5 - Maggio 1990
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Anniversari

Dalla parte degli ultimi

Settantasei - Dalla parte degli ultimi pagina 19
Cento anni fa nasceva Don Primo Mazzolari. Il senso della sua vita e della sua predicazione continua a favore dei "lontani. Un precursore del Concilio.

Don Primo Mazzolari nacque nel 1890 a Boschetto, una frazione di Cremona. Nel 1912 ricevette l'ordinazione sacerdotale; nel 1922 fu nominato parroco di Cicognara, e nel '32 di Bozzolo, incarico che mantenne fino alla morte, avvenuta nel 1959.

Uno che non fece carriera, dunque, un «parroco di campagna», come lui stesso amava definirsi.

Eppure per quasi un cinquantennio – dal 1914, quando pubblicò i primi scritti su «L'Azione», agli ultimi interventi su «Adesso» – fu una delle voci più lucide, e insieme «scomode», nel denunciare le manchevolezze della classe politica, della gerarchia ecclesiastica, e della società tutta: se è infatti possibile rintracciare una costante nella sua opera, questa è la continua e ferma opposizione a tutto ciò che gli sembrasse porsi come limite al pieno e libero sviluppo dell'uomo.

Dopo gli anni giovanili che lo videro schierarsi su posizioni nazionaliste e militariste, avendo conosciuto personalmente i drammi della prima guerra mondiale, fece proprie le istanze pacifiste cui rimase fedele tutta la vita. Proprio il suo rifiuto di ogni volontà di potenza, gli procurò non poche difficoltà con il regime fascista di cui combatté con fermezza sia l'ispirazione ideale che i modi in cui questa si concretava nella realtà.

Oppostosi coraggiosamente all'ingresso dell'Italia nel secondo conflitto mondiale, appoggiò apertamente la Resistenza, intesa come battaglia di liberazione da uno stato di violenza che era divenuto ogni giorno più crudele e oppressivo, un «peccato contro l'uomo».

Nell'immediato dopoguerra credette di poter trovare nella nascente Democrazia Cristiana la forza capace di interpretare, soprattutto nelle sue componenti socialmente più impegnate, le istanze di solidarietà e aiuto agli «ultimi» per le quali sempre si era battuto.

Ma questo iniziale entusiasmo andò affievolendosi quando vide prevalere all'interno del partito orientamenti conservatori e clericali, fino a portarlo, ancora una volta, all'aperta opposizione condotta sulle colonne di «Adesso».

È proprio su questa rivista che troverà piena maturazione il suo impegno per la pace: criticando l'atteggiamento della Chiesa, da parte della quale «si è deplorato prima e si deplora oggi la guerra in genere, non la guerra che si veniva preparando...», rivendicò non il semplice diritto, ma la doverosità di una «opposizione cristiana», maturata attraverso una riscoperta del Vangelo. Si spinse fino a teorizzare la disobbedienza civile: «Come cristiano, quando disobbedisco per ordine morale, obbedisco; quando mi rivolto, ricostruisco».

Strettamente legata all'impegno «politico», fu la sua azione all'interno della Chiesa. Questo «grande cristiano in esilio», secondo la definizione di Carlo Bo, avversò con tenacia la concezione ecclesiologica allora dominante, che privilegiava l'attivismo e l'organizzazione a discapito della spiritualità e della missionarietà.

Fondendo originalmente l'esperienza del personalismo francese degli anni Trenta, con la religiosità contadina della bassa padana, elaborò – precorrendo per molti aspetti il Concilio – una matura concezione del ruolo laicale come mediazione fra fede e storia.

Rifiutò la visione istituzionale e verticistica della comunità ecclesiale, e propugnò un ritorno alla radicalità evangelistica, invitando ad abbandonare le certezze e le «posizioni tranquille», per aprirsi ai «lontani»: «Si rimane nella Chiesa – scriveva – se si ha il coraggio di uscirne».

La sua «rivoluzione cristiana »aveva però come punto centrale l'impegno per gli «ultimi»; opponendosi fermamente a chi in nome di un preteso progresso esorcizzava i poveri negandone l'esistenza(«Basta essere un uomo per essere un pover'uomo») individuava nell'impegno al loro fianco l'attività caratterizzante di ogni sincero operare cristiano. Che la storia di un umile parroco di provincia, sconfitto in vita e in parte smentito dalla storia continui a porsi come paradigma di impegno cristiano nel mondo, non può però meravigliare che non ha dimenticato la storia di un altro «sconfitto», che quasi duemila anni fa fu condannato a morire sulla croce.