5 - Maggio 1990
22-23
Nuovo mondo

Verrà il nostro giorno

Settantasei - Verrà il nostro giorno pagina 22-23
Mentre si festeggia la democrazia ritrovata all'est, un paese occidentale anzi della Comunità Economica Europea, è ancora sotto un dominio di tipo coloniale. E quel che più spaventa è che l'oppressore è anch'esso membro della Cee: il suo nome è ERIN, per gli stranieri e per chi (come noi) non sa il gaelico, Irlanda. Una riflessione ed alcuni brani tratti dal diario degli ultimi giorni di vita di Bobby Sands, pubblicati dalle Edizioni Associate nel libro “Un giorno della mia vita”

Nove marzo 1990. Bobby Sands oggi avrebbe compiuto 36 anni. Ma non è accaduto. Nove anni fa portò a termine, fino alla morte, un digiuno di 66 giorni iniziato la mattina del 1° Marzo 1981, per chiedere che gli venisse riconosciuto, a lui come ad altri irrendentisti nordirlandesi, lo status di «prigioniero politico». Noi, che siamo non violenti e crediamo che anche un digiuno di protesta non debba condurre alla morte, confessiamo di trovarci davvero di fronte a qualcosa che tocca le corde più intime della coscienza; di fronte al dilemma drammatico sui metodi migliori da usare affinché il legittimo e sacrosanto diritto degli irlandesi dì essere una unica Nazione sia riconosciuto, dalla Gran Bretagna e dal mondo intero. Insomma, va detto senza alcun giro di parole: mentre da un lato crediamo e vogliamo credere che solo una lotta non violenta, una «implacabile» azione politica e dì amore può cambiare realmente le condizioni oggettive che rendono un popolo schiavo di un altro; dall'altro lato ci sentiamo in forte difficoltà nel volere parlare di questi argomenti noi, che da più dì un secolo viviamo le condizioni di unità della Nazione, con un popolo (e quindi uomini e donne, volti, famiglie, vite) che ancora non può, mentre molti favoleggiano di «post-moderno», dire a se stesso di avere concluso il suo «Risorgimento».

La violenza va certo rigettata, ma allo stesso modo, e perché vinca la verità va detto. anche con chiarezza chi, per primo, offese i diritti degli uomini liberi di una Nazione, l'Irlanda, che in piena Europa, anzi nella Comunità economica europea, mentre in tanti si sbracciano (giustamente) per la ritrovata libertà dell'Est, ancora è piegato sotto il colonialismo economico e militare di un altro membro della Cee, quale è la Gran Bretagna.

Violenza chiama violenza e la spirale di odio non si spezzerà se non ci sarà una decisa presa di coscienza da parte delle altre nazioni europee della Cee.

Da parte anche del nostro Paese. Da parte anche della Democrazia cristiana, che potrebbe promuovere, per prima, un'iniziativa europea di carattere diplomatico per portare al tavolo delle trattative la Gran Bretagna e l'Eire, e i rappresentanti degli Irlandesi del Nord.

Il fatto che non accada ancora. Il fatto che certe «volpi» della diplomazia (anche del nostro partito) mai abbiano preso a cuore il problema, dimostra come spesso in Italia la politica estera sia tutta giocata in chiave «interna» senza ampie vedute strategiche, senza una idea fondamentale dei diritti dei popoli, delle razze, delle etnìe. Senza, soprattutto, scelte ideali che, poi, guarda un po', una volta finite le «prime pagine» dei giornali, costringerebbero ad un lavoro continuo, talvolta oscuro. Troppo oscuro per qualunque.

All'interno di questa parabola, emblematica, della politica estera di noi «liberi», di qua, oltrecortina, si inscrive il dramma di un popolo; che è dramma in quanto macerazione quotidiana, fatta di sangue e di odio, di lotte «tribali» e di religione, di addii tra amici, di «eserciti» che svaniscono nel nulla e di uomini addestrati «troppo visibili», di bombe e di corpi piegati dal dolore.

Noi vorremmo una Irlanda. Una sola. Libera. Una Nazione in cui trovino posto cattolici e protestanti, democristiani e socialisti, comunisti e conservatori.

Gente senza tessera, e senza partito. Soprattutto senza «partito preso». Ma questo avverrà (e comunque avverrà!) quando gli irlandesi saranno liberi di scegliere per proprio conto, senza oltraggiose tutele.

Bobby Sands ha speso la sua vita per questo. Probabilmente può avere fatto degli errori. Probabilmente potremmo non condividere (essendo obiettore di coscienza...) il suo modo di contrapporsi agli inglesi. Ma avremmo voluto che fosse vivo, per poterglielo dire.

Nessuno allora spezzò quella spirale di sopraffazione. E noi, oggi, con malinconia, ma anche con la certezza che quel giorno di libertà giungerà anche per l'Irlanda, volevamo testimoniare che Bobby Sands non è morto invano, perché la sua causa, era quella giusta.