Sotto il ministro... niente
A Gianni de Michelis è toccato un compito improbo: riempire di contenuti quelle due pagine e mezzo di luoghi comuni dedicate da Giulio Andreotti alla politica estera italiana nel suo discorso programmatico che segnò la nascita del suo governo. Se l'estate scorsa era necessario un grande sforzo di fantasia per uscire dai binari della politica estera andreottiana, da settembre la Storia ha dato una mano al Ministro, mettendolo in condizione di giocare su scacchiere precluse all'Italia, se non da sempre, almeno dal 1949.
Il primo ministro degli esteri socialista nella storia del paese (anche lui una novità! sebbene di secondo piano, tra le tante dello scorso anno) è dotato di una personalità effervescente. Ma questo non gli ha impedito di deludere. La caduta dei regimi comunisti, il crollo del muro di Berlino, la proposta del piano Baker per la pace in Medioriente sono un lungo rosario di occasioni perdute. Così come potrebbe essere, nella seconda metà di quest'anno, il semestre di presidenza italiana della Cee. "Il volto dell'Europa muta radicalmente ai nostri occhi – riconosce il Ministro in un suo articolo programmatico apparso su "Affari Esteri" di gennaio – ed elude le certezze di ieri. Le società tendono a mescolarsi, le economie a integrarsi: un'unica storia ricomincia a scorrere attraverso le colonne neo-doriche della Porta di Brandeburgo". Questa "unica storia" avrebbe meritato una politica meno frammentaria. Dove da dieci mesi socialisti alla Farnesina, non si intravede ancora un progetto organico non solo per quello che sarà "il problema" del prossimo secolo (l'Europa e l'Occidente di fronte alla Germania Unita), ma anche per i problemi regionali che minacciano la stabilità del Continente entro e fuori i suoi confini. Nato, tensioni etniche in Europa dell'Est, conflitto arabo-israeliano sono tutti problemi presi sottogamba che porteranno di nuovo l'Italia alla periferia della politica internazionale nel gennaio del prossimo anno, quando a presiedere la Cee sarà, con meno fanfare ma anche più coscienza delle proprie responsabilità, il Lussemburgo.
Mentre le due Germanie si apprestano a divenire una ineluttabilmente – il problema che sarebbe opportuno porsi per primo è scongiurare il pericolo che Berlino torni ad essere capitale di un grande stato neutrale nel centro d'Europa. Il motivo è ben chiaro: l'Urss, in un caso del genere, verrebbe ad ottenere proprio nel momento di maggior debolezza quanto ha cercato di raggiungere al culmine della propria potenza (il ritiro delle truppe americane dal centro del continente, una Germania incapace di farle da contrappeso in Europa, un Continente di fatto finlandizzato). Il problema del destino della Nato venne subito posto dagli analisti americani all'indomani del crollo del Muro di Berlino. De Michelis, a metà marzo, ha affrontato per la prima volta la questione di fronte alla Camera dei Deputati. La sua dottrina è riassumibile in questi termini: "l'Italia è favorevole a un sistema unico di sicurezza europeo come punto terminale di un processo, così come deve esserlo la cosiddetta casa comune. L'approccio migliore verso questo punto terminale è che ci si arrivi per cerchi concentrici, che cioè si costruisca la sicurezza attorno ad una base più salda, insomma sul pilastro che deve restare la Nato, ancora più necessaria di prima." Chi aderirà all'iniziativa sarà "garantito senza doversi schierare in una alleanza militare".
In soldoni (il virgolettato è originale): l'Europa non va dal Mare del Nord all'Elba, né dall'Atlantico agli Urali. "Va da San Francisco a Vladivostock", abbracciando tutto l'emisfero settentrionale. Le questioni pendenti tra i paesi inclusi nel continente euro-asiatico-americano andrebbero affrontate e risolte all'interno di una nuova Conferenza di Helsinki, che proprio a Roma fu proposta da Mikhail Gorbaciov lo scorso novembre. De Michelis cerca di risolvere il problema della Nato inserendo l'Alleanza Atlantica, in modo pasticciato e disarticolato, in quel progetto per una "Europa a cerchi concentrici" lanciato a gennaio da Jaques Delors per la sola Cee, una Comunità di orizzonti più ristretti e senza problemi di natura militare. Se la Nato resta il pilastro dell'ordine europeo, resta da capire in quale dei cerchi concentrici previsti possa essere collocata la Casa Comune Europea pensata da Gorbaciov nel 1986, anno in cui l'impero sovietico sembrava ancora incrollabile. Il rischio maggiore è che resti nel limbo dell'indefinito la relazione tra l'Europa e gli Stati Uniti, in un momento che potrebbe invece vedere realizzata quella "Atlantic-Relationship" a suo tempo prefigurata da John Kennedy. Mentre l'Urss è minacciata dal caos ed in Europa dell'Est riemergono i nazionalismi, rischiamo di snaturare uno strumento di stabilità che ha funzionato egregiamente per 41 anni {la Nato) impedendo che prenda corpo l'iniziativa che nello stesso lasso di tempo ha caratterizzato gli sforzi dei lungimiranti (la Cee).
Il semestre italiano delle Comunità, è la promessa del ministro, si chiuderà con un attivo: l'avvio della conferenza intergovernativa per l'unione politica; la celebrazione della Nuova Conferenza di Helsinki; l'avvio dell'ultima fase della Csce. L'Italia farà "da direttore d'orchestra". Bella immagine, ottimi propositi. Ma la presenza italiana del consiglio di cooperazione dei ministri degli esteri si presenta fin da ora debole, se è vero che un partner della forza del tedesco Genscher non ha degnato di una riga di spiegazione De Michelis quando questi reclamava chiarimenti per l'esclusione di Roma dal "Negoziato 2+4". E la convocazione stessa della conferenza per l'unione monetaria entro dicembre è una sconfitta: l'Italia aveva proposto l'avvio delle trattative per iI mese di agosto, senza riuscire ad imporsi nemmeno in veste di paese prossimo presidente di turno alla Comunità.
Potrebbe sembrare al passo con i tempi l'iniziativa che a De Michelis sta più a cuore: la creazione di quella "comunità danubiano-adriatica" il cui fiore all'occhiello è l'iniziativa quadrangolare che unisce da novembre Italia, Austria, Jugoslavia ed Ungheria. Ciano e Mussolini prima di lui avevano fatto una cosa molto simile, senza riuscire però a mettere attorno allo stesso tavolo rappresentanti dei paesi del "Donauraum". De Michelis sembra avere avuto una maggior fortuna: a Bratislava, agli inizi di aprile. Ma la sua politica è molto più arrischiata di quanto sembra: a metterla in forse il riemergere delle tensioni etniche che dividono gli uni dagli altri tutti i paesi della regione. Se la Cecoslovacchia si prepara ad entrare nella Quadrangolare, questa rischia di saltare proprio perché gli ungheresi non gradiscono come a Praga si trattano i magiari che vivono in Slovacchia. Ed a Bratislava il governo di Budapest non ci voleva nemmeno andare. Poi è tornato sui suoi passi, ma il giorno in cui gli ungheresi lo esautoravano di ogni legittimità politica affidando le sorti del paese al Forum Democratico. Quello che fin dal primo momento è sembrato il premier designato, Jozef Antal, ha rilasciato subito un'intervista in cui spiegava che, nonostante le promesse dei suoi predecessori di marciare insieme ai paesi vicini verso l'integrazione europea. lui avrebbe fatto da sé.. Uno schiaffo per il ministro italiano, che non se ne è occupato troppo: ignorando gli sviluppi in Lituania, è andato a Mosca a dire che le misure economiche minacciate da Gorbaciov contro Vilnius e dintorni sono tali da mettere in pericolo la stabilità europea. La faccenda lituana, secondo lui, è risolvibile adottando per gli abitanti di Vilnius e dintorni un pacchetto legislativo come quello italiano per l'Alto Adige. Nessuno ci aveva pensato prima, dai tempi del patto Ribbentrop-Molotov.

