispose, lievemente infastidito, che la percentuale è minima rispetto al totale delle persone che si uccidono in tutto il Paese. Per questo non vogliamo dimenticare e, per non fare del moralismo, torneremo sull'argomento spesso. È un impegno. Per i tredici di Ravenna, e non solo.
Il tempo cancella molte cose, ma non tutto. Non può cancellare il dolore di una madre e di un padre davanti alla notizia della morte del loro figlio, intrappolato in una stiva in cui l'aria era irrespirabile. Non può cancellare l'indignazione di una città che dopo essersi considerata modello di sviluppo e di vivere civile, si scoprì toccata in maniera tanto tragica dalla morte. Non può cancellare lo sdegno per la mancata attribuzione di responsabilità, a tre anni di distanza, per quella triste ed inutile tragedia.
Dopo che la macchina delle celebrazioni si è messa in moto, per la terza volta, i giudici stanno ancora lavorando ad un processo che si preannuncia lungo e difficile per l'incredibile groviglio di competenze non chiare e diffuse omissioni. I partiti che governano la città continuano, in solenni manifestazioni, a fare proclami chiedendo giustizia ma allo stesso tempo bocciando la relazione della speciale Commissione regionale che individuava pesanti e precise responsabilità della locale Usi.
C'è ancora posto per la vita di 13 giovani
Questa è la situazione, a tre anni di distanza, da quel tragico 13 marzo 1987, quando 13 ragazzi morirono soffocati nella stiva di una nave, l'Elisabetta Montanari, intrappolati come topi. Titoli ormai ingialliti si rivedono sui giornali, e la sensazione è che sia più un dovere che una scelta. Le celebrazioni, come ogni anno, ci saranno, ma ancora oggi non è cambiato nulla. La piaga del lavoro nero, del caporalato, continua a segnare inesorabilmente, la vita di molti giovani che si affacciano al mondo del lavoro. In questa nostra Italia, settima potenza industriale del mondo, terra dei diritti civili, c'è ancora posto per le 13 giovani vite stroncate sul lavoro. In questa regione, che si sforza ogni giorno di marcare la differenza, in positivo, fra lei e il resto del paese, propagando un modello emiliano romagnolo, pieno di promesse, ma con pochi fatti, i controlli per la salute e la sicurezza di chi lavora possono essere ancora una eventualità.
...e chiediamo nuovamente giustizia
Noi non possiamo dimenticare, rassegnarci alla fatalità o ad un prezzo da pagare al sistema. Gli imprenditori senza scrupoli hanno una logica spietata: i giovani se non hanno esperienza non sono produttivi. Se vogliono lavorare lo facciano in nero. Questo è il circuito da spezzare assieme a quello della produttività a tutti i costi. Una sola vita umana è un prezzo troppo alto da pagare per tutto ciò, figuriamoci tredici!
Ecco perché anche quest'anno chiediamo nuovamente giustizia. Una giustizia capace di dare nuove regole per tutti, ma allo stesso tempo capace di individuare chi e perché ha sbagliato. Non è, e non deve essere un sentimento di vendetta, ma solo volontà di chiarire, trovare le cause e i modi per neutralizzarle.
Il ricordare per noi va al di là del rito, che rischia ogni anno di divenire più stanco e freddo. Il ricordare per noi è speranza che ciò non avvenga mai più, ma anche che in questo nostro paese i diritti vengano rispettati e i doveri fatti rispettare. Sempre.

