10 - Ottobre 1990
19-20
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Amici democristiani, attenzione!

Settantasei - Amici democristiani, attenzione! pagina 19-20
Questo mese pubblichiamo alcuni stralci di una "lettera aperta ai democristiani", scritta sotto il nome d'arte di Franco G. Nasio e Italo Borino, da due esponenti e promotori di due piccole comunità di vita politica, in formazione a Bologna e Torino.

Le due comunità (CVP) fanno capo ad un interessante iniziativa editoriale che ormai continua da tanti anni a Bologna, sotto la direzione di Luigi Pedrazzi, che tanti di noi hanno conosciuto, da ragazzi, tra i promotori e gli animatori della "Lega Democratica". Conoscendo il suo modo di pensare riteniamo che non sia certamente estraneo ai due "autori misteriosi", e perciò volentieri pubblichiamo questi pochi capitoli ricordando, a chiunque se sia interessato, che esiste anche il testo completo della "lettera ai democristiani" ed una "lettera ai comunisti" scritta a marzo.
Chiunque potrà richiederla a "Ginnasio – esercizi di autoformazione politica", via di Santa Chiara, 6 – 40136 Bologna (i due documenti costano lire diecimila).

 

I dodici mesi che ci porteranno all'estate del 1991 cono carichi di incertezze e avvolti di ambiguità. Tutti i settori della nostra vita politica sono obbligati ad affrontare il presente tenendo conto dell'accelerazione in corso sulla scena internazionale e, se pure in più ridotta misura, sulla scena politica italiana.

Il Pci dovrà concludere la sua traversata verso un nome, un simbolo, un programma nuovi. Nessuno può sapere ora con quale forza si concluderà il difficile iter messo a punto e gestito da un gruppo dirigente desideroso realmente di cambiare ma impacciato dai ricordi troppo diversi di gran parte della sua base sociale ed elettorale e contrastato da una minoranza senza prospettive ma tenace.

La Dc, che ha lasciato espandere ancora una volta moltissimo la spesa pubblica (qui le responsabilità di Andreotti e Pomicino sembrano davvero grandi e il ruolo di Carli quasi solo apparente), deve garantire un minimo di compatibilità tra grandezze economiche e flussi finanziari in una stretta sempre più difficile tra alleati inquieti e gruppi sociali temibili se scontentati, ritrovando un'unità interna obiettivamente difficile e tuttavia indispensabile per mantenere il ruolo tradizionale. Non a caso Craxi è all'attacco sul tema di una Dc che "si sdoppia"...

La fase luglio 90 – giugno 91 sarà turbolenta (è una previsione obbligata) per la costante pressione esercitata dai socialisti al fine di valorizzare al massimo sia il rapporto di collaborazione con la Dc sia la prospettiva di assorbimento degli ex comunisti.. Entrambi i tentativi sono irrinunciabili per il Psi di Craxi. Finora la loro congiunzione è stata di fatto consentita tanto dai democristiani che dai comunisti. Per questo si procede di anno in anno, e se anche il governo Andreotti è di "legislatura", la sua durata deve restare nel segno della provvisorietà e fragilità.

La strategia socialista può essere spezzata, si capisce, da un rovescio elettorale in corso d'opera: ma è molto difficile immaginare che esso possa prodursi, se le forze e le tendenze in campo restano quelle conosciute da oltre un decennio e rispetto alle quali la qualità strategica socialista è più che sufficiente a vincere (sia pure gradualmente: e qui molte metafore storiche sono possibili, dall'Orazio che vinse i Curiazi uno a uno, al "carciofo" Italia mangiato foglia dopo foglia dai piemontesi...). I comunisti – va riconosciuto – sono impegnati al massimo dello loro deboli e declinanti forze nel processo di rifondazione post-comunista: ma per ora le divaricazioni dentro il vecchio partito sono più forti delle aggregazioni sulla nuova cosa. Comunque questo importante processo si concluda (Occhetto, come Gorbaciov, ha il merito di averlo aperto: un merito grande in ogni caso, sostare ancora era il comportamento peggiore), i socialisti non avranno di che dolersi. Produca il "no" una scissione o un'attenuazione della proposta Occhetto, il "sì" ottenga una sufficiente vittoria, le posizioni di forza dei socialisti nel paese verso la Dc non sono destinate a diminuire ma piuttosto a svilupparsi.

La semplice verità è che solo la Dc può introdurre novità a proprio vantaggio nel confronto che ha in corso con i socialisti. Ma essa vuole davvero costruire a se stessa un destino diverso da quello che le assegna e prepara il forte alleato concorrente? La Dc pensa di poter tornare a una propria maggioranza autonoma (da sola o con alleati contenti del loro ruolo "proporzionale")? O nella coscienza di un'impossibilità al riguardo teme troppo il rischio di essere collocata all'opposizione?

La capacità di resistenza del partito democristiano alle difficoltà è grandissima, ma da circa trent'anni essa si esprime in fatti di gestione senza far decollare progetti politici complessivi paragonabili al centrismo degasperiano e al centrosinistra moroteo (ma anche un po' fanfaniano). Nella condizione di oggi, la concorrenza-alleanza socialista richiede qualcosa di ancor più impegnativo di quelle due formule politiche. Oggi occorre salire a un livello analogo, per intensità e qualità di elaborazione, a quello che la Dc (unita nella difficile dialettica tra De Gasperi e Dossetti) seppe produrre nella fase delicatissima precostituente, quando il futuro del paese era ancora in via di formarsi, sia negli assetti istituzionali con cui regolarli.

Nell'area democristiana oggi sono visibili le figure di Andreotti, Forlani, De Mita, Martinazzoli e Orlando; su una sua posizione originale si deve fare ora anche il nome di Segni. Solo questi leader hanno in atto la notorietà nazionale, e quindi il ruolo, per proporre una strategia significativa, che interpreti in modo adeguato la complessità e pericolosità dell'ora. Ma se questi leader continuano a proporre poco (e fa notizia innanzitutto l'ipotesi di un loro "abbandono"...), o se restano soli nel loro tentativo (come Segni), Craxi può procedere tranquillamente burbero sulla sua strada, lenta fin che si vuole, ma sicura.

Se i leader democristiani invece proporranno molto, cioè qualcosa di realmente incisivo, una consultazione elettorale, conseguente la crisi della governabilità, potrebbe rallentare il processo di ripresa di iniziativa politica democristiana. Si può però ricordare come, in tutt'altra situazione Andreotti e Forlani furono accantonati da Presidente del Consiglio e Segretario politico dall'accordo di Palazzo Giustiniani, con cui Moro riportò Fanfani alla segretaria e Rumor alla guida del centrosinistra (con De Martino vicepresidente!), ma allora l'autorità di Moro-Fanfani e dorotei uniti non poteva essere messa in discussione nella Dc, e non lo fu. Un accordo democristiano, per essere forte, nella situazione in cui il partito si è collocato, dovrebbe essere oggi ancora più largo, più tacitamente conseguito e immediatamente operante di quello di allora, uno dei due o tre capolavori tattici di cui fu capace la strategia di Moro... Non vi attendono, dunque, imprese da poco.

Per questo, amici democristiani, dovete riflettere seriamente, senza dimenticare nessuno dei dati della situazione in cui la storia (e quindi per tanta parte la vostra stessa azione) vi ha collocati; e muovervi, se vi sarà possibile, senza lacerazioni che vi indeboliscono e favoriscano la pressione esercitata, del tutto legittimamente, dai socialisti.

Essere stati "dalla parte giusta" tanto a lungo in un passato che si fa sempre più remoto, non vi basterà. Per cavarvi di impiccio negli anni 90, le memorie possono servire solo se innanzitutto sono memorie degli sforzi e delle scelte. Né De Gasperi né Dossetti volevano una Dc ferma e rinunciataria, ma, al contrario, vollero e fecero che in quella difficile situazione agisse, sapendo scegliere, per muovere "verso" la parte giusta (allora non chiara né alla borghesia né a tante autorità ecclesiastiche). Di Dossetti ormai si ricorda vagamente (ma il suo "pungolo" fu indispensabile per la Repubblica e per la Costituzione), e di De Gasperi ce lo ha ricordato, con candore, ma con autorità, la figlia, a Bologna, proprio alla festa di ringraziamento del 18 Aprile.

11 ricordo della tensione "verso la parte giusta" non può essere abbandonato o rimosso senza pericolo. Come allora, decisivo è muoversi. Come allora, decisivo è avere chiaro – per se stessi in primo luogo, e per proporlo nel paese – quale sia la parte giusta, verso cui tendere, senza violenza, ma con forza.

Questa tensione, in atto, nella Democrazia cristiana non c'è. Dovrebbe esserci, potrebbe esserci: il di più di giustizia verso il quale tendere è una maturazione ed espansione di tutti resa possibile a tutti dalle vostre "vittorie" del passato. Riguarda la solidarietà verso i gruppi più deboli (come la Chiesa ammonisce), ma attraverso la responsabilità politica, lo "specifico" della vostra rappresentatività nella vita pubblica italiana e, in misura crescente, nella scena europea ed internazionale.

Attenzione, democristiani!

Amici democristiani, attenzione! Davvero è in questione il vostro ruolo nella società italiana. Non si tratta – come troppi di voi sembrano credere – solo dei poteri del partito e dei suoi titoli per occupare spazi nelle istituzioni e dividere risorse rese abbondanti dal lavoro di tanti italiani competenti e laboriosi. Di fatto, è la rappresentanza politica dei cattolici, è una certa presenza unitaria del cosiddetto "mondo cattolico" italiano nella storia contemporanea, con voi entra nel passaggio di una sua nuova definizione di esistenza o va in dissolvimento come formula ideologica e come esperienza politica.

Un secondo partito cattolico non è affatto in formazione: lo di è visto anche il 2 giugno nel confuso Forum indetto dall'esile pattuglia identificata come "cattolici-democratici": sono pochi, con idee assai diverse e, quel che più conta, nessuna strategia operativa fuor che un modesto appoggio alla sinistra democristiana: una cosa anche buona, ma del tutto inadeguata a sbloccare la situazione e a guidare i cittadini italiani nel passaggio che li attende...

D'altra parte, se esiste un pluralismo di scelte di voto cattolico dietro bandiere socialista, liberaldemocratiche (e domani anche ve ne saranno a favore della "cosa" occhettiana), questo pluralismo "di fatto", sicuramente, non corrisponde all'insegnamento costante della Chiesa italiana. Alla prova della storia non è solo la vostra unità di partito e di ceto politico: è alla prova anche la vostra rappresentatività politica del movimento sociale cattolico, la vostra idoneità a interpretare ancora la presenza indicata dalla Chiesa ai credenti per agire nella storia, almeno nella storia delle istituzioni e responsabilità politiche. Davvero non è poco. Nella situazione politica e storica in ciò siete realmente collocati non vi sono possibili iniziative e rimedi adeguati? Dovete soltanto subire, accontentandovi di rallentare la fine di una grande esperienza? Non lo crediamo. La fede cristiana ci fa tutti persuasi che mai, per nessun uomo, per nessun gruppo di uomini, le situazioni sono del tutto chiuse e consegnate a una dinamica 

regressiva. Pagando i prezzi necessari, sempre può darsi un'iniziatica che riapra una strada. Tutti possiamo darci prospettive per cui metta conto lavorare e agire, a partire da ciò che siamo. Nelle pagine che seguono, cercheremo di indicare gli aspetti che ci sembrano già ora più chiari di questo cammino di ripresa, nella speranza si aggiungano altri contributi complementari nella riflessione che dovete fare, per prepararvi alla prossima Assemblea nazionale (o al prossimo Congresso), e per gestire i passaggi che vi vedranno comunque coinvolti con tutte le forze politiche operanti nella libertà di questo paese.

Un problema dell'unità dei cattolici c'é...

Auspicare una forte ripresa d'iniziativa politica della Dc non è una pura illusione solo se si affrontano contestualmente problemi che furono discussi a lungo, e sistemati con inventiva ed equilibrio, quando il vostro partito rinacque alla fine del fascismo. Occorre tornare in libertà e serietà sul punto decisivo dell'unità politica ed elettorale dei cattolici italiani.

Non poche voci l'hanno contestata in passato; oggi altre, più soft, ne dichiarano finite le ragioni.

Come fatto storico e sociologico, e ben noto, una unità dei cattolici italiani, in politica e nel voto, non esiste. Non è esistita nell'800 nel vivo dei problemi della formazione nazionale, che vide i cattolici distribuiti su un arco di posizioni, austriacanti e patrioti, neoguelfi e unitari monarchici; non è esistita nei primi decenni del nuovo stato unitario, quando molti cattolici furono "né eletti, né elettori", parecchi furono gli eletti e moltissimi gli elettori (della Destra e della Sinistra di allora); non è esistita di fronte al fascismo (e sotto il regime), quando vi sono stati filofascisti e antifascisti...

Quanto alla presente Repubblica, si sa che i numeri delle statistiche religiose (comunque li si prenda) non coincidono affatto con i risultati elettorali (politici, amministrativi, referendari): essi sono più alti del consenso alla Dc, se si prendono gli indicatori della partecipazione ai Sacramenti della iniziazione cristiana (Battesimi, Cresime e Prime Comunioni), e più bassi del consenso alla Dc se si prende la frequenza degli adulti alla

Messa domenicale. D'altra parte, studi. serissimi dell'Istituto Cattaneo su quadri e militanti dei partiti, hanno registrato presenze molto consistenti di cattolici praticanti in vari partiti del sistema politico italiano: i cosiddetti "laici", in particolare, non sono poi molto lontani dalla Dc sotto questo profilo, né lo è il Msi; e comunisti – invece – nonostante le loro grandi aperture politiche verso i cattolici e verso la stessa Chiesa, hanno quadri e militanti assai più lontani dalla pratica religiosa personale e rivelano una formazione ideologica e culturale più distante dall'insegnamento della Chiesa: i socialisti sono a mezza strada tra i "laici" e i comunisti.

La semplice verità è che l'unità politica ed elettorale dei cattolici italiani – come fu il "non expedit" – è un dato ideologico interno, programmatico, della formazione proposta dalla Chiesa in Italia ai suoi fedeli. La stessa Democrazia cristiana si sottrae alla responsabilità di sostenerla in proprio e di teorizzarla in via di principio; si limita a rivendicare la realtà storica e la legittimità della sua libera proposta: "chi vuol venire venga, chi vuole andare vada....". Nel sistema democristiano, l'ispirazione cristiana in politica è presentata come un fatto, rivendicata come un diritto; si lascia alla responsabilità del Magistero indicarla come un "principio", insegnarla come un "dovere".

La verità è dunque che questo è u problema acuto solo per la Chiesa, per il suo Magistero dottrinario e pastorale e per quanti agiscano e persino con una sintonia che voglia essere compiuta anche sotto questo profilo. Si tratta, dunque, essenzialmente, di un problema ecclesiale. Solo per l'efficacia e le conseguenze dei comportamenti religiosi nella società è anche un problema specifico delle società ove l'insediamento cristiano è forte e nelle quali la Chiesa attivi e mantenga questa parte del proprio insegnamento etico e sociale. In Italia lo fa; in altre parti del mondo sì, in altre no: e se fino a ieri i territori del "no" sembravano più importanti e "moderni", la decolonizzazione e ora la fine del comunismo legittimano l'ipotesi contraria, e cioè che stiano crescendo i "luoghi" in cui l'unità politica ed elettorale dei credenti diventi un obiettivo importante per l'azione della Chiesa.

Guardando il problema nel merito, è ovvio che se la religione è giudicata importante e se la politica è pure considerata tale, l'unità della persona esige una certa sistemazione coerente delle due dimensioni, troppo vitali per conservarci sani se in noi una è separata dall'altra.

Il problema di una "sistemazione" delle due realtà, è obiettivamente complesso e delicato, esista o non esista uno strumento politico come la Democrazia cristiana. Come cittadini si può apprezzare, anche se non si è fedeli, il sostegno che la Chiesa dà (quando lo dà: e avviene sempre più spesso e con più forte impegno) alle cause della libertà e della giustizia, rivendicando non solo per sé, ma per tutti, condizioni di sicurezza e di pace costituzionalmente garantite. Tutti (o quasi) almeno e rispettano la Chiesa campione dei poveri e degli oppressi, fautrice dei diritti civili, sostegno della democrazia (ma vi sono conservatori fascistizzanti che per questo la detestano).

Come fedeli si può apprezzare che i comportamenti unitari dei cristiani nascano da coscienza convinta, non siano una delega in bianco, una rinuncia ad essere esigenti e critici. Come fedeli consapevoli della rilevanza ma anche della complessità della politica, si può poi desiderare una soluzione che lasci con più evidenza la Chiesa là dove la sua natura e il suo servizio la collocano, al di sopra di tutte le parti in competizione, per annunciare ad ogni uomo la verità e la rivelazione di Dio e promuovere, con la conversione e l'evangelizzazione, una storia diversa, più profondamente libera e più manifestatamente mite di quella precristiana segnata da paure e dominata da sicurezze idolatriche.

Si può desiderare e auspicare che nessun partito politico abbia un "nome" cristiano: all'inculturazione della fede non giovano soluzioni meramente nominalistiche; alla bontà della politica bastano azioni coerenti dei cristiani. Se no sono capaci, nel vivo della storia che sono chiamati a percorrere e, se possibile, segnare.

I fedeli, qualunque ruolo assolvano nella società, sarebbe bene rinunciassero ad ogni uso strumentale e temporalistico della religione. Certo, di fronte ad azioni e situazioni concrete dei cristiani, anche la Chiesa può conoscere difficoltà di giudizio. Un ultimo esempio, pregnante: nella Polonia di oggi, ha più ragione Walesa o Mazoviecki? Intanto, ahinoi solo il 42% dei polacchi si è recato alle urne nelle prime elezioni compiutamente libere della Polonia post-comunista, a prova delle sue difficoltà enormi, ma anche del ruolo attivo che vi svolgono i partiti, se ci sono: e la Polonia ne è ora in cerca, Walesa su linee nazionalistiche e populistiche, Mazoviecki con i comitati di cittadini democratici (interessantissimi, ma quanto forti?): e la grande Chiesa polacca dove porterà la sua forza e il suo consiglio? Chi ha saputo resistere tanto nell'oppressione saprà anche costruire nella libertà?

Come, con quali strumenti?

Ciò che è avvenuto in Polonia negli anni 80 è stato importantissimo per l'Est; ciò che vi avverrà negli anni 90 sarà importantissimo anche ad Ovest e forse per il Sud del mondo (una prova in più del ruolo davvero universale del Pontificato romano!). Torniamo al partito di denominazione cristiana: l'insegnamento della Chiesa, esigente sull'ispirazione, sulla coerenza tra fede e vita, molto propenso all'azione unitaria dei fedeli (con ragione, se le cose della politica sono importanti e se la carità è più importante degli interessi e delle preferenze individuali...), non pretende né l'uso né il nonuso del nome cristiano nell'identificazione degli strumenti politici.

La Chiesa sa e insegna che la religione è rilevante, per le persone e per le comunità; osa sperare che lo sia per la storia del mondo, e ci chiama a provarlo.

Sostenere che sia meglio avere cattolici in tutte le forze politiche, e comportamenti elettorali equamente frazionati, o equivale a considerare la politica molto poco importante (e questo sarebbe un errore: sicuramente la politica è rilevante o spinge il mondo cattolico ad autore interpretato come una massoneria identificata ed espressa con circuiti segreti);o, semplicemente, lo spinge verso l'irrilevanza, come se la religione avesse poco da dire per le azioni concrete dei credenti.

Siamo per dire il primo corno delle alternative esposte: l'unità di obiettivi e di comportamenti politici, da una parte dei cattolici, è un bene. L'insegnamento della Chiesa è giusto e razionale.

Storicamente, il mondo cattolico ha alcuni aspetti massonici, ma questo appartiene alla sua patologia, alla corruzione della sua norma fondante ed esemplare. Storicamente, la fede dei cristiani molte volte è irrilevante: ma questo, per i fedeli, resta un dolore e una vergogna; non è affatto una soluzione ma piuttosto un problema, cui applicarsi di più e meglio, con energie personali e comunitarie.

Per i cristiani, in questa materia non vi sono, in via di principio, molte posizioni disponibili. O una situazione storica e sociale non chiede molto alla politica (un giudizio difficile da darsi secondo verità), o è bene cercare le vie e i mezzi per avere un'influenza forte dei valori religiosi nella vita pubblica, al servizio dell'uomo e particolarmente dei più deboli.

Nelle società democratiche è consentito ottenere influenze significative in vari modi, culturali e istituzionali: ma tutti si collegano a una espressione politica di volontà, e quindi anche a un'organizzazione in grado di produrre fatti politici, a strumenti politici.

La storia italiana, l'abbiamo riconosciuto, non ha visto una presenza unitaria dei cattolici, largamente e significativamente divisi tra loro, nel Risorgimento e dopo, nel fascismo e dopo: questo dimostra un esercizio libero e pluralista delle loro personali responsabilità politiche, non necessariamente l'efficacia migliore del loro dispiegarsi, una capacità realmente e tempestivamente solutiva dei problemi. Il Risorgimento avrebbe potuto avere sviluppo e risultati migliori, se i cattolici avessero saputo produrre uno sforzo più saggio e più unitario? Il fascismo avrebbe dominato per vent'anni la nostra vita, se i cattolici l'avessero affrontato uniti, uniti in una resistenza alle sue illusioni e ai suoi errori? E – viceversa – se nel 43-45 si fossero costituite e consolidate formazioni cattoliche di Sinistra e di Destra (come si tentò da molti, laici ed ecclesiastici), i decenni successivi sarebbero stati migliori, o è stato importante realizzare un grande sforzo unitario per riuscire a stare ed andare, insieme, "verso la parte giusta" (che non era quella dei comunisti cattolici, né quella di che voleva un fascismo senza il Duce o, almeno, la Monarchia)? E oggi non mancano forse problemi obiettivi per i quali è lecito auspicare e perseguire uno sforzo il più largo e coerente di fedeli consapevoli del metodo politico e del ruolo delle maggioranze elettorali nella vita di una società democratica responsabile?

Naturalmente, anche le minoranze sono importanti, quando indicano con forza pacifica verità che troppi trascurano o non vedono, quando si oppongono a comportamenti nocivi o insufficienti Per questo occorre un grande rispetto delle coscienze, né si deve avere paura dell'esercizio della libertà, ma solo degli errori che vi si possono commettere (tra i quali esistono pure le omissioni). Una preoccupazione a favore della maggior unità possibile dei credenti è tuttavia un segno di saggezza, una garanzia da non disperdere, una concreta prudenza da esercitarsi nel modo migliore possibile. L'unità non può costituire un male: sono i suoi obiettivi che possono essere insufficienti; è la proposta di attuazione che può essere migliorata.