6-7 - Giugno-Luglio 1990
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Dibattito

Sui “ponti” della partecipazione

Settantasei - Sui “ponti” della partecipazione pagina 4
I partiti, come sono nati e come sono diventati. La necessità di ripensare la funzione originaria, a partire dai cittadini.

Fra le categorie ideali che affollano l'immaginario collettivo, due sono sempre vive nella loro inconciliabile contrapposizione: i governanti e i governati, i potenti e i senza potere. Due mondi lontani fra i quali qualcuno ha voluto costruire un ponte: il partito. Un passaggio . che li renda vicini e reciprocamente accessibili, un'opera al confine fra realtà e utopia. Un fine irrinunciabile, per chi è ancora affascinato da quella fantastica intuizione che chiamiamo democrazia.

Ai costituenti se ne presentarono due diversi modelli: il "partito-istituzione", canale obbligato della rappresentanza, soggetto a precise regole che ne garantiscono il corretto funzionamento, ma che lo rendono meno sensibile ai continui mutamenti sociali; e il "partito-movimento", libero di darsi una propria regolamentazione, ma anche esposto alla concorrenza di tutte le forze sociali. Scelsero la via di mezzo: gli dedicarono un articolo della Costituzione, dandogli così riconoscimento, ma gli lasciarono ampia libertà. Volevano che fosse sufficientemente attento ai fermenti della società e insieme abbastanza strutturato per operare nelle istituzioni: un mix di mediazione e rappresentanza.

Facile a dirsi, meno a farsi. Il ponte che conosciamo non è una realizzazione fedele di quel progetto; sembra essersi staccato dalla sponda dei governati per occupare quella dei governanti, identificandosi con essi.

L'hanno definito "monarca repubblicano", e lui non sembra dispiacersene. Anzi, fa di tutto per conservare il titolo e, quando può, allargare. i suoi domini.

Nelle istituzioni non ha rivali; decide chi può candidarsi e detiene i mezzi (finanziari e clientelari) per raggiungere le cariche. Agli eletti impone chi, come e quando votare; determina quale esecutivo si deve costituire, che programma deve avere e quanto deve durare. Ha occupato gli enti pubblici, le banche, le università... Con l'imprenditoria privata fa continue contrattazioni, più o meno occulte, più o meno lecite: scambia l'appalto con la tangente, la legge con le pubblicità in televisione... Per controllare il suo impero ha reclutato uno stuolo di funzionari e funzionarietti, ognuno con la sua piccola corte, ognuno col suo pacchetto di tessere.

Al di là delle mura, però, la gente si allontana sempre di più, rifiuta i metodi oligarchici e corporativi, gli sprechi e le smoderatezze della corte. Cresce l'astensione, aumentano le schede bianche e nulle, il voto a leghe e movimenti. Quanto più il re estende i suoi domini, tanti meno sudditi governa. Quanto più si struttura, tanto più si isola. Perde rappresentatività: perde se stesso.

Il vivere in una società che sembra non avere più bisogno dell'impegno politico, perché si sente autosufficiente, perché emargina chi sta 

male, invece di aiutarlo, non può diventare un alibi per lasciare che i ponti crollino, ma uno stimolo a costruirli più solidi e duraturi.

Alla frammentazione e al corporativismo si può far fronte tornando ad essere "parte totale", riscoprendo nell'agire rappresentativo quella ricerca del bene comune che sola ne garantisce la piena legittimazione. Il vuoto lasciato dalle ideologie può essere colmato ritrovando i valori fondanti del nostro vivere sociale, superando la prospettiva di breve termine per elaborare programmi lungimiranti e credibili. I cittadini possono essere riguadagnati all'impegno partitico creando facili canali di partecipazione, potenziando le strutture periferiche, dando spazio ai non iscritti e garantendo un funzionamento fattivamente democratico della procedure interne.

La politica demandata ai professionisti del potere, la politica gestita dai funzionari di corte non può soddisfare chi ancora ricorda che i ponti servivano ad unire e non a dividere, chi è ancora cosciente dei rischi che ogni delega in bianco comporta.

Finché resteremo convinti che in democrazia sono i cittadini a detenere la sovranità, finché non ci accontenteremo di subire ciò che gli altri fanno in nostra vece, ma vorremmo occuparcene direttamente, avremo necessità dei ponti, sentiremo il bisogno di camminarci sopra.