Febbraio 1975
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Politica
La recente crisi di governo ha messo in evidenza il rischio di una frattura verticale della Democrazia cristiana: troppo oneroso sarebbe stato infatti il prezzo dell'unità qualora avesse richiesto la spaccatura del paese. Le grandi trasformazioni intervenute nella vita italiana, hanno profondamente mutato gli assetti e gli equilibri di potere nella società, hanno posto in discussione gli stessi rapporti fra la Dc, il mondo cattolico e le forze una volta collaterali, hanno visto emergere come protagoniste la classe operaia, le masse giovanili e il mondo femminile. La crisi economica mette in luce il limite del meccanismo di sviluppo che si riteneva destinato a realizzare un progressivo accrescimento di benessere, mentre ha finito per inaridire la forza produttiva e intaccare la qualità della vita. Individuare l'alternativa e lavorare per realizzarla diventa il primo compito della Dc in unità con gli alleati laici e con il Psi se oggi si vuole effettivamente salvare la struttura democratica del nostro paese. Ne deriva la necessità di un ripensamento dei limiti cui è giunto il centro-sinistra come formula tradizionalmente impostata sui quattro partiti, e di affrontare in termini nuovi la cosiddetta «questione comunista».
Politica
Si avverte un mutamento di clima nei rapporti fra Stato e regioni. Questa fase appena iniziata succede a un pratico abbandono dell'istituto regionale dopo la retorica che accompagnò la fase costituente. Ciò che tuttavia interessa, al di là delle questioni strettamente istituzionali, è il consuntivo politico che rivela un nesso molto stretto fra crisi della Democrazia cristiana e crisi del regionalismo. Nella battaglia contro il centralismo si esprime la vocazione pluralista della Dc che fa delle regioni non già un modo di pura raccolta delle istanze di base, ma un modo diverso di soddisfacimento della domanda politica di riforma. Un partito centralizzatore diventa perciò un dato negativo che ostacola in modo decisivo ogni proposito di rinnovamento.
Politica
Il presidente della Regione Lombardia interviene approfondendo l'impostazione di Piero Bassetti. Se il nemico da battere è il centralismo, tale lotta non deve diventare una contrapposizione fra centro e periferia, ma una nuova concezione dello Stato. In questo senso anche le regioni devono assumere le loro responsabilità, in quanto molto spesso hanno impostato la propria autonomia come una ripetizione ridotta del modello centralistico. I ritardi e le delusioni in tema di riforme e di programmazione hanno riscontro anche nella incapacità a delineare un modello nuovo fondato sulle autonomie locali come struttura politica dello stato democratico.-
Politica
Il segretario del partito comunista italiano ha confermato la linea del «compromesso storico». Permane tuttavia una sfasatura e una oscillazione in questa proposta, relativamente ai suoi reali contenuti. I comunisti dicono di avere la possibilità di fare a pezzi questo governo, e tuttavia non lo fanno. AI tempo stessa considerano necessaria e urgente una svolta democratica che dia piena espressione politica alla forza raggiunta dalla classe operaia con le sue lotte, la sua combattività. In che direzione, per quali mutamenti, per quale nuovo modello intendono impiegare tale forza, e per quale ragione non assumono, fin da ora, una iniziativa in tal senso? Accettare in pienezza un ruolo di governo nella democrazia, significa per il Pci superare i modelli storici cui è legata non solo l'inerzia ma la passione di molti militanti, significa legarsi alle forme statuali della democrazia, non più considerate espressione del potere borghese e farsi carico di una effettiva mediazione politica che componga gli interessi di classe con l'interesse generale.
Politica
Forti di un ritrovato contatto con la società e di una conseguente avanzata elettorale, i socialisti affrontano la prospettiva del dopo centro-sinistra che sarà il tema del congresso convocato per l'autunno prossimo. De Martino propone un «asse politico» Dc-Psi che respinge sia la linea di un blocco alternativo di sinistra, sia il massimalismo concorrenziale con il partito comunista. Il segretario socialista riconosce che la Democrazia cristiana ha nel complesso resistito alle tentazioni tanassiane di interrompere la legislatura e andare alle elezioni anticipate. Ma richiede un nuovo rapporto politico e di potere perché l'alleanza cattolici-socialisti, che considera tuttora vitale per la democrazia italiana, possa esprimere ancora una positiva efficacia. A questa linea del segretario e della maggioranza, si oppone la sinistra socialista che è disposta a riconoscere alla partecipazione governativa un significato transitorio mentre i socialisti dovrebbero attendere sin d'ora a quella rifondazione delle sinistre considerata necessaria a realizzare una alternativa alla Democrazia cristiana. Anche per Nenni oggi, il ritorno dei socialisti al governo deve essere «una conquista e non
un dono grazioso»: ma sembra aver attenuato le propensioni successive al referendum per un blocco laico.




























