“Tic-tac, tictac” una bomba a orologeria minaccia di esplodere nelle stanze del Palazzo. L'hanno innescata i promotori dei referendum elettorali quando, nel luglio scorso, si sono recati alla Corte di Cassazione per scaricarvi diversi scatoloni pieni di firme. Da allora i Signori della politica non dormono più sonni tranquilli
Se la Corte di Cassazione e la Consulta non troveranno irregolarità nelle sottoscrizioni raccolte e nei quesiti proposti, i cittadini saranno chiamati a pronunciarsi – come recita la legge 352 del 1970 – "in una domenica compresa fra i115 aprile e il 15 giugna"1991. Esistono solo due vie per disinnescare l'ordigno: rifugiarsi nelle elezioni anticipate, oppure produrre una nuova legge che modifichi "i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente ed i contenuti normativi essenziali dei singoli precetti" (sent. n. 68 del 1978).
Il ricorso ad elezioni anticipate è sconsigliabile per almeno quattro ordini di ragioni:
- perché non risolve il problema, ma lo rinvia solamente.
- perché una riforma elettorale subito dopo la formazione delle Camere finisce per delegittimarle (essa è, per così dire, un atto da fine legislatura; deve trovare immediata applicazione nella ricostituzione degli organi rappresentativi).
- perché sui partiti che sarebbero chiamati ad indire le elezioni si scaricherebbero le pesanti accuse delle Leghe, che avrebbero buon gioco nel denunciare, oltre alle innumerevoli carenze dell'amministrazione partitocratica, anche la sua dichiarata incapacità di governare.
- perché, infine, per difendere la legislatura è sceso in campo all'interno degli stessi partiti, uno schieramento di persone troppo vasto: non tenerne conto avrebbe gravi ripercussioni, oltre che negli equilibri interni, anche sui risultati elettorali.
Quindi, tutti al lavoro per progettare le regole secondo le quali i nostri voti saranno trasformati in seggi, in poltrone. La posta in gioco è alta, ed i partiti lo hanno capito. Hanno subito rinsaldato le file dei propri esperti; schiere di professori non fanno che tirar fuori dai manuali di diritto costituzionale ogni ipotesi di sistema che possa adattarsi al nostro Paese o che, almeno, abbia i caratteri di sufficiente originalità. In questi mesi siamo stati sommersi da clausole di apparentamento, premi di maggioranza, sbarramenti più o meno alti: una gran
confusione, ma anche la gioia perché qualcosa si muove, il desiderio che alla fine si muova nella direzione sperata.
Via via che quel ticchettio si fa più insistente e minaccioso l'attività di studio, confronto e proposta diventa frenetica. Per elencare le posizioni espresse dai diversi partiti ci vorrebbe un trattato in più volumi (e ciò la dice lunga sulla chiarezza e sulle capacità comunicative dei nostri valorosi rappresentanti); noi ci limiteremo a dare uno sguardo alle posizioni che si vanno delineando nella Dc, dove il dibattito è più vivo che mai. Ad esso sembrano oggi legate le sorti dei rapporti tra maggioranza e opposizione: tanto, si tratta pur sempre di decidere come e a chi assegnare le poltrone!
Per semplificare, gli schieramenti si possono ridurre a tre da una parte gli "irriducibili del referendum" capeggiati dall'on. Segni, che denunciano come truffaldine tutte le ipotesi che si distacchino da una forte sterzata in senso maggioritario, possibilmente legata a collegi uninominali. Su un altro fronte la "sinistra legale" (quella che parla a Chianciano, per intenderci), che ha dato un grande contributo alla raccolta delle firme, sostenendo – coerentemente alle posizioni attuali – che i referendum sono solo uno strumento per dare la sveglia ai partiti, ma le riforme devono essere limate in parlamento; essa, proprio a conclusione del suo tradizionale convegno, si è stretta attorno alla proposta dell'on. Gitti (vedi anche scheda 1) Infine, last (and so least, vedi scheda 2) la proposta della maggioranza, validamente rappresentata dall'on. Lega.
Al di là delle diverse opzioni possibili – la scelta delle quali è tutt’altro che indifferente – è certo che stiamo attraversando uno dei periodi più favorevoli per giungere all'agognata riforma elettorale, primo indispensabile gradino di una più complessiva riforma, morale oltre che istituzionale, del modo di far politica. Sarebbe un errore imperdonabile contaminare una discussione di tale rilevanza con le misere beghe di una classe dirigente che fra mille errori è pur riuscita a trascinare avanti il baraccone Italia, sanzionerebbe il trionfo delle Leghe e dei corporativismi, decreterebbe il definitivo distacco di tanta parte del Paese che, al di fuori della "Partiti s. p a.", sogna ancora la Politica.
Andiamoci cauti, dunque Ma attenzione, il tempo stringe: "tic-tac, tic-tac".
Proposta Gitti
Allearsi non è obbligatorio, ma chi si allea ottiene un premio sostanzioso.· questa, in sintesi, l'idea alla base della proposta dell'on. Gitti, fatta propria dalla sinistra. Due le esigenze fondamenta/i che mira a realizzare:
- Dare maggiore capacità decisionale ai cittadini, passando dalla "democrazia di investitura", in cui si chiede di dare ai partiti una delega in bianco, alla "democrazia di indirizzo", che consente all'elettore di scegliere non solo chi dovrà rappresentarlo, ma anche il governo da cui desidera essere guidato.
- Favorire la stabilità di governo, grazie a coalizioni fondate su precisi accordi di programma, direttamente approvate dai cittadini. Come fare per giungere a tanto? Per la Camera, Gitti propone di mantenere l'attuale sistema plurinominale di lista (scartando quindi l'introduzione di collegi uninominali} e di utilizzare la proporzionale per assegnare /'80%dei seggi, mentre il restante 20% dovrebbe essere riservato alla coalizione che ottenga più voti. All'elettore verrebbero quindi consegnate due schede: una, esattamente uguale a quelle ora in uso per scegliere sia la lista che i candidati, ed un'altra per la formula di governo. Inoltre, le circoscrizioni dovrebbero essere ridotte di ampiezza (non più di 810 seggi}, così da rendere più immediato il rapporto fra eletto ed elettore, e da diminuire i costi delle campagne elettorali, che oggi costringono i candidati a ricorrere a finanziamenti più o meno occulti, di cui devono poi sdebitarsi durante la legislatura
A ben vedere non è che una riedizione della proposta De Mita-Ruffilli avanzata in sede di Commissione Bozzi, e mira, in definitiva, a ridurre la "rendita di posizione" del Psi, costringendo/o a dichiarare preventivamente con quali partiti intende coalizzarsi. Da ciò le forti resistenze che ha finora incontrato da parte socialista.
Restano ancora da definire molti punti non secondari, come il metodo di ripartizione del premio fra i partiti della coalizione vincitrice, e le misure da adottare se tale coalizione dovesse sciogliersi.
Svolgere la doppia scelta in un solo fumo evita ai cittadini di tornar due volte ai seggi, e consente loro di votare i partiti in base alle prospettive di alleanza, ma può anche condurli a scegliere coalizioni minoritarie o addirittura irrealizzabili. Così, nel caso le formule di governo in competizione fossero più di due – ipotesi non di scuola in una situazione fortemente frammentata, che registra la presenza di partiti antisistema come le Leghe – potrebbe ricevere maggiore legittimazione una formula composta da un partito di grosse dimensioni (i cui elettori presumibilmente voterebbero la coalizione di cui fa parte, determinandone la vittoria) e da altre liste minori che registrino un considerevole calo, non permettendo alla coalizione di raggiungere la maggioranza dei seggi. Una o più liste potrebbero addirittura non riuscire ad entrare in Parlamento facendo venir meno ogni possibilità di realizzare la formula prevista (si pensi alla proposta di pentapartito nel caso che il Pii non riesca a conquistare neanche un seggio). In conclusione, sembra che il sistema possa raggiungere i risultati cui mira solo se gli schieramenti in campo sono più di due.
Per il Senato, invece, si pensa di mantenere l'attuale sistema abbassando – coerentemente alle indicazioni che vengono dalla richiesta di referendum – l'irraggiungibile soglia del 60%oggi necessaria a far funzionare il sistema maggioritario.
La proposta Lega
La risposta della maggioranza non si è fatta attendere: a metterla a punto è stato il vicesegretario Silvio Lega.
Se la filosofia alla base del disegno di Gitti è "chi si coalizza guadagna seggi", quella implicita nel progetto di riforma di Lega diventa "chi non si coalizza paga (in seggi)".
Secondo la sua proposta – per quel che se ne conosce – si dovrebbe svolgere una prima votazione con le modalità prevista dalla legge elettorale vigente, si lascerebbero si partiti poche settimane per mettersi d'accordo, e nel caso in cui questi non riuscissero a formar un governo, si procederebbe allo scioglimento delle Camere e ad una seconda votazione: questa volta con un premio del 20% al partito di maggioranza relativa.
Così – questo è il ragionamento che sembra averlo ispirato – se qualche partito si dovesse dimostrare ritroso nell'allearsi con la Democrazia cristiana, se la ritroverà, dopo qualche settimana, col 20% di seggi in più!
A parte i dubbi sulla possibilità che la Dc continui a rimanere ancora a lungo il partito di maggioranza relativa, non si può non notare la sproporzione di quel 20% regalato ad un solo partito. Se il premio di maggioranza proposto da Gitti per la coalizione vincente può far tornare alla mente quello, legittimo, previsto dalla legge del 31 marzo 1953 n. 148, meglio nota come "legge-truffa", la seconda votazione di Lega ricorda, più da vicino, la cosiddetta "legge Acerbo" {I. 18 novembre 1923 n. 2444), che conferiva al partito che avrebbe superato la soglia del 25% ben 2/3 dei seggi, e che – nel concreto – offrì a Mussolini il controllo assoluto del Parlamento.
Non si capisce poi perché a dover recitare la parte del "buono" sia il partito più votato, mentre agli altri tocchi quella dei "cattivi". É intatti possibile che chi presume di avere la maggioranza relativa si adoperi per evitare il costituirsi di coalizioni, scaricando la responsabilità di ciò sugli avversari; potendo così lucrare il ghiotto premio, e presentarsi dopo poche settimane come il ''partito della provvidenza" che, con una forza contrattuale a dir poco ricattatoria, riesce a dare un governo alla povera Italia senza guida. Il super partito, poi, avrebbe buon gioco non solo nel cambiare ulteriormente a suo vantaggio la legge elettorale, ma anche nell'adattare alle proprie esigenze la costituzione.
In un sistema pluripartitico sarebbe stato ben più coerente prevedere l'assegnazione del premio alla coalizione – e non al partito – di maggioranza, obbligando così le diverse liste presenti alla prima votazione ad unirsi in due grandi accorpamenti, secondo il modello francese (in questo modo si rende molto improbabile il costituirsi di più di due schieramenti realmente competitivi).
Anche con tale variante, rispetto alla proposta Gitti, mancherebbe la scelta della formula di governo da parte del cittadino, ma, in compenso, si permetterebbe ai partiti di saggiare in un primo turno le proprie forze, così da essere poi in grado di proporre al Paese solo le coalizioni effettivamente realizzabili. Comunque sia, nel clima di riconciliazione che si respira in casa Dc, le distanze fra le due proposte si accorciano, entrambe divengono ''puramente indicative" e "suscettibili di essere ripensate". A noi non resta che sperare che il compromesso che verrà – se proprio deve venire – non sia il solito pasticciaccio che per non scontentare nessuno non cambia niente. Per ora, appuntamento al Consiglio nazionale.

